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HOME > Articoli e notizie:I vesperi pasquali nella tradizione aquileiense

I vesperi pasquali nella tradizione aquileiense

Ricostruzione e origine del rito

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Basilica di Aquileia. Foto di Giovanni Dall'Orto
Basilica di Aquileia. Foto di Giovanni Dall'Orto
PASQUA E BATTESIMO
Nella la vigenza dell’arcana disciplina del catecumenato, la notte del Sabato Santo si chiudeva il percorso formativo di coloro i quali aspiravano ad entrare nella comunità cristiana mediante la solenne ricezione del Battesimo. Immersi nel Sacro Fonte i neofiti indossavano una candida veste (alba) che avrebbero mantenuto per otto giorni (settimana in albis). Anche volendo limitare la chiave di lettura del Battesimo alla sola dimensione immanente e agli aspetti meramente antropologici, si evince facilmente la rappresentazione di una morte ed una conseguente rinascita: per usare categorie paoline si può ben dire che, per mezzo di quel lavacro, muore l’uomo vecchio e risorge l’uomo nuovo, il cristiano. Appare perciò pienamente comprensibile che, fin dagli albori della sua storia, la Chiesa abbia caricato di contenuti battesimali la Pasqua (passaggio) come si osserva chiaramente in tutte le tradizioni liturgiche d’oriente ed occidente. Un tanto si rende particolarmente evidente ancora oggi nei riti della veglia pasquale in cui una parte consistente ha come fulcro il fonte battesimale. È però interessante notare come nella lex orandi locale, legata all’uso liturgico aquileiense, i secondi Vesperi della domenica di Pasqua, ed anche quelli dell’Ottava, assumevano particolari connotati, con specifiche allusioni al Battesimo che appaiono significative e degne d’attenzione.
 
 
L’USO LITURGICO AQUILEIENSE
Abbiamo qui preferito la locuzione “uso liturgico aquileiense” anziché ricorrere al termine “rito”, ciò soprattutto perché tali costumanze cultuali della Provincia ecclesiastica di Aquileia, perdurate sino alle porte del XVII secolo, erano, specie in prossimità dell’epoca dell’abbandono, come ritiene tra gli altri anche il liturgista Archdale King, ridotte a una variante del rito romano d’utilizzo quasi generale. Nel macrocontesto dato della riforma romano carolingia, essendo patriarca San Paolino, Aquileia si orientò verso il rito romano. In particolare, all’epoca dell’autore della Historia langobardorum, si trattò di esercitare l’opzione tra il rito romano e quello ambrosiano: la complessa faccenda si risolse, affidandola al “giudizio divino”, con l’adozione del primo. Conseguenza di questa antica decisione è l’esiguità delle fonti per quello che fu il rito aquileiense propriamente detto, tanto che oggi sarebbe estremamente complesso, se non impossibile, ricostruire il rito in uso anteriormente ai fatti qui succintamente richiamati. Tuttavia si possono riscontrare nei secoli successivi degli usi locali peculiari, documentati dalle fonti manoscritte ed a stampa, che si estrinsecano durante il cursus dell’anno liturgico e che appaiono sicuramente meritevoli di indagine, approfondimento e confronto. Essi furono destinati a perdurare sino al Sinodo provinciale di Udine del 1596, tenutosi sotto la presidenza del patriarca Francesco Barbaro, che ne stabilì l’abbandono.
 
