Il volume La lotta con il tempo e con la parola. Carteggio 1967-1981, che comprende lo scambio epistolare intercorso tra il germanista e traduttore Ervino Pocar e lo scrittore e giornalista Celso Macor, già direttore di Iniziativa Isontina, è stato recentemente presentato all’Universita di Udine su iniziativa dell’associazione Biblioteca austriaca Udine in collaborazione con il Dipartimento di Lingue e letterature dell’Università di Udine, il Forum austriaco di cultura di Milano e la Libreria antiquaria Drogheria 28, editrice dell’opera.
Il volume è stato pubblicato come numero XVII della collana Biblioteca di Studi goriziani della Biblioteca statale isontina. All’incontro – che segue a distanza di qualche anno la prima presentazione avvenuta a Gorizia, nell’ambito dell’edizione 2019 del festival èStoria – sono intervenuti il curatore Gabriele Zanello, docente di letteratura friulana all’Università di Udine, Renate Lunzer, docente dell’Università di Vienna e autrice della prefazione, e Hans Kitzmüller, germanista, scrittore ed editore di Macor.
È stato proprio Kitzmüller, rievocando la Gorizia austriaca «transnazionale», a sottolineare l’importanza dello storico Staatsgymnasium quale fucina di un manipolo di intellettuali tra i quali lo stesso Pocar, Carlo Michelstaedter, Biagio Marin, Franco de Gironcoli, Dolfo Zorzut, Alojz Gradnik, che hanno avuto un ruolo fondamentale nelle storia culturale della città e della provincia goriziana e che hanno ispirato poi, negli anni Sessanta del Novecento, i fondatori degli Incontri culturali mitteleuropei.
Fu vero «pionierismo» – come lo ha definito Renate Lunzer nel suo intervento che riportiamo integralmente su questo numero – quello di alcuni «uomini coraggiosi» tra cui Macor, il sindaco Michele Martina, il teologo Sergio Katunarich, lo storico d’arte Sergio Tavano, sempre sostenuti da Pocar, che intendevano trasformare «la loro terra di confine lacerata e isolata in una terra ponte tra le “due Europe”, allora divise da un’assurda cortina di ferro». I due goriziani, Macor e Pocar, appartenenti alle due diverse generazioni, trovarono in questo comune sentire una straordinaria intesa: il desiderio «di rileggere il destino culturale e storico della città per consentirle di rappacificarsi con la propria storia e progettare un futuro coerente con la propria vocazione geopolitica», come detto da Zanello nell’introduzione al volume.
Attraverso questo intenso scambio epistolare – quasi duecento lettere, frutto di un accuratissimo lavoro di ricerca e studio – si può osservare il nascere e il fortificarsi di un autentico rapporto di amicizia tra i due intellettuali. «Ti uei ben ma tant», scrive Pocar all’amico Macor nel 1980; e di reciproca stima cementata dalla comune, instancabile, passione per il lavoro intellettuale: in Pocar è la totale dedizione alla traduzione alla quale darà tutto se stesso fino alla fine dei suoi giorni («io non mollo e, finché la dura, voglio lavorare», scrive nel ’76); in Macor è la ricerca, accurata, a tratti puntigliosa e sofferta, della parola poetica con l’intento di dar voce al suo Friuli, distrutto non dal terremoto, ma dal «dismenteâ dai ôns» (Impiâ peraulis par un ciant,1980).
È proprio Pocar, – «voce interculturale», come lo ha definito Gabriele Zanello – a imporre all’amico il titolo di «Impiâ peraulis» alla sua prima raccolta poetica di cui segue appassionatamente e con il consueto rigore la genesi. È stato lui, traduttore e germanista, il primo estimatore di un libro di poesie in lingua locale, poiché coglie in esso tutto il potenziale di una visione poetica nuova. Celso Macor dedicherà al grande amico, scomparso nell’agosto del 1981, una biografia pubblicata nel 1996 dalle Edizioni Studio Tesi di Pordenone.◼