Lo scorso 31 gennaio 2023, il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato a maggioranza, con il voto favorevole di 24 consiglieri del centrodestra e il no compatto dei 15 rappresentanti delle opposizioni, la proposta di legge nazionale che in sei articoli ripristinerebbe la possibilità di istituire enti di area vasta a elezione diretta, rimandando a una successiva legge regionale la specificazione di funzioni amministrative e confini. Vale a dire che c’è un’apertura concreta alla proposta di ripristino delle Province. Per fare tutto ciò, rendendosi necessaria una legge di rango costituzionale, si dovrà attendere tutto il lavoro del Parlamento prima di poter ridare forma al ritorno del vecchio ente. Il tutto è avvenuto nella stessa giornata in cui a livello nazionale si sono mossi i primi passi verso l’autonomia differenziata promossa dal ministro degli Affari Regionali Roberto Calderoli. Nello specifico, sono stati determinati e formulati i Lep cioè i livelli essenziali delle prestazioni traducibili in termini di servizi da trasferire alle Regioni che si ritroveranno a gestire diverse funzioni e materie.
Per spiegare però come si è arrivati alla soppressione delle Province, dobbiamo fare un passo indietro. Andando all’“origine nazionale” di questo tema, emerge che la legge 56 del 2014 – meglio conosciuta come Legge Delrio – ha rivisto profondamente ruolo ed organizzazione delle Province, trasformandole in enti territoriali di area vasta e, nel caso della nostra regione, in Edr.
La legge istitutiva dell'ente di decentramento regionale di Gorizia invece, è stata quella regionale, la numero 21 del 29 novembre 2019. Gli articoli di riferimento vanno dal 30 al 33. Ritornando alla Riforma Delrio, essa ha anche istituito le città metropolitane di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria e ha trasformato le province in enti di secondo grado. Allo stesso tempo è stata introdotta una nuova disciplina in materia di unioni e fusioni di comuni, le Uti, che non hanno però raccolto il risultato sperato.
Andando all’“origine nazionale” di questo tema, emerge che la legge 56 del 2014 – meglio conosciuta com Legge Delrio – ha rivisto profondamente ruolo ed organizzazione delle Province, trasformandole enti territoriali di area vasta
Gli Edr, sono operativi dal 1° luglio 2020 e sono quindi enti funzionali della Regione con personalità giuridica di diritto pubblico, dotati di autonomia gestionale, patrimo-niale, organizzativa e contabile, sottoposti alla vigilanza e al controllo della direzione centrale per le autonomie locali, funzione pubblica, sicurezza e politiche dell'immi-grazione. Il commissario di questo ente che rappresenta l’ex provincia di Gorizia, è il dottor Paolo Viola ed è stato chiamato a ricoprire l’incarico dalla Regione il 1° aprile 2020. In ciascun ambito territoriale di competenza degli Edr sono state istituite le Conferenze territoriali per l'edilizia scolastica, con funzioni consultive e di indirizzo in materia di interventi per l'edilizia scolastica di secondo grado.
«Prima di vedere il ritorno delle Province – ha spiegato il consigliere regionale della Lega Antonio Calligaris – saranno necessari l’intervento del Parlamento e una modifica dello Statuto regionale. Tutto questo dovrà seguire lo stesso percorso di una riforma costituzionale quindi ci sarà bisogno di tempo e dei dovuti passaggi d’aula a Roma. Questa richiesta è stata formalizzata quattro mesi fa in Parlamento». I tempi sono dunque lunghi e sembra che per ragionare ci sia ancora tempo.
L’eventuale ripristino dell’ente e la sua rimodulazione potrebbero riguardare gli attuali confini territoriali dell’Arcidiocesi di Gorizia: diversi i Comuni situati nelle ex Province di Udine e Trieste a rappresentare le realtà comunali poste “al limite” del territorio diocesano
L’eventuale ripristino dell’ente e la sua rimodulazione potrebbero riguardare gli attuali confini territoriali dell’Arcidiocesi di Gorizia. Sono infatti diversi i Comuni situati nelle ex Province di Udine e Trieste a rappresentare le realtà comunali poste “al limite” del territorio diocesano ed eventualmente configurabili come punti di riferimento per l'estensione di un ricostituito territorio provinciale. Certamente, sarà la nuova giunta regionale a far fronte alla questione, ma intanto abbiamo chiesto alcune opinioni a sindaci e politici locali.