 
FONTI SUL VESPERO PASQUALE AD QUILEIA
Entrando nel merito dell’argomento specifico di questo scritto, va constatata l’assenza di fonti risalenti agli albori della Chiesa di Aquileia che permettano di caratterizzare un eventuale rito pasquale vespertino proprio delle origini: indicazioni in merito non si riscontrano nemmeno nei pur altrimenti preziosissimi “Sermoni liturgici” di San Cromazio. Per gli ultimi secoli dell’uso aquileiense, sono invece diverse ed articolate le fonti che ci testimoniano la celebrazione e la rilevanza di questo rito in ambito “patriarchino”. Prima di discuterne le possibili origini ed indicare delle analogie in altri usi liturgici locali, sarà opportuno descriverne le caratteristiche e lo svolgimento come potrebbe essere stato celebrato sino al Sinodo di Udine, confrontandolo specialmente alla forma più strettamente romana che ci viene attestata dal Breviarium Romanum promulgato nel 1568 da papa San Pio V (editio princeps). Va notato altresì che, nell’area di nostro interesse, non si riscontra una totale uniformità degli usi e ciò sia sotto il profilo cronologico sia relativamente alla distribuzione geografica. Nel tentativo di operare una ricostruzione del rito che sia la più attendibile possibile, è innanzitutto necessario escludere, almeno ad una prima analisi, tutti i libri liturgici pur in dotazione alla Chiesa locale ma non di chiara origine aquileiense, tra i quali numerosi codici di area italiana e soprattutto germanica, giunti in larga parte in queste terre al seguito dei numerosi Patriarchi d’oltralpe che si sono succeduti sulla Cattedra di Ermacora. Tali libri, pur certamente usati e tramandati nel patriarcato, non costituiscono tuttavia testimonianza di un uso locale, avendo tutt’al più contribuito allo sviluppo organico dello stesso. Per il rito in esame, tra le fonti liturgiche manoscritte, ovvero breviari, antifonari e processionali di certa origine aquileiese, è possibile osservare l’esistenza di quattro varianti o tradizioni distinte: due più antiche relative a San Daniele del Friuli (secoli XI-XII) e Cividale (secoli XII-XIII) e due in larga parte successive, una riguardante il rito per come si svolgeva nella Basilica patriarcale di Aquileia (secoli XIII-XIV), l’altro per l’uso della Collegiata di Cividale (secoli XIV-XV). Le principali differenze saran-no brevemente citate più avanti e sono più dettagliatamente riscontrabili nella tabella proposta. Al momento basti generalmente osservare come lo sviluppo cronologico di tali variazioni appaia compatibile con un’evoluzione almeno in parte locale del rito: le fonti più antiche, infatti, pur con alcune differenze, presentano maggiori analogie con i primi testimoni latini mentre le più recenti se ne discostano maggiormente anche con l’introduzione di ulteriori elementi riscontrabili solo su base locale. In questo contesto, il rito presente nei libri liturgici redatti per l’utilizzo nella Basilica Patriarcale di Aquileia, può essere considerata come la matura evoluzione della forma locale dei Vesperi pasquali, già in parte attestata nel XII secolo, e rappresenta la variante più diffusa nei testimoni noti, nonché quella trasmessa alle edizioni a stampa. Essa sembra, peraltro, aver costituito la base per l’introduzione di ulteriori elementi, avvenuta successivamente a Cividale. Inoltre, sono sempre i libri di Aquileia, redatti per le celebrazioni del Pontifex, ovvero del Patriarca, che forniscono gran parte dei dettagli cerimoniali, tramandando le più ricche indicazioni rubricali. Per questi motivi si considererà tale variante come versione di riferimento sia nella descrizione sia nella ricostruzione del rito.
 
LA CELEBRAZIONE DEL VESPERO DI PASQUA
Il clero faceva accesso al coro processionalmente: precedeva un chierico con il turibolo, altri tre con la croce astile ed i candelieri, quindi un suddiacono parato con piviale bianco che portava l’evangeliario, seguiva il resto del clero e dunque l’officiante. Giunti al luogo deputato il celebrante incensava il testo del santo Vangelo che poi baciava. L’ora canonica del Vespero pasquale, di cui possiamo individuare più momenti distinti ma collegati, veniva aperta dal canto delle nove invocazioni del Kýrie eléison (a similitudine della Messa). Nell’uso aquileiense, così come nel rito romano, il Vespero veniva aperto d’abitudine dall’ invocazione Deus in adjutórium meum inténde, mutuata dal Salmo 69, ma a Pasqua, nel nostro uso locale, si aprivano allo stesso modo anche la celebrazione delle altre ore canoniche, dall’Ora minore di Sesta della domenica pasquale a quella di Terza del sabato in albis. Le invocazioni, dal punto di vista musicale, venivano modulate allo stesso modo riscontrabile nell’Ordinarium I, Lux et orígo, che l’edizione vaticana dei libri gregoriani riserva al tempo pasquale. A questo punto veniva intonata un’antifona dell’VIII modo gregoriano, che ha come testo l’invocazione Allelúja ripetuta quattro volte. Si segnala l’esistenza di una variante con Allelúja triplicato, riportata, con relativa melodia in notazione adiastematica, nel codice San Daniele 4. La stessa antifona era ripetuta dopo il canto dei salmi 109 (Díxit Dóminus Dómino meo), 110 (Confitébor tibi Dómine  in toto corde meo) e 111 (Beátus vir qui timet Dóminum), comunemente assegnati, anche nel Breviarium Romanum, ai Vesperi della domenica ed anche a Pasqua, domenica per antonomasia. Nel rito romano stricto sensu ciascuno dei salmi era preceduto e seguito da un’antifona mutuata dalle Lodi del giorno. Mentre nei testimoni locali più antichi, quali il summenzionato codice sandanielese ed il Breviario di Cividale XCI, si registra l’uso di completare l’usuale salmodia del Vespero domenicale con il canto dei salmi 112 (Laudáte pueri Dóminum) e 113 (In éxitu Israël de Ægýpto), nelle altre fonti, più tardive e diffuse, si registra l’uso di eseguire l’Hæc dies (Sal. 117, 24), ossia lo stesso brano che la Messa del giorno assegna come graduale, di cui segue quasi del tutto la notazione delle edizioni vaticane. Mentre ad Aquileia il versus è il medesimo utilizzato nella Messa (Confitémini Dómino, quoniam bonus; Ps. 106, 1), a Cividale risulta in uso una versione diversa: Confitémini Dómino, fílii Israël, quia non est álius Deus præter eum: ipse liberávit nos propter misericórdiam suam; aspícite quæ fecit nobíscum, ut enarrém ómnia mirabília ejus. Allelúja. [Componimento basato su Tob. 13,3-7; Trascrizione 1].
 

