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HOME > Articoli e notizie:Mariano del Friuli

Mariano del Friuli

Immagini. I primi sessanta del '900

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Un libro «locale», capace di allargarsi come i cerchi nell’acqua ad implicazioni a raggio sempre più ampio, fino a sfiorare e raggiungere dimensioni internazionali. Il Circolo fotografico vuole lasciare un archivio della memoria: le foto, se confinate in cassetto o disperse, parlano con voce sempre più flebile, e a pochi. Dunque, lode a Gastone Tomadin, e a Fulvio Filiput, che sanno dove mettere le mani per didascalie brevi ma succose, che accompagnano le foto. I primo 60 anni del Novecento sono assai più eloquenti del numero in se stesso. Nelle nostre terre di confine, si passa da un impero plurinazionale ed esperimento d’Europa (l’Austria-Ungheria), demolito dai nazionalismi, a un regno che vuole essere uno stato nazione, dove i popoli che hanno consistenza minore diventano minoranze da assimilare. La Contea di Gorizia, che aveva ampie autonomie - la provincia - viene addirittura eliminata, per risorgere - monca - dopo qualche anno (sarà di nuovo amputata dopo la II guerra mondiale).
 
Due le guerre mondiali, in questo sessantennio, più altre, per la conquista di un impero di cartapesta e avventure belliche sempre di aggressione. Il nazionalismo trascolora in fascismo, con anni di popolo irreggimentato in ogni branca di età, a volte con manifestazioni dagli esiti tragicomici.
 
E l’antico, imponente, campanile di Mariano guarda tutto dall’alto della sua mole isolata: è proprio l’elemento guida di tutta la narrazione fotografica di Fulvio Filiput e Gastone Tomadin.
 
Paese originale Mariano, molto molto bello, con un campanile vedovo di chiesa (accanto ce n’era stata una antica antica), e la chiesa settecentesca da un’altra parte: solenne, elegante, con facciata tutta di pietra, firmata dall’architetto Paolo Baroffi. Però il campanile sorgeva entro una centa che, all’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria (proprio subito), finì polverizzata: granata austriaca sparata dal Carso, santabarbara italica entro il paese, contro le convenzioni internazionali. Numerosissime le foto di questa tragedia, che provocò morti (una quarantina), danni immensi (70 case fra distrutte e danneggiate) e profughi. Sui 1350 abitanti di allora, 290 andarono profughi ad Alessandria e a Cuneo, altre 180 persone alloggiarono in baracche costruite appositamente. Si perse una parte di storia del paese, e non da poco. Foto di macerie, foto di case danneggiate (emblematica una dal campanile, con un panorama di tetti che mette i brividi ancora oggi). Soldati italiani che vengono a guardia di quanto resta e a liberare dalle macerie; visita di qualche potente dell’esercito. Numerose le foto della occupazione italiana, con didascalie e note che completano la narrazione delle immagini.
 
Filiput e Tomadin fanno capire che era dura la vita: dura per quelli del paese, che erano via in guerra «dall’altra parte»; dura per i soldati italiani. Soprattutto dura per le donne: furono loro a portare il peso maggiore della vita in tempo di guerra: la casa, i campi, i figli, le sofferenze per i cari lontani …
 
I curatori hanno diviso le immagini per sezioni: parlano della vita di questo paese, ove, nella grande guerra, un giovane volontario italiano, Giuseppe Ungaretti, scrisse le sue poesie fra le più memorabili, che furono l’ossatura della sua prima raccolta «Il porto sepolto», stampata a Udine nel 1916.
 
Intelligente e giusta la scelta di dedicare una sezione ai Pastori, riconoscendo la importanza totale che il sacerdote aveva per l’intero paese. Era il perno della vita paesana, non solo perché accompagnava ritmando le varie fasi della vita, ma anche per gli aspetti più latamente sociali. Cinque di essi si erano formati nel Centralseminar di Gorizia, istituzione ecclesiastica poderosa, pensata per tutto il Litorale, con innesti di chierici dalla Mitteleuropa. Livello altissimo al pari di una università dal respiro europeo.
 
