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HOME > Articoli e notizie:Preti slavi in Italia

Preti slavi in Italia

Dalle persecuzioni fasciste alle accuse di essere la fantomatica quinta colonna della Jugoslavia

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La persecuzione dei preti slavi durante il ventennio fascista fu portante nell’ottica dell’italianizzazione forzata, nel corso della storia e del tempo sono state raccolte, prove e testimonianze variegate dell’odio fascista verso tutto ciò che non fosse italianissimo. Come emerge ad esempio nel Promemoria dei segretari federali del Pnf delle Province della Venezia Giulia e Zara a Mussolini, l’11 giugno 1927, sui provvedimenti da adattare nei confronti degli sloveni e croati della Venezia Giulia. (A CS, MI, DGPS, A GR, vers. 1927-30, 1927, b. 31), si legge chiaramente che «la Curia arcivescovile di Gorizia e specificatamente il principe arcivescovo della diocesi ed i suoi collaboratori diretti rappresentano lo stato maggiore della propaganda religiosa panslavista. Gli opuscoli religiosi a Gorizia si diffondono nelle parrocchie slave e sfuggono al controllo più attento, a Gorizia, in questo campo, è un focolaio d’infezione che influisce palesemente anche sulle altre Curie della Regione. La sostituzione del principe arcivescovo Borgia - Sedej e degli altri non meno feroci propagandisti slavi tra i quali primeggiano alcuni preti che non sono neppure cittadini italiani, sembra un provvedimento indispensabile; al loro posto dovrebbero subentrare preti italianissimi agevolati, nella loro delicata e faticosa missione, con un tratta-mento economico di favore». Il linguaggio razzista è evidente e l’intenzione di debellare «l’infezione» slava, dei preti, altrettanto rilevante. Ma i preti sloveni cercarono nel corso della storia di difendersi, tenendo conto che la Chiesa ebbe un ruolo centrale per la salvaguardia dell’identità slovena e slava tanto durante il fascismo, quanto negli anni immediatamente successivi nel secondo dopoguerra.
 
Nella Provincia dell’Istria circa 90mila credenti slavi si trovano senza sacerdoti e frequenti sono i casi in cui devono morire senza il conforto dei santi sacramenti.

Nell’ultimo memoriale di alcuni deputati parlamentari sloveni sulle esigenze delle minoranze nazionali della Venezia Giulia, inviato nel dicembre del 1927 alla Federazione italiana delle Associazioni per la Società delle Nazioni e ai ministri del governo (Zgodovinski arhiv Lju b/jane, raèc. J. Vi/fan, fase. 1 7), si può leggere che «la minoranza slava è di religione cattolica e profondamente attaccata alla Chiesa. Tanto più essa si sente offesa quando si vede menomata nei suoi bisogni e diritti religiosi. Le autorità statali hanno costretto un gran numero di sacerdoti a lasciare il paese e molti furono condotti dai Reali Carabinieri oltre il confine. Nella Provincia dell’Istria circa 90mila credenti slavi si trovano senza sacerdoti e frequenti sono i casi in cui devono morire senza il conforto dei santi sacramenti. Nel resto dei comuni ove è rimasto il parroco fu abolita in molte chiese la predica nella lingua dei sacerdoti, soppressa l’istruzione del catechismo in slavo, soppressa la preghiera nella lingua del popolo. Tale stato di fatto è contrario alle prescrizioni tassative della Chiesa cattolica romana e viene tollerato dall’autorità ecclesiastica causa la pressione e le minacce dei fasci locali. Se il governo desidera fornirgli una statistica dei casi particolari. Il Ministro dell’Istruzione pubblica ha tentato a più riprese di abolire con provvedimento generale l’istruzione religiosa in lingua slava nelle scuole della Venezia Giulia mettendosi con tali tentativi in contrasto con i principi della Chiesa la quale prescrive che la dottrina cristiana deve essere predicata ed interpretata nella lingua dei fedeli. L’ultima pressione del Ministero data da quest’anno scolastico. A Gorizia esiste una sodalità religiosa, Sodalitas Sanctae Hermagorae, che ha per scopo di tutelare e divulgare la morale cattolica diffondendo tra i fedeli sloveni libri cattolici. Lo Statuto è approvato dall’Autorità ecclesiastica e la sodalità ha avuto delle lodi e la benedizione da Sua Santità Pio Xl. L’amministrazione statale vieta al personale da essa dipendente di appartenere a questa Sodalità religiosa ed il Ministero delle Comunicazioni sottopone ferrovieri membri del Sodalizio a processo disciplinare».
 