Senza soluzione di continuità veniva quindi cantato l’Allelúja con il versetto Pascha nostrum (I Corinzi, 5, 7) in tutto simile, per testo e melodia, a quelli del Messale e Graduale romano e, parimenti, dei testimoni aquileiensi. Nella circostanza del Vespero si aggiungeva l’ulteriore versetto, sempre su testo paolino, Epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis (I Corinzi, 5, 8). La rubricazione talvolta piuttosto meticolosa, in particolare dei codici in uso ad Aquileia ma anche del Breviarium del Capitolo di Trieste, fa trasparire uno spiccato gusto per la drammatizzazione, ottenuta mediante una serrata alternanza tra i cori che si dividono le singole parti dei brani. Veniva dunque eseguita l’antiphona ad evangelium, locuzione che indica che il breve componimento prelude e segue il cantico evangelico di San Luca (Lc 1, 46-55) ossia il Magníficat. Il testo dell’antifona in uso ad Aquileia, almeno dal XII secolo, «notevole per il ritmo e per la rima», così recita: Post passiónem Dómini, factus est convéntus, quia non est invéntum corpus in monuménto. Lapis sustínuit perpétuam vitam monuméntum rédidit cœléstem margarítam. Allelúja. Dal punto di vista musicale si tratta di un brano del I modo che non tradisce nulla di particolarmente originale, trattandosi come frequente nella prassi dell’epoca, del riutilizzo di una melodia antifonaria che potremmo definire di repertorio. Va qui notato che nei già citati codici della Guarneriana e nell’antico Breviario cividalese, l’antiphona ad Magníficat è la stessa del rito romano [Et respiciéntes; Trascrizione 2], mentre i testimoni, più tardi, di Cividale riportano l’antifona: Et [/Hæc] dicébant ad ínvicem quis revólvet nobis lápidem, ab hóstio monuménti, allelúja, allelúja [Trascrizione 3].

Quest’ultima è un’antifona in VIII modo non comune nel repertorio romano, tuttavia attestata pur con varianti in numerosi codici d’oltralpe ed anche in area padana.
 
Durante il canto del Magníficat, sebbene le indicazioni rubricali dei codici tacciano in tal senso, possiamo ritenere che avvenisse l’incensazione dell’altare, del clero e del popolo secondo l’uso generalmente diffuso. Dopo il Magníficat e la ripetizione della relativa antifona, l’officiante cantava l’Orazione che corrisponde alla collecta, di matrice gregoriana, presente nel Missale Romanum (ed anche in quello aquileiense) nella Messa del giorno.
 