«Pur non avendo vissuto in prima per-sona questa complessa e articolata riorganizzazione partita diversi anni fa – sono le parole del sindaco di Ronchi dei Legionari, Mauro Benvenuto – a parer mio, l'idea di fondo della riforma era quella di modificare il ruolo intermedio tra Regione e Comuni, istituendo le Uti, che la nuova giunta regionale ha poi deciso di abolire senza proporre reali soluzioni alternative». Per Benvenuto, il conseguente ruolo affidato a più soggetti - come Edr, Fvg strade e la stessa Regione - è stato svolto nelle medesime funzioni creando però purtroppo una sorta di supplenza. «Ora il nuovo iter legislativo rende evidente che qualcosa debba essere fatto – continua il primo cittadino ronchese – quindi bisogna chiedersi se sia più opportuno creare un ulteriore ente elettivo o se sia meglio avvalersi di amministratori già preparati».
Per Benvenuto, il conseguente ruolo affidato a più soggetti – come Edr, Fvg strade e la stessa Regione – è stato svolto nelle medesime funzioni creando però purtroppo una sorta di supplenza
Comunque, l'iter costituzionale è stato avviato e i ragionamenti sicuramente troveranno spazi in questo lungo periodo. «Ritengo che pensare a una rinascita delle Province, più che a un loro ripristino su un territorio precostituito – spiega Anna Maria Cisint sindaco di Monfalcone – sia doveroso, per governare meglio il territorio stesso creando un contatto più stretto e democratico tra i cittadini e le istituzioni. Attualmente manca un ente intermedio che si collochi tra la Regione e i Comuni, che funga da collante tra le istanze di aree geograficamente vicine ma talvolta con fabbisogni diversi e che possa contribuire a governare le scelte politiche di sviluppo del territorio di fronte alle questioni emergenti come quelle economiche, sociali e ambientali».
Per Cisint, la riforma promossa dalla giunta Serracchiani, quella che ha istituito le Uti quale ente intermedio, si è rivelata assolutamente fallimentare.
Per Cisint, la riforma promossa dalla giunta Serracchiani, quella che ha istituito le Uti quale ente intermedio, si è rivelata assolutamente fallimentare. «Bene ha fatto la Regione – continua il sindaco di Monfalcone – con il presidente Massimiliano Fedriga, a votare in Consiglio regionale per la rinascita di questi enti, con l’auspicio che anche in Parlamento ci sia la conferma in tempi brevi. È importante la scelta del voto
diretto dei cittadini per favorire la partecipazione della comunità locale alle scelte che la riguardano. Monfalcone, primario polo economico, nella dimensione provinciale potrà dare un contributo importante per una crescita integrata del nostro territorio, anche portando le esperienze innovative delle cooperazioni che la città sta sviluppando e ha saputo mettere in campo nella dimensione logistica e industriale regionale, nelle risorse culturali e turistiche e nelle relazioni internazionali».
A intervenire sul tema, è stato anche il consigliere regionale del Pd, Diego Moretti. Il dem ha ricordato che il superamento delle Province, non solo, era nei programmi di governo delle tre coalizioni in campo nel 2013 – il centrosinistra, il centrodestra e il Movimento 5 Stelle – ma la legge del gennaio del 2014 che avviò l’iter costituzionale per l’abrogazione delle stesse, fu votata dal Consiglio Regionale all’unanimità. «Le motivazioni che, come forze di minoranza del centrosinistra, ci hanno spinto a opporci alla proposta di gennaio 2023 – spiega il consigliere Moretti – che avvia l’iter per il ripristino delle stesse, e se va bene ci vorranno dai due ai tre anni affinché il Parlamento si esprima in merito, sono legate principalmente a tre questioni. La prima si riferisce alla dimensione della nostra regione, composta quasi da 1,2 milioni di abitanti e 214 comuni, dove non ha senso un sistema degli enti locali che agli attuali tre livelli di governo se ne aggiunga un quarto, appunto le Province».
