Per comprendere pienamente la ricchezza di un territorio multiforme e complesso, come quello del Goriziano, potremmo analizzare la storia dei conti e alla Contea di Gorizia nel loro ultimo periodo, nel quale sarà centrale figura di Enrico IV. Il conte Enrico, ormai maggiorenne, iniziò il suo regno che durerà sessant’anni fino al 1454: ridivenne avvocato della chiesa di Aquileia, ottenne il titolo di vicario generale e poi amministratore di Feltre e Belluno; gli Asburgo lo elevarono al grado di capitano di Carniola e Venezia lo investì del grado di maresciallo del Friuli. Intanto la situazione del patriarcato stava degenerando, infatti sotto Ludovico di Teck, nel 1420 ebbe termine il potere feudale proprio a causa del duro intervento di Venezia, non senza l’immobilismo della nobiltà friulana profondamente divisa al suo interno. Enrico IV tentò invano di contrastare l’avanzata di Venezia, anche con l’ausilio degli ungheresi, ma nel 1424, insieme al fratello Giovanni Mainardo, venne ricevuto dal doge che li investì dei feudi già precedentemente ottenuti dai patriarchi, nonché consegnò loro il bastone di maresciallo del Friuli e lo stendardo bianco e rosso. Come sottolinea Sergio Tavano, in questo modo «Venezia volle fondare le sue pretese su tutti i possedimenti dei Goriziani, suscitando la reazione più vivace dell’imperatore che invece considerava i conti di Gorizia fra i suoi principi, non subordinati ad altro potere che al suo».
La principesca Contea era a tutti gli effetti un insieme unitario, consolidatosi in cinque secoli di storia
Dopo la morte di Enrico gli succedettero in pochi anni il fratello Giovanni, poi i figli Ludovico (morto nel 1457) e nel 1462 Leonardo, ultimo conte di Gorizia. Quest’ultimo rimase solo al governo per quasi quarant’anni, tentò di sposare una Visconti di Milano ma ottenne Paola Gonzaga dalla quale credeva di poter ricavare una ricca dote e una discendenza maschile; probabilmente ebbe un’unica figlia scomparsa ancora bambina. Come scrive Sergio Tavano: «Nell’azione tendente a fiaccare e ad assorbire Gorizia e la sua Contea, Venezia approfittò della circostanza per costruire una fortezza a Gradisca, proprio nel territorio della Contea: era facile camuffare un intento con l’altro. Per reagire Leonardo si volse ancor più decisamente verso gli Asburgo. Massimiliano lo prese sotto la sua protezione e ottenne da lui la permuta di territori esposti a Venezia (Cormons, Castelnuovo, Codroipo e Latisana) in cambio di castelli più a settentrione; di conseguenza veniva spostata ancor di più verso le terre transalpine l’asse della politica goriziana, che del resto aveva sempre guardato con preferenza in quella direzione, sia per ciò che riguarda le alleanze sia per i legami matrimoniali».
La principesca Contea era a tutti gli effetti un insieme unitario, consolidatosi in cinque secoli di storia. Leonardo anche se molto attaccato ai possedimenti e geloso della propria dignità di principe del Sacro romano impero vedeva in Massimiliano l’unica alternativa affinché la Contea non cadesse nelle mani venete e non venisse smembrata; anche i sudditi di Leonardo guardavano alla Contea come a uno Stato unitario e inscindibile, e anche loro sapevano che solo la potenza imperiale era l’unica salvezza alla Serenissima. Nel 1497 spirò la moglie Paola Gonzaga. Leonardo decise di non sposarsi dopo vedovo, come avevano fatto suo padre e suo nonno, arrendendosi al destino di morire senza discendenza. Il 27 febbraio 1497 si realizzò il contratto di scambio con l’imperatore Massimiliano I; il conte concedeva all’imperatore, inizialmente per dodici anni, i castelli di Cormons, Belgrado, Codroipo, Castelnuovo, Latisana e Flambro ottenendo in cambio la valle del Vipacco presso Gorizia e le vecchie signorie in Alta Carinzia (Kirchheim, Oderdrauburg, Pittersberg) e Moosburg. Gli ultimi anni del conte furono molto tormentati da una vecchia malattia e da una serie di dispiaceri.