È proprio in questo momento che la celebrazione del Vespero pasquale assumeva dei toni altamente caratteristici: usualmente la celebrazione delle ore canoniche è caratterizzata dalla “staticità”, nel comune immaginario si ha il clero assiso nei suoi stalli che salmodia leggendo dai libri sorretti dal badalone e ci si limita a spostarsi dal choro – luogo eletto alla celebrazione dell’Ufficio Divino – per incensare l’altare ai cantici evangelici delle Lodi e del Vespero, qualora celebrati solennemente. In questa occasione, e per tutta l’Ottava pasquale, nella nostra tradizione locale si compivano delle processioni che raggiungevano quei luoghi che evocavano i misteri celebrati nei giorni precedenti, una sorta di itinerante ripasso, quasi un ideale pellegrinaggio catechetico per riviverli ed imprimerli indelebilmente nella memoria. La prima processione si dirigeva alla Croce, simbolo per eccellenza della redenzione, o all’altare ad essa dedicato, nel caso fosse presente come ad Aquileia e Cividale. Ivi si cantava il responsorio Christus resúrgens che i codici locali tramandano in due versioni diverse, una più lunga, ricca ed ornata in uso a Cividale [Trascrizione 4], certamente esclusivo dell’area aquileiese. Essa piuttosto rientra nel canone poetico-estetico caratterizzante gran parte dell’arte sacra medievale, e che include un profondo intento didascalico. Tuttavia, è proprio in area aquileiense, ed in particolar modo a Cividale nel XIII-XIV secolo, che risulta particolarmente diffusa e sviluppata. Studi recenti su manoscritti di area padovana inoltre suggeriscono che la propensione alla teatralità potesse essere, in epoca più remota, un tratto comune di tutta l’area anticamente legata al Patriarcato. La tendenza drammaturgica espressa dall’articolazione di questo responsorio va ascritta ad un contesto caratterizzato dalla frequente inserzione, all’interno dei sacri riti, di vere e proprie rappresentazioni. Tali drammi si svolgevano tenendo in considerazione anche l’aspetto spaziale della liturgia, rappresentando in luoghi liturgici specifici (ad esempio presso il sepulchrum ecc.) i relativi eventi evangelici. In tale luce, l’approccio drammatico non si riduce ad un mero intento didascalico, distinguendosi in ciò dalla sacra rappresentazione, bensì esprime una dimensione sacra, e quindi propriamente liturgica, riconducibile al principio di exemplum ed imitatio ed, in ultima analisi, di riattualizzazione che è cardine fondante la liturgia delle Chiese apostoliche. Compiuta l’incensazione – dopo il versetto Dicíte in géntibus [/natiónibus], allelúja, cui si rispondeva Quia Dóminus regnávit a ligno, allelúja – l’officiante cantava un’altra orazione (Deus qui ad ætérnam vitam), ancora una volta di tradizione gregoriana.
 
A questo punto si riformava il corteo processionale per dirigersi alla volta del fonte battesimale che almeno nelle chiese più importanti, come Aquileia e Cividale sino al principio del XVII secolo - era distinto dall’edificio ecclesiastico principale ed anzi costituiva una costruzione autonoma a sé stante dalle fattezze di una chiesa. I processionali quattrocenteschi della collegiata cividalese assegnavano a questo momento l’antifona In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, allelúja, congregábo gentes et cólligam regna, ut effúndam super vos áquam mundam, allelúja [Trascrizione 5].

Come Et dicébant, anche ques’antifona in VIII modo non trova riscontro nella tradizione liturgica tridentina ed i testimoni esistenti sono prevalentemente d’oltralpe. L’uso di questo testo nei Vesperi pasquali è però certamente molto antico e probabilmente non locale: l’antifona, infatti, è presente, pur con melodia non uguale, nei Vesperi pasquali di un codice liturgico del XI secolo in uso presso la Basilica di San Pietro in Vaticano e che è generalmente considerato uno dei principali testimoni superstiti del cosiddetto “canto romano antico”. È inoltre interessante notare che tale antifona, con la stessa funzione, si riscontra anche a Venezia negli usi peculiari della ducale basilica marciana, perdurati sino ai primi anni del XIX secolo. Presso il fonte battesimale, ornato ed illuminato a festa, l’antifona Vidi áquam (Ezech. 47, 1-9), del modo VIII - usualmente assegnata al rito dell’aspersione con l’acqua prima della Messa di Pasqua e delle domeniche del tempo pasquale - preludeva e faceva seguito al Salmo 112 (Laudáte puéri Dóminum) ed a Trieste, come attesta il locale Breviarium del XV secolo, si cantava verosimilmente sotto la stessa antifona, pure il Salmo 113 (In éxitu Israël). Il sacro fonte veniva incensato e l’officiante cantava il versetto Dómine apud te fons vitæ, allelúja cui si rispondeva Et in lúmine tuo vidébimus lumen, allelúja. L’orazione Deus qui diversitátem géntium, il cui testo, ancora una volta compreso nel Sacramentario gregoriano, si ritrova come collecta del giovedì dell’ottava pasquale sia nel Missale Romanum sia in quello secundum consuetudinem almæ Aquileyensis Æcclesiae, chiudeva questa fase del Vespero di Pasqua.
 
