Tashriffullah Shinwari appartiene a una tribù Pashtun di una regione interna dell’Afghanistan. Ha 4 o 5 anni quando viene mandato a raccogliere materiali combustibili per scaldare la casa. A 7 anni, invece di andare a scuola, inizia il suo primo lavoro: lavare piatti e vendere ceci per strada. Alcuni anni dopo mentre i nostri ragazzi della sua età sbuffano sui banchi della scuola media viene mandato a lavorare in un panificio dove i pani, per legge, devono avere un certo peso, e su questo, non certo sul lavoro minorile, la finanza punta il suo sguardo severo, tanto che Tashrif sconta qualche giorno di carcere. Verso i 17 anni la decisione di un cugino di andare in Turchia lo induce a cercare un destino migliore e, nonostante il divieto del padre, si mette in viaggio a piedi, senza un soldo, senza sapere leggere né scrivere. Intraprende quello che è il duro percorso di moltitudini di migranti, in balia di passeur senza scrupoli, di angherie delle polizie di paesi sconosciuti, di incertezza, di rifiuti. Così Tashrif attraversa Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria e Germania, un viaggio durato due anni con tappe per lavorare e guadagnare qualcosa. Da lì è mandato in un centro di raccolta in Svezia e poi in Italia, a Gorizia. È uno dei tanti ragazzi che vediamo passare per le vie della nostra città, per noi tutti uguali, senza un nome, una storia, una personalità. Il riscatto della vita di Tashrif comincia al Nazareno dove ha la possibilità di frequentare i corsi di italiano e di imparare a leggere e scrivere. Frequenta l’oratorio della parrocchia di San Giuseppe Artigiano, dove incontra dei volontari che accolgono con umanità questi ragazzi, considerati non come fastidiosi immigrati ma persone da valorizzare per le storie che si portano alle spalle. Qui, nasce una sincera amicizia con Antonella e il marito Carlo, che nella loro abitazione un giorno organizzano assieme a degli amici un pranzo multietnico, rallegrato da Ismail che suona il rubab, tipico strumento a corde. Diventa così un’occasione non solo per assaggiare i sapori del mondo, ma anche per conoscere le travagliate storie di ciascuno.
Educare i bambini e soprattutto le bambine che altrimenti sarebbero rimaste escluse dall’istruzione di base è un modo per fondare una società più giusta e inclusiva
Tashrif diventa come un figlio per la famiglia, che apprezza il suo saper vedere sempre il lato positivo e la sua generosità nel cercare di aiutare gli altri. La sua esperienza di peregrinazione lo fa diventare consapevole dell’importanza dell’educazione e della svolta che l’istruzione può dare alla vita di tante persone; coinvolge Antonella e un gruppetto di amiche goriziane nel sostegno economico a un progetto di alfabetizzazione nella sua regione, appoggiandosi alla “Haji Baba Charitable Foundation” che opera in piccoli villaggi dell’Afghanistan e di cui fa parte un cugino di Tashrif, tramite il quale un gruppo di sostenitori ha costantemente notizia dello svolgimento del progetto. Dopo aver provveduto a scavare dei pozzi per agevolare le donne che sono costrette a fare chilometri per procurarsi l’acqua, è stata aperta una scuola gratuita, aperta a tutti, soprattutto alle bambine, che altrimenti sarebbero escluse da qualsiasi forma di educazione. La scuola ha sede nello scantinato di un grande palazzo e accoglie fino a 700 bambini dai 6 ai 10 anni, in maggioranza femmine, seguiti da 4 maestri per cinque ore al giorno di lezione. Le principali materie insegnate sono matematica, chimica, inglese e calligrafia. Tutto il materiale necessario come penne, libri, e quaderni, viene dall’Italia grazie ai periodici invii di denaro. Periodicamente il gruppo dei sostenitori riceve fotografie e video che documentano la distribuzione del materiale ai giovani studenti. È anche un cambio di prospettiva per le bambine, che altrimenti non avrebbero mai potuto pensare di avere in mano una penna e un quaderno.
Questa è quindi la dimostrazione che il cambiamento non parte da azioni politiche piovute dall’alto, ma da piccoli gesti che lasciano dei segni duraturi. Educare i bambini e soprattutto le bambine che altrimenti sarebbero rimaste escluse dall’istruzione di base è un modo per fondare una società più giusta e inclusiva.
Da Tashrif è così arrivato un richiamo alla speranza e Gorizia ha risposto con generosità. Sono queste le notizie che vorremmo sentire sempre. Inoltre, si è creato un legame che non tiene conto delle differenze etniche, religiose o culturali. Per un piccolo atto di solidarietà la contropartita è una forte condivisione spirituale, nella preghiera e nell’affidamento alla misericordia di Dio, con questi fratelli che in questo modo esprimono la loro gratitudine, ricordandoci e pregando. L’esperienza della preghiera, anche se di religioni diverse, non è divisiva, ma unisce. ◼