Come snazionalizzare la Chiesa dalla componente slovena? Il memoriale dell’esperto per le questioni etniche di Italo Sauro inviato al duce, il 9 dicembre 1939, sui provvedimenti da adottare per una più rapida snazionalizzazione delle popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia. (Vojno istorij ski arhiv, Beograd, K 911) al punto 16 riporta un passaggio dedicato alla Sorveglianza sulla attività dei preti. Cosa si può leggere? «Questa sorveglianza va particolarmente rivolta al reclutamento dei seminaristi. Non sarebbe male costituire un fondo per mantenere i seminaristi italiani più bisognosi. In merito poi all’attività dei preti vi è la possibilità di... stabilire, ad esempio: Che le funzioni religiose con prediche e canti slavi potrebbero rimanere per gli elementi anziani fino alla loro scomparsa; che per i giovani, soprattutto per quelli nati dopo il 1918, che hanno avuto una istruzione italiana, la messa dovrà essere celebrata con predica italiana e i conati consueti a le altre chiese del Regno; che i giovani per conseguenza partecipino tutti alla messa inquadrati. E così via sostituendo l’italiano e il latino allo slavo in tutte le cerimonie ove la massa sia composta di giovani. Lo stesso dicasi delle scritte slave da sostituirsi con quelle latine o italiane. Mentre per l’istruzione religiosa dovrebbero quasi sempre essere usati insegnanti del Regno. Aggiungo che, pur ritenendo opportuna una azione molto riservata, non si si deve aver troppe illusioni sulla reazione jugoslava visto che gravi problemi interni ed esterni occupano per ora il governo di Belgrado. Comunque, la reazione sarà sempre appoggiata dai fuorusciti residenti a Zagabria. L’affacciarsi poi della Russia ai Balcani consiglia a non indugiare».
 
In un articolo del Messaggero Veneto si attaccavano sacerdoti sloveni e nazionalisti sloveni che si erano rifugiati a Gorizia, perché anti comunisti ma costituivano in realtà una quinta colonna in Italia

Nel corso degli anni si sono susseguite voci, in parte fondate, in parte strascico del passato, che i preti sloveni fossero nel libro paga della componente jugoslava per nazionalizzare le zone contese. Si deve ricordare che la componente cattolica slovena era suddivisa in varie fazioni e quindi una generalizzazione del genere è storicamente impropria. Un documento della Cia datato 16 maggio 1949 analizza le varie fazioni cattoliche slovene all’interno della Jugoslavia socialista di Tito. Una delle più rilevanti, si legge nel testo americano, è quella capeggiata dal poeta Kocbek, che diventerà noto negli anni ‘70 per aver pubblicato in una rivista letteraria slovena di Trieste, Zaliv una intervista dove ha condannato il massacro dei domobranci, consistente nell’uccisione sommaria di 12.000 miliziani nazisti sloveni alla fine della Seconda guerra mondiale. La fazione cattolica da lui costituita si poneva in contrasto contro Tito e Stalin e sostenne il comunismo clericale. L’estrema destra venne sostenuta dai popolari cattolici (Sis) e riconoscevano in Krek l’unico rappresentante dei cattolici per il popolo sloveno. Gli Strazari, scrive la Cia, erano un pugno di clericali, la maggior parte fuggita dalla Slovenia, si cita anche il gruppo Glavacevo, divenuto impopolare in virtù del suo essere seguace del nazismo, e infine si cita il movimento di Gosar, tra i più popolari, che si ispirava ai laburisti in Inghilterra, sosteneva da un lato la riforma agraria di Tito, ma nello stesso tempo anche la gioventù progressista anticomunista. Rilevante è stato il documento della Cia dell’ottobre del 1950 con il quale si affronta il caso di monsignor Toros. Non una persona qualunque, bensì il monsignore messo a capo dell’arcidiocesi dell’area goriziana in Jugoslavia. Nel documento «si racconta brevemente della sua attività nella diocesi di Nova Gorica e Parenzo, il cui posto in Istria venne preso da un monsignor croato di 38 anni, Nezic. Si relaziona della telefonata che Miha Toros ebbe all’incirca i primi del settembre del 1950 con il ministro dell’Interno della Slovenia, Boris Kraigher». Quest’ultimo fu presidente del Consiglio esecutivo della vicina repubblica socialista dal 15 dicembre 1953 al 25 giugno 1962 nonché noto membro della Lega nazionale dei comunisti. Nel colloquio, si parlò dei rapporti Stato-Chiesa.
 