Diego Moretti ha ricordato che il superamento delle Province, non solo, era nei programmi di governo delle tre coalizioni in campo, ma la legge che avviò l’iter costituzionale per l’abrogazione delle stesse fu votata dal Consiglio Regionale all’unanimità
Sulle funzioni amministrative che attualmente la Regione e gli Edr stanno svolgendo e che dovrebbero andare ai nuovi enti, secondo il consigliere regionale dem, esse possono continuare a essere svolte senza la reintroduzione di un nuovo organismo, per di più considerata la sua natura elettiva. «Inoltre – sempre Moretti – il loro ripristino, come nel resto d’Italia, significherebbe rinunciare all’esercizio della specialità regionale, che assegna al Friuli Venezia Giulia la potestà primaria in materia di ordinamento e organizzazione degli enti locali. Se però dovesse andare in porto in Parlamento l’iter della legge, la nuova amministrazione regionale di centrodestra abbia almeno il coraggio e la forza di rivedere i confini delle ex province, prevedendo ad esempio per l’Isontino un nuovo ambito territoriale che corrisponda a quello dell’Arcidiocesi di Gorizia, che comprende, oltre ai 25 comuni isontini, anche Duino Aurisina e i comuni della Bassa Friulana orientale».
Per il sindaco di Visco Elena Cecotti, l’abolizione delle province attuata dalla giunta regionale a guida Serracchiani, ha reso la nostra regione “aliena” rispetto al resto del Paese. «È una scelta che personalmente non ho mai condiviso – spiega Cecotti – inserita in una riforma che aveva snaturato la geografia dei rapporti tra gli enti locali, forse pensata come precursore di scelte unitarie nazionali successive ovviamente irrealizzabili. Basti pensare alle Province Autonome di Trento e Bolzano, che di fatto rendono inapplicabile l'idea di un’abolizione a livello nazionale delle Province. La modifica introdotta, in nome di risparmi economici che non hanno dato alcun reale beneficio ai cittadini, anzi ha prodotto complicazioni di gestioni e alcuni scarichi di responsabilità sugli enti locali, senza prevedere in alcun modo un indirizzamento dei dipendenti delle ex province verso i comuni, permettendo invece una migrazione di massa nel comparto regionale».
Per il sindaco di Visco Elena Cecotti, l’abolizione delle province, attuata dalla giunta regionale a guida Serracchiani, ha reso la nostra regione “aliena” rispetto al resto del Paese
Per Cecotti quindi, il riallineamento ad una situazione nazionale è necessario ed opportuno. «La sfida della giunta Fedriga – spiega ancora il sindaco di Visco – sarà quella di riequilibrare le competenze, i costi e le modalità di gestione di questi enti sovracomunali che devono farsi carico di quelle specifiche attività che non possono essere limitate all'ente locale e che non ha senso vengano gestite dalla Regione. Personalmente ritengo che la soluzione più indolore sia riprendere i confini provinciali già precedentemente esistenti e riattivare il percorso inverso che era stato attuato come la riassegnazione degli immobili, quella del personale, le competenze e molto altro».
Sulla “composizione politica” di questi Enti di primo o di secondo grado, Cecotti fa notare che i sindaci sono già sufficientemente impegnati nel ruolo affidatogli e che le strutture superiori debbano essere affidate a soggetti terzi. Riferendosi infine alla questione economica, Cecotti sostiene che «tutto si risolverebbe gestendo nel bilancio regionale questa partita “a costi invariati”, quindi andando a rimodulare le indennità previste a favore dei componenti del consiglio regionale a favore delle nuove poste da corrispondere ai componenti dei consigli provinciali». ◼