Sinistra: oggetti d’antiquariato importati dall’Egitto e dall’area siropalestinese, II millennio a.C. – I secolo a.C., basalto, bronzo, faience, vetro, Museo Archeologico di Aquileia; desta: Il candelabro a sette bracci, simbolo del giudaismo, la menorah, su lucerne conservate ed esposte presso il Museo Archeologico di Aquileia, città presso cui sono state rinvenute. Museo Archeologico di Aquileia.
Nei primi secoli a.C. e d.C. nella città Aquileia erano attive numerose comunità religiose, tra cui quella ebraica. Nella società aquileiese, i Giudei non svolgevano solo attività mercantili o artigianali, ma alcuni erano impiegati anche come magistrati locali, col titolo di
honorati, appartenenti alla classe dei proprietari terrieri. Tra i 5mila reperti vitrei conservati al Museo Archeologico di Aquileia, vi è un gruppo ascrivibile alla produzione siro-palestinese di vetro soffiato dentro matrice, di prima età imperiale. L’officina di vetro siro-palestinese meglio conosciuta è quella dell’ebreo Ennion, forma greca del nome Hananyah (Anania).
Tra le 33 menzioni di probabili immigrati siriani ad Aquileia, compare l’epigrafe IA 75, che rappresenta la prima menzione esplicita di un ebreo ad Aquileia (I sec. a.C.): si tratta di «
Aiacius Dama Iudaeus L. libertus, Agato portitor sociorum servus», liberto che nella quale di
portor (
portitor), addetto alla riscossione dei dazi. Dama è nome tipico della Siria-Palestina, per cui potrebbe trattarsi di uno dei tanti giudei emigrati in Italia a seguito delle vittorie di Pompeo in Oriente (66-63 a.C.). È cosa rara la menzione di giudei nell’epigrafia dell’area altoadriatica. Il
portorium pagato sulle merci in transito consentiva a diversi personaggi di arricchirsi e a volte anche di donare contributi architettonici. È questo il caso di Lucio Aiacio Damo Giudeo, appunto, e di «
Abennaeus Cati M. servus», di età tardorepubblicana, entrambi orientali. Una forma simile del nome di Dama è documentata anche in un’iscrizione di Monastero. Il nome potrebbe venire dall’ebraico
dam, “sangue”. Un Dema è citato nelle lettere paoline (Col. 4, 14; Flm. 1, 23; 2 Tm. 4, 10).
Si dovrà poi attendere la fine del III sec. d.C. per ulteriori notizie circa ebrei ad Aquileia, quando Ursacius Giudeo, padre di due figlie, da qui si trasferì a Roma, dove fu nominato gerusiarca, cioè capo del
sanhedrin locale, il consiglio degli anziani eletti ogni anno dall’assemblea ebraica. A Roma morì e venne sepolto nel cimitero sotterraneo della comunità giudaica. Al secolo successivo risalgono invece tre lucerne che portano impressa la decorazione del candelabro ebraico a sette bracci, la
menorah, conservate presso il Museo di Aquileia (IV sec. d.C.).
Numerosi sono i nomi romani che potrebbero essere stati scelti dagli immigrati per assonanza con nomi o epiteti propri, attestati in Traconitide, Gaza, Siria, ecc., usanza adottata già dal
cohen ha-gadol gerosolimitano Giosuè – Giasone (Zc. 6, 9-14; Ag. 1, 2; Esd. 3, 2). Tale usanza è attestata anche nel Nuovo Testamento relativamente a ebrei come Saul (At. 9, 4.17; 22, 7.13; 26, 14) – Saulo (At. 7, 58; 8, 1.3; 9, 1.8.11.22.24; 11, 25.30; 12, 25; 13, 1.2.7.9) – Paolo di Tarso e Giovanni (At. 12, 12) – Marco (At. 12, 12; 15, 37-41; Col. 4, 10), a cui la tradizione fa risalire la fondazione della Chiesa di Aquileia. Si tratterebbe di un’ulteriore presenza giudaica, o meglio giudeo-cristiana.