C’è poi il riferimento anche alla stampa italiana, con un articolo del Messaggero Veneto con il quale si attaccavano sacerdoti sloveni e nazionalisti sloveni che si erano rifugiati a Gorizia, perché anti comunisti ma costituivano in realtà una quinta colonna in Italia con lo scopo di attaccare le politiche del governo. Si sottolineava che le autorità italiane non erano responsabili delle accuse che potevano essere sollevate dalla stampa nell’ambito di quella che veniva definita come propaganda anti-slovena. Nella loro informativa, però, gli americani annotavano che le autorità italiane nell’area di Gorizia ed Udine in realtà ostacolavano l’attività dei preti sloveni». I preti sloveni in quell’area venivano definiti come la quinta colonna di Tito e venivano visti come un pericolo, cosa che fomentava nello stesso tempo una campagna politica antislovena. A conferma di ciò, si citava «il caso del prefetto di Gorizia quando questo si oppose alla nomina di don Pavlin come parroco a Sant’Andrea. Si dedica, infine, breve spazio agli investimenti della Slovenia a favore della Chiesa, rimarcandosi quanto per il Paese fosse rilevante l’attività di Miha Toros e quanto importante fosse che i preti sloveni rimanessero in Italia per la difesa dei diritti della minoranza, concludendosi che in Jugoslavia venne offerta la possibilità ai preti sloveni oppositori di Tito il privilegio di ritornare» in patria. La condizione era che rinunciassero pubblicamente ad attaccare il regime e, inoltre, si attivassero per collaborare attivamente con il governo.
 
Dunque, che i preti ebbero un ruolo sulle questioni nazionali è un dato storico noto e assodato, però ciò non solo sul fronte sloveno e jugoslavo ma anche italiano, come ricorda ad esempio un articolo del Primorski Dnevnik, del 14 marzo 1952, citato dalla Cia, in proposito sulla figura del vescovo Santin che durante il fascismo, si legge, perseguitò i clericali sloveni e che veniva messo paradossalmente sullo stesso piano di Vidali, noto dirigente comunista di primissimo livello, fedele a Stalin, per quanto concerneva il fronte italiano che si stava affermando contro la Jugoslavia di Tito. Come è da rilevare che le persecuzioni a cui furono soggetti i preti sloveni non allineati al regime fascista furono forse senza precedenti in quel contesto storico, constatandosi che ebbero certamente un ruolo fondamentale per la salvaguardia dell’identità slovena e difesa della lingua che il regime cercò di sradicare, difesa della lingua e del nazionalismo sloveno e dell’identità slovena, che continuò anche nei periodi successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. ◼
 
data di pubblicazione: 31-05-2023
autore: Marco Barone | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.88 | tema: STORIA
tag redazionali
comunismo clericale minoranza slava monsignor Toros persecuzione Stalin Tito ventennio fascista
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