Con i pastori, a Mariano si apre un mondo: don Francesco Zängerle è di Fiume, crocevia europeo di popoli e lingue; si tratta di un sacerdote che crede anche nella scuola. Lui parroco, a Mariano splende, ma purtroppo come una meteora, Luigi Trevisan (1849 - 1884): attività multiforme, «il primo sociologo del Friuli», come lo definì don Adamo Zanetti, fonda la Società operaia di Mutuo Soccorso. Determinante è per la fondazione della scuola industriale, che conduce l’artigianato del legno marianese nel mondo. In questo clima, cresce don Adamo Zanetti, predicatore famoso, apostolo della redenzione sociale di contadini e artigiani della Contea di Gorizia; deputato a Vienna.
 
Altro campione della promozione sociale della povera gente, fu il parroco don Luigi Morsut (fra i maggiori collaboratori dell’on Luigi Faidutti), presidente della Cassa Rurale di Mariano, capo sindaco del Consiglio di Sorveglianza della Federazione dei Consorzi Agricoli del Friuli. Partecipi anche della promozione di associazioni culturali i sacerdoti a Mariano. Nel 1901, il cooperatore don Romano Bratus è il primo presidente del Circolo Cattolico di Cultura.
 
In questo vivace clima religioso, sociale, politico e culturale, gli esempi di Trevisan furono ammirati e accolti da altri Marianesi, come don Rodolfo Dilena, promotore del «Giovane Friuli», società sportiva, ricreativa e culturale della Contea di Gorizia e Gradisca (fondata ad Aiello nel 1908, con oltre 1.500 aderenti) che, nonostante la sua dichiarata apoliticità, preparava il ricambio alla dirigenza politica del movimento cattolico. Don Dilena (1885-1952) fonderà a Grado, negli Anni Venti, una della prime associazioni di Azione cattolica (il Circolo giovanile «Fides intrepida»).
 
Altro frutto notevolissimo di questa solida tradizione fu pre Tite Falzari, continuatore nella stessa direzione, sia in maniera pratica, che come storico, capace di rivendicare con caparbietà ciò che di veramente grande era stato fatto ed era stato schiacciato da un’ottusa chiusura nazionalistica dei nuovi venuti, dopo l’annessione all’Italia. Per suo merito, si iniziò a parlare della storia contemporanea ormai sepolta, nella Contea di Gorizia e non solo in ambito cattolico.
 
Pre Tite si trova in numerose foto del: si capisce che i due curatori gli assegnano una posizione di centralità nella vita paesana. Si considerava friulano autentico, ma scriveva in un italiano eccellente e conosceva assai bene il tedesco. Per questo, da giovane sacerdote, lo avevano mandato a Grado, che contava già una ventina di alberghi, stabilimenti balneari, con clientela di alto bordo che arrivava in treno fino a Belvedere dal cuore mitteleuropeo del continente. Per questo, durante la I guerra mondiale fu mandato all’interno dell’Austria ad assistere profughi friulani e istriani. Scrisse di storia per numerose località della diocesi di Gorizia, quando la ricerca si faceva copiando a mano dai documenti e già lo spostarsi da una località ai luoghi degli archivi era fatica. Tutto questo all’interno di una sua intensa attività pastorale. Brillarono la sua carità e il suo coraggio a Ronchi dei Legionari dov’era parroco, quando l’esercito italiano, in rotta dai Balcani, lasciò senza bussola migliaia e migliaia di soldati, che, nella fuga verso casa ebbero in questo sacerdote e nella sua gente un punto di riferimento. Lo stesso fece nei confronti migliaia di Jugoslavi, che nel medesimo periodo sciamavano dai campi concentramento fascisti di Gonars e di Visco. Don Falzari soccorse anch’essi e trattò con i Tedeschi per sbloccare il loro dolente e faticoso ritorno nelle terre d’origine.
 
Interessante e giusta la citazione di don Giuseppe Cecutti, uno dei sacerdoti militari della diocesi di Udine, reggente a Corona durante l’occupazione italiana e, dopo Caporetto, reggente anche a Mariano e a Moraro. Per capire perché la gente gli avesse voluto bene, basti solo questa citazione dal suo diario ai tempi di Caporetto: «Gli scoppi furono enormi; io pure vegliai tutta la notte perché la popolazione (donne e bambini) non mi lasciavano allontanare, non avendo nessuno che desse coraggio»!
 