Nelle iscrizioni sono menzionati i nomi aramaici Malchus (CIL V, 1619), Malchio (IA 1465), più comuni in occidente che in oriente, e il femminile Malchis (IA 1132), attestato invece nella diaspora siriana. In Gv. 18, 10-11 il servo del sommo sacerdote a cui viene reciso un orecchio durante l’arresto di Gesù ha nome Malco. Eufemia, moglie di Malchus, porta un nome greco e non si può escludere fosse anch’ella di origine orientale. La coppia Malchus – Eufemia, oltre che ad Aquileia, nella chiesa dei santi Felice e Fortunato, è menzionata anche a Grado, nella chiesa di santa Maria delle Grazie. C’è poi un Helius, nome non comune nella Siria coeva (Lc. 3, 23, comunque, nella genealogia di Gesù, ricorda un Helei; un Heli, che significa “ascensione”, invece è
cohen ha-gadol di Silo di cui si parla nel I Libro di Samuele), e Amareus (attestato in IA 926), che è stato considerato arabo. Tuttavia, mi sembra corrispondente all’ebraico Amaryah (per es., in II Cr. 31, 15), reso in Amarai (come Mattatyah o Mattyah diviene Mattai nel
Talmud, per esempio, o Zakkyah diviene Zakkai), da cui Amare- con desinenza -us.
Seguono altri nomi ebraici ad Aquileia, come Obaesathus (IA 926), Mocimus (Monastero 14), Amatla (IA 1388), Bizegonus (IA 1423) e Bonanus (IA 926). Circa quest’ultimo, osservo come, in
Vita Flavio Giuseppe affermi di essere stato, in gioventù, discepolo per tre anni di un maestro di nome Bannus, simile a Bonanus. Le
Lamentazioni Rabbah I, 5, l’
Ecclesiastes Rabbah VII, 11,
Avot di rabbi Natan VI, 3 e il
Talmud Bavli (
Ta’anit 19b;
Ktubot 65a-b; 66b;
Gittin 56a;
Avodah Zarah 25a) parlano di un ricco fariseo di I secolo di nome Buni, o Boni, soprannominato Nakdimon
ben Gurion. Boni potrebbe essere una forma di Bonanus. Infine, tra i discepoli di Yešu
ha-Nozri sempre il
Talmud riporta un Buni (probabilmente identico al precedente). Alternativamente potrebbe anche venire da
ben, “figlio (di)” in ebraico, An(us), che potrebbe stare per Hanan (ipocoristico di Hananyah).
Di origine aramaica è anche Marus, presente in un’altra iscrizione aquileiese. Esclusa la desinenza latina maschile -us resta l’aramaico
mar, “maestro”, in ebraico
moreh. È presente anche la forma latinizzata Abenneus (IA 15), nome di origine aramaica. La prima componente, Ab-, è l’ebraico
av, “padre”. La componente – enne - potrebbe corrispondere, a mio avviso, al nome ebraico Hanan. Semitico potrebbe essere anche Siphara (IA 1490), mentre certamente aramaici sono Sabda (IA 1455) e Achiba (IA 3456), che è chiaramente Akiva, nome portato da Akiva
ben Yosef, rabbino dell’epoca della III guerra giudaica (132-135 d.C.).
Circa Martha (IA 1271), invece, “signora”, “maestra”, viene dall’aramaico
mara. Una Marta, per esempio, è citata in due vangeli canonici, come sorella di Maria (Lc. 10, 38-42) e di Lazzaro (Gv. 11, 1-46; 12, 1-8), e il
Talmud conosce una Martha figlia di Boethus. Nell’iscrizione IA 1204 è citato il nome Barachus, aramaico, ipocoristico di Barachia (terminante in -yah per Yahweh), nome del padre del profeta Zaccaria. Gerolamo riporta l’opinione di alcuni, che egli pure non condivide, secondo cui Barachia si sarebbe chiamato anche il padre di Zaccaria, padre di Giovanni il Battista.
Nelle
Rerum Foro-iuliensium di Henrico Palladio si legge che l’imperatore Teodosio aveva parlato «
de Judaeorum Synagoga Aquileiae», e Ambrogio, vescovo di Milano, nell’epistola XL a Teodosio, fa riferimento alla sinagoga di Aquileia, da poco distrutta. Non si sa tuttavia dove (e quando) fu edificata. L’unica ipotesi proposta è la basilica di Monastero. Nelle iscrizioni ivi ritrovate è elevato il numero di dedicanti con nome o dichiarata provenienza orientali, in particolare siriaca. Questo e la dedica
D(omi)n(o) Sab(aoth) fanno pensare che si trattasse originariamente di una sinagoga.
