Il 21 settembre 1856, nel quartiere San Rocco a Gorizia, città simbolo della travagliata storia del Novecento e soprannominata nel periodo asburgico la Nizza austriaca, nasce Antonio Lasciac, uno dei più grandi architetti mitteleuropei di sempre. Terminati gli studi superiori a Gorizia, si laurea in architettura al Politecnico di Vienna e, all'età di circa 26 anni, crea il suo primo progetto, la ristrutturazione di una casa nella sua città natale, mentre l'anno successivo, si trasferisce ad Alessandria d'Egitto, dove realizza il Passaggio Menasce, prendendo come modello la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano.
Successivamente torna in Italia, prima a Napoli e poi a Roma, dove viene stimolato da un grande flusso d'ispirazione artistica: inizia i progetti per la chiesa del Sacro Cuore e di San Rocco, entrambe nella sua città natale. Dal 1898, lui e la sua famiglia prendono dimora nel Cairo dove idealizza l'obelisco di Piazza San Rocco, e nel 1907, su commissione egiziana, costruisce il Palazzo del khedivè e il Palazzo Tahra. Diventato ormai anziano, dopo molto viavai tra Roma e Oriente, nel 1940 decide di stabilirsi a Gorizia; tuttavia, verso la fine del 1946, fa ritorno al Cairo, dove vi muore il 26 dicembre dello stesso anno.
È assurdo che la tomba che ospita le ceneri di Lasciac, sia la stessa in cui sono conservati i resti del figlio, senz'alcun riferimento riguardo all'architetto (il suo nome viene solamente ricordato nel registro cartaceo della Rubrica dei morti del Cimitero latino). La tomba, da allora rimasta sempre lì, è abbandonata a se stessa, sebbene i tentativi di riportarla a casa siano stati molteplici: nel 2016, nonostante la traslazione della salma sembrava cosa ormai fatta, non si è potuto fare più nulla, a causa di numerosi ostacoli burocratici, uno dei quali identificare l'esatto luogo di residenza al momento della morte (dato pressoché impossibile da ricavare).
Lo scorso anno, ad intervenire in merito a questa vicenda, è stata Rossella Dosso del gruppo Gorizia 3.0 che ha espresso, in Consiglio comunale, come «sul sepolcro incombe il pericolo di demolizione e i resti mortali finirebbero in una fossa comune» ricordando, inoltre, che si erano interessati al caso non pochi personaggi autorevoli di Gorizia o semplici cittadini.
«Il Comune di Gorizia aveva deliberato, nel luglio del 2018, di farsi carico delle spese necessarie al rimpatrio delle salme, ma anche della lapide che, dall’aeroporto di Milano, sarebbero state trasportate nel cimitero cittadino», afferma la stessa Dosso. «Vi avrebbe collaborato alla traslazione anche l’Ordine provinciale degli architetti. Il Comune stesso impegnò la somma necessaria (1.500 euro), manifestando la volontà di conferire ad Antonio Lasciac la cittadinanza onoraria».
«Nel 2018 eravamo intervenuti presso la nostra ambasciata al Cairo, per evitare che la tomba venga distrutta e che i resti mortali finissero, come per legge, in fosse comuni, scongiurando il rischio», ha ricordato il Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, sottolineando che «si parlava della possibilità di traslare i resti dal cimitero del Cairo a Gorizia, ma scongiurato il rischio di perdere la testimonianza al Cairo, poi penso si sia fermato tutto».
«Si è fermato tutto anche per le conseguenze del caso Regeni – afferma il goriziano Diego Kuzmin, storico dell’architettura – in quanto, semplicemente, non c'è più stata la collaborazione con gli egiziani che c'era prima. Il giorno in cui è stato scoperto il corpo, all'ambasciata italiana al Cairo, si stava svolgendo un ricevimento d'affari col governo egiziano e vari rappresentanti italiani (tra cui l'Agip) che venne immediatamente sospeso. Poi, quando la questione si è inasprita, invece di cadere nel vuoto come quasi sempre succede, gli egiziani hanno iniziato una ritorsione burocratica, trovando sempre qualcosa di nuovo che non va nella pratica, e che bisogna integrare. L'ultima richiesta fu l'individuazione esatta di dove fosse deceduto, così che l'ufficiale sanitario di quel distretto della città potesse stilare il certificato necessario per il trasferimento della salma; ma come trovare il luogo, la casa o la strada, che non risultano nemmeno nel certificato di morte risalente al 1946?»
Da allora, non ci sono state più notizie relativamente al rimpatrio dei resti ma sono passati ben otto anni: è forse il caso di rimboccarci le maniche e agire per il bene di Gorizia e dei posteri? Non è altrettanto vero che una comunità abbia bisogno di conoscere la propria storia per conoscere realmente se stessa e che la memoria sia necessaria per la questione identitaria e che senza questa si viva un eterno presente esente dal progresso?◼