Don Nicodemo Plet, di Aiello, fu parroco a Mariano per 45 anni. Chi lo conosceva bene, oltre che di lui come parroco, parla anche della sua carità mai esibita e della attenzione a che ognuno potesse trovare un lavoro. Di lui hanno scritto tanto (soprattutto lo storico Camillo Medeot), al centro come fu, a Villesse, di tragedie provocate dalle truppe italiane. Lui fu tra i quasi 60 preti internati in Italia e oggetto di una magistrale pubblicazione del citato m. o Medeot. Curioso il fatto della sua donazione del terreno di gioco del campo di calcio di Mariano, col patto che fosse intitolato «Campo GIAC» (Gioventù Italiana di Azione Cattolica). La narrazione fotografica, accompagnata da incisive citazioni, continua con la galleria più vicina a noi di questo clero dalla altissima levatura pastorale: don Italo Brandolin, Marianese, intellettuale raffinato, una delle menti più acute nella ricostituzione di un movimento cattolico che si trovò disorientato dopo la II guerra mondiale. Ci saranno poi don Ilario Brezigar: grande passione per i giovani e per la loro formazione spirituale e sociale sfociata spesso nell’impegno politico; don Attilio Della Mora sempre in cordiale sintonia con i Marianesi. Don Antonio Lotti, anch’egli raffinato sacerdote di profonda cultura giuridica e storica fu cappellano a Mariano, amato da tutti, soprattutto dai giovani, a disposizione della gente in giornate senza ore.
 
Robusta la presenza della scuola in questa pubblicazione. Scuole di ogni ordine e grado, ma con sottolineatura della Fachschule sorta nel 1880, che preparò artigiani e operai di alto livello, tanto da spargerne la fama in Italia e all’estero. Così si spiega la nascita dell’industria della sedia e del mobile.
 
Le foto ci offrono un panorama di una intensa vita associativa in paese: dalle società economiche, all’ Azione Cattolica, al Consorzio industriale falegnami che ci presenta ben 62 aderenti!
 
Ma c’è pure la vita quotidiana: poetiche foto di arature coi bovini, che fanno sognare tanta gente dell’una volta, una volta… I Romani chiamavano questi personaggi laudatores temporis acti, lodatori del tempo che fu. L’aratura era una fatica da schianto per uomini e animali; certo, era anche l’inizio della speranza di un raccolto, legato alle sorti del cielo, capace di tirar avanti la vita. Mietitura (poi trebbiatura) e vendemmia erano l’epilogo di questa attesa anno per anno, e allora anche la festa; chi trebbiava, andava a raccogliere pannocchie sputava nero per giorni, ma il sollievo del raccolto faceva superare perfino le fatiche.
 
Naturalmente, il Ventennio fascista abbonda di foto. La propaganda era efficace, anche con le foto di assai buona qualità, ma non di altrettanto buone finalità.
 
Bene le refezioni scolastiche, bene le colonie elioterapiche, ma finalità terribili, sfociate in guerre, razzismo, sopraffazione di popoli (quest’anno, ad esempio, ricorre l’ottantesimo dalla occupazione della Jugoslavia) e di nuovo morte. Giovani formati in vista di grandezze che poi si rivelarono fallaci e portatrici di morte.
 
Ancora di morte parlano le foto che documentano il trasferimento dei caduti della grande guerra, dal cimitero di Mariano a Redipuglia: forse la morte fu quella che unì per davvero vincitori e vinti; era il comune dolore. Forse, quando i Marianesi onoravano il «nemico», pensavano ai loro, lontani, e dalla nuova patria dimenticati.
 
Ecco il patrono, San Gottardo, ricordato da Pre Tite e dal partecipe scritto di Celso Macor (una vita per la giustizia e una prosa che comprendeva sempre la poesia).
 
All’interno della vita religiosa, le tappe anche di quella umana: battesimo, comunione, cresima, matrimonio, e l’ultima tappa prima dell’aldilà …
 
Non dimenticano niente Tomadin e Filiput e ti sgranano davanti belle e festose foto di vespa e lambretta, prima apertura alla libertà di viaggio individuale e familiare; poi, solenni foto panoramiche con le propaggini di Collio e «La Mont» di Medea, anche per capire che c’era un oltre, che il mondo non finiva a Mariano.
 