Un altro spostamento avveniva alla volta del “sepolcro”: esso, nella basilica poponiana di Aquileia, è identificabile con la costruzione rotondeggiante, dell’XI secolo, presente in principio della navata di sinistra. Va notato che questo particolare luogo liturgico, anche se chiamato con lo stesso termine con cui popolarmente si denomina l’“altare della reposizione” - destinato tradizionalmente alla conservazione dell’Ostia consacrata nella Messa in Cœna Domini del giovedì santo per la celebrazione della “Messa dei Presantificati” del giorno successivo (secondo il Missale Romanum) – conosceva, attorno ad esso, nell’usus aquilejensis, uno sviluppo rituale più ampio e complesso nel corso delle funzioni del Triduo pasquale. Al Vespero pasquale, presso il sepolcro, si cantava l’usuale ultimo salmo del Vespero domenicale, ossia il 113 (In éxitu Israël), preceduto e seguito dall’antifona Veníte et vidéte locum ubi pósitus erat Dóminus, allelúja, allelúja. Il sepolcro veniva dunque incensato ed il versetto Surréxit Dóminus de sepúlchro, allelúja – con la relativa risposta Qui pro nobis pepéndit in ligno, allelúja – precedeva l’orazione Præsta quaésumus omnípotens Deus che ritroveremo, con analoga posizione e destinazione, negli antichi e abbandonati usi dell’Urbe. Fatto ritorno in choro, la funzione si chiudeva con il canto del Benedicámus Dómino, arricchito dalle invocazioni dell’Allelúja. Il Vespro si chiudeva quindi con la benedizione del vescovo, se presente, per proseguire, in ogni caso, con l’officiatura dell’Ora canonica di Compieta.
 
Secondo i processionali di Cividale, la conclusione del Vespero pasquale presso la Collegiata conosceva uno sviluppo di maggiore ampiezza e sarà interessante notare di come alcuni elementi furono destinati ad una longevità che trascese di gran lunga l’epoca dell’adozione dei libri liturgici “tridentini”. La classica formula di congedo dell’officiatura delle Ore canoniche, ossia il Benedicámus Dómino veniva preceduta da un particolare canto: Submérsus jacet Phárao [Trascrizione 6].
 