Leonardo morì il 12 aprile 1500, Domenica delle Palme, inumato già il giorno successivo nella chiesa parrocchiale di Lienz. L’imperatore Massimiliano protestò per i costi eccessivamente ingenti delle esequie che si svolsero solo un mese più tardi. L’ultimo conte è ricordato ancora oggi, nella cappella di Sant’Anna della Chiesa Cattedrale di Gorizia, da una lapide murata nella quale si vedono le armi del Tirolo, dei Gonzaga, della Carinzia e di Gorizia, e si legge in tedesco: «Leonardo per la Grazia di Dio conte palatino della Carinzia, conte di Gorizia e del Tirolo, avvocato delle case d’Iddio di Aquileia, di Trento e di Bressanone, ha fatto fare questa lapide, nell’anno […]». Sergio Tavano, nella premessa alla monografia I Goriziani nel medioevo: conti e cittadini, a pagina 12 ricorda che «la Contea di Gorizia nell’aprile del 1500 passò tra i possessi degli Asburgo e il suo titolo visse fino all’ultimo imperatore, Carlo I: portava con sé l’indicazione d’un’identità precisa. Le coordinate, in senso territoriale e soprattutto in senso politico – istituzionale, si può dire che fossero stabilite già dal diploma di Ottone III del 28 aprile 1001: alla fine la Contea ebbe e mantenne una sua identità culturale, omogenea nella varietà delle parlate. Si può dire liberamente che la Contea resistette oltre ogni condizionamento fino al 1923, quando la soppressione della Provincia di Gorizia dissolse un legame che era stato dinastico ed era divenuto nei secoli culturalmente unitario».
Questa unità culturale è possibile proprio ritrovarla in quello straordinario strumento che è l’Archivio storico provinciale – contenente documentazioni a partire dal XIII secolo – nel quale si può cogliere l’essenza di una amministrazione complessa come quella di una provincia di un Impero. Oltre all’Archivio storico provinciale, le documentazioni più importanti e propriamente dell’istituzione provincia si trovano nell’archivio dell’ente che oggi fa capo alla Regione Friuli Venezia Giulia.
Questa unità culturale è possibile proprio ritrovarla in quello straordinario strumento che è l’Archivio storico provinciale
Con la soppressione delle Province anche gli archivi si sono sostanzialmente cristallizzati al momento della chiusura. Come si dice in archivistica, l’archivio è di per sé morto; quindi, è sottoposto a tutta una serie di attività tecniche valide per la sua conservazione e valorizzazione. Questo vale sia per la Provincia di Gorizia, sia per tutte le altre tre Province della Regione (Pordenone, Trieste e Udine). Le documentazioni di tutti e quattro gli enti provinciali sono state sottoposte a partire dal 2019 a un lavoro di riordinamento ma molte delle carte presenti non hanno perso il loro vigore giuridico, basti pensare ai fascicoli del personale che è ancora in attività ma che ha cambiato la sua posizione all’interno dell’organigramma venendo assorbito da altro ente pubblico.
Spesso si pensa erroneamente a degli archivi memorialistici che ormai hanno solo una valenza prettamente storica con documentazioni che sono finalizzate allo studio del passato, della storia delle istituzioni o di altre materie (questa concezione ha in se stessa un retro pensiero malevolo e cioè che le carte occupano inutilmente posto e che sarebbe il caso di mandarle al macero). In verità contengono una parte consistente di documenti che non hanno perso il loro valore amministrativo e sono indispensabili per la continuità delle funzioni stesse del nuovo ente che svolge oggi il lavoro delle ex Province. Infatti, se l’istituzione scompare, per varie ragioni non ultime quelle politiche, le competenze non si volatilizzano improvvisamente ma per ovvie ragioni trovano altri sbocchi. Ciò vale ad esempio per le strade provinciali, per le scuole e gli immobili scolastici, per l’agricoltura e la straordinaria esperienza dell’imperial-regia Scuola agraria, per gli uffici del lavoro oltre ai tantissimi archivi aggregati che sono una fonte inesauribile di notizie e su questo punto il pensiero corre agli archivi dei provveditorati o a quelli degli Ospedali psichiatrici provinciali con esperienze cliniche che partono dalla metà dell’Ottocento per giungere al lavoro di Franco Basaglia, un po’ dimenticato dai goriziani.