C’è la II guerra, brutta anche quella, ma non con tante foto; entro certi limiti, fu più lontana, dispersa per il mondo, ancora unita in un quadro complessivo dominato dal dolore.
 
Avvenimenti da ricordare come le piene del Versa, bizzarro fiume da corso relativamente breve, che fu vita e disgrazia per i paesi lungo il suo corso: la vita coi mulini e l’acqua per animali e popolo, la morte con le alluvioni che non risparmiava.
 
Coscritti coi carri: per chi giovanissimo non è, aspetti scontati, ma per i giovani d’oggi certamente già storia, almeno del costume per questo passaggio dei maschi alla maggiore età con la leva militare, ma, un tempo, già avvenuto da quel dì, per chi viveva in famiglie di contadini e artigiani. Idem per le femmine, subito a lavorare con madri e nonne, prima come gioco, poi con quotidiana fatica.
Coro e banda sono uno dei perni di avvenimenti, feste e momenti importanti della vita paesana, con personaggi di spicco quali i maestri Pompanin e Portelli, poi c’era in più, il Quartetto Friulano. Filiput e Tomadin ne parlano.
 
 
Per capire che cosa abbia rappresentato negli Anni trenta, basti questa breve citazione dalla rivista friulana «La Panarie» che narra di una esibizione a Venezia, in una sala del liceo musicale «Benedetto Marcello», gremita di popolo: «Presentato da Chino Ermacora, il fervido direttore de « La Panarie », il quartetto ha avuto un pieno successo ed ha trasportato il pubblico nell’atmosfera creata dal canto, sgorgato da voci affiatate, amalgamate fra loro e piene di plasticità e modulazione … ore magnifiche, piene di poesia e di nostalgia per tutti: per i Friulani di Venezia che hanno goduto la bellezza della loro terra lontana, attraverso le strofe e le note, per i Veneziani che hanno potuto apprezzare le doti poetiche e sentimentali della gente friulana…».
 
Le note ci sono quanto basta e, alla fine, una sintetica antologia tratta da giornali. Ci troviamo una festevole cronaca del sessantesimo di messa (1903) di don Francesco Zängerle: un vero tripudio di folla, pieno di gioia e di solennità. Alla cronaca, evidentemente corrispondeva una fortissima presenza cattolica, strutturata e organizzata, difatti alle elezioni per il parlamento di Vienna del 1911 troviamo 260 voti che vanno a mons. Luigi Faidutti, al secondo mandato parlamentare, mentre per i liberali i voti sono 28 e 48 quelli che vanno ai socialisti. Ciononostante, questi sono rumorosamente presenti nel 1912; Filiput e Tomadin fanno bene a riportare la cronaca di un primo maggio tratta dal giornale «Il Socialista friulano». Si vede l’orgoglio di una presenza, anche se fatta in gran parte di persone provenienti da altri paesi e uno spaccato delle lotte senza esclusioni di colpi fra partiti. Qui par di capire che don Morsut sia stato presente in maniera provocatoria e difatti su di lui si scarica l’iroso linguaggio dell’articolista. In quanto a linguaggio, in questi ambiti, i cattolici non erano da meno.
 
Del 1930 è una sviolinata del segretario del fascio di Mariano al console Avenanti, poi abbiamo due articoli su don Nicodemo Plet: il primo racconta il suo dramma a Villesse, il secondo la sua odissea di prete arrestato senza processo. La prima parte si diffonde sul trattamento, con note di infamia, ad Aiello, dove fu rinchiuso in un pollaio, e a Palmanova, nelle carceri dove s’involò il denaro che aveva con sé.
 
In questo libro, Fulvio Filiput e Gastone Tomadin ci fanno guardare persone e luoghi di Mariano con gli occhi del cuore.
 
E… dut in glorie di Diu! ◼
  __________

Fulvio Filiput – Gastone tomadin, MARIANO DEL FRIULI IMMAGINI I PRIMI SESSANTA DEL ’900, Mariano, Comune di Mariano, 2022, pp. 364
data di pubblicazione: 31-05-2023
autore: Ferruccio Tassin | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.88 | tema: STORIA
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