Sebbene le rubriche dei manoscritti cividalesi indichino il componimento come Prosa, il Submérsus è più propriamente un tropus alla formula del Benedicámus Dómino. I tropi erano delle particolari inserzioni testuali che precedevano, seguivano o persino inframmezzavano i formulari liturgici ufficiali, che fiorirono in modo piuttosto lussureggiante ed anche diversificato rispetto agli usi locali nel corso del Medioevo. Nel tentativo di una restaurazione dell’originaria purezza ed uniformità, i redattori dei libri liturgici compilati ad mentem dei dettami del Concilio Tridentino li espunsero. Quello di Cividale, per motivi ignoti e difficilmente indagabili, scampò de facto alle epurazioni di Trento per giungere ancora in uso nell’età contemporanea. Questa singolare sopravvivenza, limitata alla Collegiata di Cividale, forse potrebbe essere ricercata nella tradizione locale secondo la quale il Submérsus sarebbe stato importato in Friuli dal patriarca Bertoldo di Andechts (+ 1251). Il prelato ungherese, signore temporale della Patria del Friuli, era cognato della figlia di re Andrea, Santa Elisabetta d’Ungheria. Essendo la Santa, celebre per munificenza e carità, benefattrice del Capitolo di Cividale, volle espressamente che tale canto fosse adottato dal clero locale: mercé questa tradizione il brano era detto popolarmente “ongaresco”. Tale ipotesi non convinceva il Vale, che anzi avanzava l’ipotesi che il Submérsus potesse essere stato composto da tale frater Antonius Civitatensis, vissuto nel Quattrocento, autore anche di «[…] altre produzioni musicali di sapore piuttosto leggero». Il canto del Submérsus - detto popolarmente “Fanò”, probabile corruzione del termine Pharao - avveniva innanzi all’altare di San Donato ove era allestito il sepolcro: come testimonia ancora monsignor Vale, fino alla sua epoca – nonostante che per i riti del Missale Romanum servisse solo per le funzioni del giovedì e venerdì della Settimana Santa – nel tempo pasquale si mantenevano ancora gli arredi solenni e si lasciava la porticina del tabernacolo aperta, un lacerto forse interpretabile come allusiva testimonianza di quelle che erano state le costumanze rituali proprie all’epoca dell’usus aquileyensis. Questo brano è inoltre testimone di un’altra peculiarità del repertorio liturgico musicale cividalese, ovvero l’ampio ricorso al cantus planus binatim, prima forma di sviluppo verso la polifonia, nella quale due voci di canto piano si muovono autonomamente ed in parallelo, pur in modo ancora non mensurale. Tale pratica risulta ampiamente diffusa nel medioevo europeo, tuttavia il Submérsus, come alcune altre polifonie primitive, non trova riscontro al di fuori dalle fonti cividalesi, circostanza che ne suggerisce un’origine quasi certamente locale. Nel contesto medievale europeo, sia la pratica compositiva del cantus planus binatim in generale che alcune specifiche composizioni risultano essere ben più arcaiche dei testimoni pervenutici ed il loro uso, soprattutto in ambito liturgico, è documentato in molti casi essere stato persistente nel tempo. Il Submérsus, tuttavia, utilizzando la tecnica dello “Stimmtaush”, introdotta nel XII/XIII secolo, certamente non può essere considerato appartenente al nucleo delle composizioni prepolifoniche più arcaiche. In accordo con queste considerazioni stilistiche, è forse possibile ipotizzare una data di composizione corrispondente alla prima metà del XIII secolo, con un termine ante quem che si può porre con certezza nel 1264, in corrispondenza alla datazione del testimone più antico, ovvero il codice Cividale LVIII. È suggestivo osservare come tali date siano pienamente compatibili con l’ipotesi tradizionale precedentemente menzionata. Relativamente al perdurare dell’uso, Petrobelli riferisce che esso si mantenne fino al 1960: si hanno partiture delle voci separate trascritte nel Settecento ed alcune anche del 1921, una circostanza sicuramente insolita e rara, tanto da far ritenere che non vi sia stata nessuna composizione polifonica che abbia avuto un utilizzo così duraturo e prolungato nel tempo. Il sacro rito si chiudeva con la formula di congedo Benedicámus Dómino arricchito dal triplice Allelúja (diversamente dal Breviarium Romanum che ne prevede due) la cui esecuzione – con una melodia che il Papinutti definisce «bella e ricca» - secondo i codici della Collegiata era tradizionalmente affidata ad un bambino, e dunque col canto dell’antifona Regina Cœli (Trascrizione 7).
 
Riguardo le peculiarità specifiche che si mantennero in Cividale – verosimilmente fino al 1960 ossia fino quando si eseguiva ancora il Submérsus - è ancora il Vale a ragguagliarcene: alla fine del Vespero si andava processionalmente, attraverso la navata destra, fino alla porta maggiore del duomo ove si cantava un’orazione, si raggiungeva il battistero laddove se ne cantava un’altra, infine, al canto del salmo 112 (Laudáte puéri) si raggiungeva l’altare di San Donato (adibito a sepolcro) per cantare il tropus. L’Autore, a margine di questa stringata descrizione dello status quo ai suoi tempi, informa che, all’epoca, simili usi sussistevano anche in altri luoghi dell’arcidiocesi di Udine. Purtroppo, a distanza di quasi centoventi anni dalla testimonianza del Vale, non è possibile individuare i luoghi precisi cui allude l’Autore, ulteriori dettagli ritualistici-cerimoniali o particolari brani eseguiti nella circostanza, lacerti di quella che fu una più ampia lex orandi locale che merita sempre di essere approfondita e conosciuta.
 