Analizzando la storia di questo ente, il più antico fra quelli statuali, ci accorgiamo senza ombra di dubbio che le materie trattate e le sue competenze sono rimaste immutate nei secoli seppur con continui aggiornamenti e modifiche legislative
In questo breve ragionamento sull’istituzione provinciale e la sua fondamentale importanza per il territorio mi piace sottolineare la classifica IX del titolario provinciale, che contiene le carte riguardanti l’istruzione e secondo una consuetudine non solo amministrativa anche l’attività di culto, ma solo per quanto riguarda i sostegni economici per il restauro di edifici di culto o l’acquisto di suppellettili sacre. La provincia, fin dai tempi dell’amministrazione asburgica, aveva compiti specifici in campo scolastico, si pensi all’istituzione della scuola per i sordomuti che fu estremamente moderna e di eccezionale utilità. La provincia si occupava anche del sostegno economico diretto di singoli allievi poveri, si trattava di veri e propri sostegni diretti e indispensabili che aiutavano fattivamente molti ragazzi meritevoli ad intraprendere gli studi più alti. Già con la legge del 26 febbraio 1861 si affida alla provincia austriaca l’incombenza di provvedere agli affari della pubblica istruzione, il Ministero si riserva competenze effettive sull’organizzazione scolastica come sulla scelta del corpo docente.
La provincia già in quegli anni del XIX secolo si trovava dinanzi a un sistema di istruzione popolare con una sua fisionomia ben orientata e controllato dal punto disciplinare direttamente dall’Ordinario episcopale. Già negli anni Quaranta dell’Ottocento si coglie una sistematicità nella struttura scolastica con la presenza delle Trivialschule, presenti in ogni paese, mentre nelle città esistevano le Hauptschule con più classi e lo studio preponderante della lingua tedesca. Da ricordare che per quanto concerne il sistema scolastico si trovano documentazioni fondamentali in molti archivi storici parrocchiali (come a Gradisca, Medea, Aquileia, Chiopris). Il sistema si trasforma alla fine del 1867 con la creazione dei Consigli scolastici che sottraggono l’istruzione agli Ordinariati. Nascono da quel momento tutta una serie di Scuole normali che doveva preparare il personale insegnante laico, fino a quel momento nelle scuole maschili gli insegnanti erano unicamente preti, mentre per le poche scuole femminile c’erano solo maestre educate presso le Madri Orsoline. Allo stesso tempo, aumenta la cura dell’edilizia scolastica pubblica con luoghi sempre più adatti alla formazione. In quel periodo storico la scuola popolare aveva un percorso di otto anni che sfociava in tre anni di medie che portavano a loro volta alla o alla Scuola Magistrale o al Ginnasio. Negli anni Settanta dell’Ottocento l’Austria stabilì altre forme di formazione scolastica con la nascita di scuole per artigiani, coloni e piccolissimi proprietari terrieri e negli anni Ottanta nascono le scuole industriali con lo scopo di educare tecnicamente gli allievi in funzione proprio di un attività economica pratica.
Con la fine dell’Impero e lo scioglimento delle sue province le funzioni certamente non sparirono e fecero la loro ricomparsa proprio nel 1923, cosa che non accadde ad esempio a Udine che già dal 1866 faceva parte del Regno d’Italia. Analizzando la storia di questo ente, il più antico fra quelli statuali, ci accorgiamo senza ombra di dubbio che le materie trattate e le sue competenze sono rimaste immutate nei secoli seppur con continui aggiornamenti e modifiche legislative. Allora il pensiero corre al disegno di legge regionale numero 1 del 2023, che sembra riproporre la ricostituzione dell’ente Provincia ma con delle funzioni che potrebbero non essere le stesse. Mi sento di fare un appello da queste colonne affinché i documenti conservati presso gli archivi delle ex Province non vengano smembrati passando le carte utili alle nuove funzioni: quell’insieme documentario deve rimanere omogeneo proprio a testimonianza della sua unicità e di una gloriosa istituzione che ha segnato in modo indelebile la fisionomia culturale di un territorio. ◼