D(omi)n(o) sab(aoth) è, infatti, la resa e parziale traduzione latina dell’espressione ebraica
Yahweh zebaot, ove z
ebaot significa “schiere” o “eserciti”. Nella
Vulgata di Gerolamo, questa locuzione è resa di solito come
Dominus exercituum, ma compare anche come
Dominus sabaoth, come poi nella liturgia della messa, con l’espressione:
Sanctus, sanctus, sanctus, Dominus sabaoth. L’espressione ebraica
Yahweh zebaot è documentata sin dal VII sec. a.C., in un’epigrafe proveniente da una grotta sepolcrale non lontana da Ebron e conservata presso il Bible Lands Museum di Gerusalemme. Per quanto riguarda l’AT,
Yahweh zebaot, Adonay zebaot (“mio Signore degli eserciti”, come in Sal. 24, 10; Is. 6, 3) o
Adonay Elohim zebaot (“mio Signore Dio degli eserciti”, come in Sal. 80, 20) è attestato 283 volte, soprattutto nei libri di Isaia, Geremia e Zaccaria.
Il pavimento a mosaico della basilica è privo di immagini, il che ricorda il divieto iconoclastico di Mosè. Qui si trovano 36 iscrizioni in greco e latino che nominano gli offerenti. Tra questi alcuni portano nomi ebraici: Ioanna, Ioellus, Ioseph e Sora (trascrizione greca di Sarah, Sara); compare anche Theosebès, “colui che venera Dio”, che era un nome tipico dei simpatizzanti del giudaismo. Il nome Ioanna (Yehohannah) era portato, per es., da una discepola di Gesù, Giovanna moglie di Chuza, amministratore del tetrarca Antipa (Lc. 8, 1-3). Ioellus è Yoel (Gioele), normalmente reso come Iohel in latino nelle traduzioni bibliche, portato da un profeta ebreo e da una dozzina di altri personaggi dell’AT. Significa “giuramento”, “giurante”, “volente” o “Yo (Yahweh) è il Signore (-
el)”. Ioseph è una grafia dell’ebraico Yosef, nome abbondantemente attestato: per restare nel NT, basti pensare a Giuseppe, padre di Gesù, Giuseppe/Iose, fratello di Gesù, Giuseppe d’Arimatea, Giuseppe Barsabba Giusto e Giuseppe Barnaba.
L’occasione per la comunità ebraica di Aquileia per costruire o ricostruire la sinagoga potrebbe essere stata il triennio (361-363) dell’impero di Giuliano, il quale, nella programmatica opposizione ai cristiani, si impegnò a tutelare anche i Giudei, sospendendo il tributo cui erano assoggettati e dando inizio alla ricostruzione (non portata a termine) del Tempio a Gerusalemme (nel 363). Se la basilica di Monastero, la cui la costruzione è datata tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, fosse stata effettivamente un tempo una sinagoga, avrebbe avuto vita breve, dato che è noto che il luogo di culto ebraico fu incendiato nel 388.
Sul pavimento musivo della basilica di Monastero è presente il motivo ricorrente a intreccio noto come “nodo o sigillo di Salomone”. Questo simbolo appare in molte strutture giudaiche del periodo, come, per esempio, nei resti siciliani di un’architettura ebraica o su quanto resta del pavimento della sinagoga di Ostia. Nella basilica di Monastero vi è anche la raffigurazione di un gallo, tema che si trova anche in contesti giudaici, come vi è un’imponente figura di una Vittoria, figura che appare anche in sepolture giudaiche a Roma. Infine, un piccolo pannello a mosaico raffigura un giovane pastore di non più di dodici anni circa, che potrebbe rappresentare Gesù, quale pastore, mentre discute all’età di 12 anni con i dottori del Tempio. Ma il pannello è posto dietro a una colonna, in un angolo scarsamente visibile del pavimento, una posizione poco consona per una raffigurazione del Figlio di Dio. Peraltro, l’episodio di Gesù a 12 anni con i dottori del Tempio ricalca un
tòpos letterario ebraico, che il
Talmud attribuisce a
rabbi Akiva e che Flavio Giuseppe, sempre in
Vita, attribuisce a se stesso.
Ad Aquileia, inoltre, il quartiere suburbano orientale presso il fiume sembrerebbe essere quello più confacente per la presenza giudaica, dato che l’acqua corrente era necessaria per le abluzioni rituali. È infine in questa zona, peraltro, che si situano i centri cultuali per le divinità orientali, come Iside, Serapide e Mitra. E forse Yahweh.
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