CONSIDERAZIONI SULLE ORIGINI E COMUNANZE CON ALTRI USI LITURGICI
L’esistenza in diverse aree europee di testimoni precedenti i citati codici Aquileiensi, inclusi anche gli Ordines Romani, che già presentavano diversi e sostanziali elementi in comune con la forma aquileleiense del Vespero pasquale, non depone per un’origine autoctona della medesima. Essa non rappresenta, o almeno non del tutto, un’esclusività specifica del territorio, tuttavia va osservato come, diversamente da quanto avvenne in altre geografiche, nelle terre patriarcali essa si mantenne, ed anzi si sviluppò, con maggior tenacia nel tempo. Lo svolgimento locale del rito appare innanzitutto essere una riproposizione ed adattamento ai luoghi nostrani di quello che fu il Vespero “stazionale” di Pasqua in uso a Roma nel corso del Medioevo, definito da Amalario come gloriosum officium in Romana Ecclesia – forse derivato da un antico processo imitativo degli usi gerosolimitani (già ravvisabile embrionalmente nell’Itinerarium Ægeriæ) - che ci viene tramandato soprattutto nelle descrizioni date dagli Ordines XXX B e L (secondo la numerazione di Michel Andrieu) che datano alla fine dell’VIII e del X secolo rispettivamente. Pur certamente collocandosi nella tradizione romana senso lato, va tuttavia notato il fatto che entrambi questi ordines siano stati redatti oltralpe. Inoltre, un testimone di poco successivo ma strettamente e certamente romano, quale l’antifonario della Basilica di San Pietro in Vaticano del XII secolo, presenta alcune differenze significative con gli Ordines, tra le quali anche l’ordine delle stationes. Complessivamente, si può quindi certamente concludere che a Roma il rito fosse già ben radicato ma non è possibile escludere che nel suo sviluppo abbiano poi influito contaminazioni da usi nordici, con elementi simili, peraltro, proprio a quelli riscontrati ad Aquileia. In mancanza di testimoni patriarcali antichi, è in ogni caso allo stato impossibile stabilire con certezza quando e da dove tali usi fossero giunti in ambito aquileiense. Va comunque segnalato come l’ordine delle stationes nell’ uso di Aquileia fosse più simile a quello in uso presso San Pietro. D’altra parte, come significativamente affermava lo studioso salesiano Armando Cuva: «Va rilevato che la diffusione degli Ordines favorì lo sviluppo della celebrazione in tutta l’area della liturgia romana.» e ciò è generalmente sempre vero per quanto attiene l’esportazione delle prassi in uso nell’Urbe. In aggiunta, appare meritevole di ulteriori indagini una caratteristica che si riscontra nell’uso aquileiese ma assente nei libri romani antichi, e cioè la statio ad sepulchrum.
 
Sulla scorta del testimone più antico (Ordo XXXB) descriveremo quindi succintamente le modalità celebrative convenzionalmente definite romane di questa peculiare officiatura vespertina, che si teneva dalla domenica di Pasqua fino al sabato in albis, in modo da poter cogliere facilmente le analogie, ed anche gli adattamenti e le differenze, del costume locale. Il clero si raccoglieva sotto la Croce trionfale eretta sulla pergula della navata della basilica di San Giovanni in Laterano, al canto del Kýrie essi muovevano alla volta dell’abside per prendere posto durante il canto dei salmi 109 (Díxit Dóminus), 110 (Confítebor tibi Dómine) e 111 (Beátus vir). Tra il secondo ed il terzo salmo venivano intercalati dei versetti, dal salmo 92 (Dóminus regnávit), fortemente allusivi al trionfo di Cristo per mezzo della risurrezione, declamati sia in latino che in greco. Si cantava dunque il Magníficat ed un’orazione chiudeva questa prima parte del rito. Ingrossata dalle fila dei neofiti rivestiti della loro candida tunica, una processione muoveva dietro l’abside dell’arcibasilica, sotto il portico non più esistente, alla volta del battistero (entrando dalla parte opposta all’attuale entrata) al canto dell’antifona In die resurrectiónis meæ, che abbiamo riscontrato essere attestata nell’uso cividalese e marciano. Presso il battistero si cantava il salmo 112 (Laudáte puéri Dóminum), dei versetti in lingua greca, la reiterazione del Magníficat ed un’orazione chiudevano questa fase dell’officiatura. La processione quindi si riformava per volgersi, al canto del Vidi aquam, in direzione del contiguo e non più esistente oratorio della Croce, detto Sant’Andrea ad Crucem, ove i neofiti avevano ricevuto, nel corso dei riti vigiliari, la consignatio. È interessante notare come la statio ad Crucem, sia ad Aquileia sia a San Pietro in Vaticano, precedesse quella ad Fontem. Pur essendo impossibile trarre conclusioni definitive sull’argomento, va comunque segnalata la possibile rilevanza, nello sviluppo degli usi locali, della spazialità del rito, intesa non solo come progettazione dello spazio sacro in funzione del culto ma anche, in caso di accoglimento di nuove varianti cerimoniali su un substrato preesistente, come adattamento dello svolgimento rituale alla disposizione del luogo liturgico. Alla Croce veniva cantato il salmo 113 (In éxitu Israël), un versetto alleluiatico (su testo del salmo 94, Veníte exultémus, abitualmente impiegato come Invitatorium al Mattutino), l’ulteriore ripetizione del Magníficat ed un’orazione concludeva il Vespero. Come annota l’Ordo: «Hæc ratio per totam ebdomadam servabitur usque in dominica alba».
 
Ci troviamo dunque di fronte a un Vespero “stazionale”, con delle peculiari visite a luoghi che, come afferma il Righetti, «avevano lo scopo precipuo di ricondurre i neofiti in pio pellegrinaggio ai luoghi memorandi dove la notte precedente si era compiuta la loro rigenerazione cristiana». Apparirà perciò naturale inquadrare questi particolari riti proprio nel contesto di “stazionalità”, come accennato di probabile derivazione gerosolimitana, che caratterizzava in modo importante le celebrazioni romane dell’età di mezzo. Così come nell’ambito di esse, ed assieme ad esse, ebbe a perdurare, parimenti assieme ne condivise il declino che si situa nel XIV secolo, segnatamente nel periodo della “cattività avignonese” che decretò il loro abbandono. Con il ritorno del papa a Roma - complice anche lo stato di degrado in cui versavano gli edifici ecclesiastici - le liturgie papali assunsero prevalentemente una dimensione palatina e dunque una configurazione più “statica” rispetto alla antica “stazionalità”, di cui poco più rimase che la mera menzione della chiesa dove si faceva stazione nel Missale Romanum in particolare nei “tempi forti”. A ciò si aggiunga, per quanto concerne lo specifico caso dei Vesperi pasquali, che le cappelle non erano dotate del fonte battesimale, tappa tra le principali di questa particolare celebrazione. Per tale ordine di concause, nell’uso della curia romana, per celebrare il Vespero pasquale, ci si accontentò di prendere le cinque antifone delle Lodi da premettere e far seguire agli ordinari cinque salmi (dal 109 al 113) assegnati al Vespero delle domeniche. In questa nuova fase, le uniche caratteristiche peculiari dei Vesperi pasquali romani furono l’assenza del Capitulum (la breve lettura scritturale collocata dopo la salmodia), dell’inno (la cui assenza è caratteristica del modo arcaico di ordinare l’Ufficio) ed il versetto, sostituiti dall’Hæc dies, già adoperato come graduale nella Messa e qui indicato come antifona. In tale forma lo ritroveremo “cristallizzato” nel Breviarium tridentino. Tuttavia la forma antica non fu abbandonata del tutto e conobbe delle locali sopravvivenze, caratterizzate da una marcata diversità degli usi, come nel caso della giurisdizione ecclesiastica aquileiense, ma anche in diocesi della Francia e della Renania ed in seno agli usi propri di qualche Ordine religioso.
 
Appare estremamente interessante che del “Vespero battesimale” si faccia menzione nell’ Institutio Generalis della Liturgia Horarum – collegata alla Costituzione Apostolica Laudis Canticum del 1970 - laddove, al 213 se ne raccomanda la conservazione. Ciò appare significativo quanto a testimonianza di questa singolare sopravvivenza ma anche, come riteneva Armando Cuva, una solida premessa alla prospettiva di restaurazione e recupero di quella che il Beato Ildefonso Schuster definì essere «la cerimonia più caratteristica della festa di Pasqua in Roma». ◼
data di pubblicazione: 31-05-2023
autore: Gianluca Gortan Cappellari, Francesco Tolloi | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.88 | tema: ARTE E CULTURA
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Aquileia battesimo liturgia aquileiense Pasqua vespero pasquale
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