Il tema della transizione ecologica, quale insieme di politiche finalizzate alla tutela dell’ambiente, al risparmio energetico e all’utilizzo consapevole delle risorse naturali, è diventato ormai centrale non solo nella considerazione dell’opinione pubblica ma anche, seppur con diversa intensità, nella riflessione degli studiosi e della politica. Mentre l’interesse per questa tematica, che costituisce parte essenziale e rilevante degli obiettivi contenuti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è cresciuta in maniera esponenziale tra l’opinione pubblica, la riflessione economica sulla sostenibilità, intesa come crescita che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere quelli delle generazioni future, sconta ancora un qualche riduzionismo, appiattendosi sulle concezioni neoliberiste o neostataliste che premiano il mercato, la finanza, l’intervento pubblico, ostacolando di conseguenza l’introduzione di idee innovative nella disciplina. Risulta tuttavia sempre più accolta la tesi secondo cui la crescita economica calcolata sulla base di indicatori, quali il PIL, che misurano la ricchezza prodotta in un certo lasso di tempo, non può essere disgiunta da quanto la crescita stessa si riflette nella qualità della vita degli abitanti. In altre parole lo sviluppo che genera un miglioramento del tenore di vita della popolazione si misura con altri indicatori strettamente correlati, quali una speranza di vita più alta, legata a migliori fattori di condizione economica e sociale, una minore disuguaglianza economica, la riduzione della povertà. Se, pertanto, fino a poco tempo fa l’unico paradigma economico degno di essere perseguito era quello della massimizzazione del profitto, attualmente una cerchia crescente di addetti ai lavori introduce un ulteriore elemento di fondamentale importanza nella valutazione della bontà delle politiche economiche, rappresentato dall’impatto complessivo che tali politiche generano non solo nell’ambito economico ma anche in quello ambientale e sociale. Questo nuovo paradigma non é tuttavia ancora sufficientemente supportato da indicatori statistici che, ad esempio, monitorino il progresso di un territorio nell’ambito della transizione energetica.
Verso un’economia circolare
Questo fenomeno non è di poco conto se si tiene presente che l’attenzione verso gli impatti ambientali non rappresenta solo una necessità ma anche un’opportunità di natura economica, in quanto l’efficientamento dei processi produttivi nello sfruttamento e nella gestione delle risorse naturali è un’occasione per innovare e migliorare la competitività delle imprese, aprendo nuove opportunità imprenditoriali e di mercato a tutto vantaggio delle imprese stesse e della collettività.
Il raggiungimento dell’obiettivo della transizione energetica, abbinato a quello della mitigazione dei suoi effetti in tema di tenuta economica e sociale del sistema, passa necessariamente attraverso la ricerca di un equilibrio tra creazione di valore economico e deterioramento delle risorse naturali, aspetto questo che costituisce il fulcro della cosiddetta economia circolare. In tale direzione si tratta quindi di innovare profondamente i processi produttivi dell’ambito agricolo, industriale, dei servizi e della mobilità per creare valore economico in modo ecologicamente efficiente.
Alcuni indicatori della transizione ecologica a livello territoriale
Nonostante una sufficiente consapevolezza della necessaria rivoluzione da compiere verso un'economia circolare in tutti gli ambiti descritti, sono ancora pochi gli indicatori statistici in grado di misurarne i progressi.
Di seguito, presenteremo due indicatori, riferiti ad un ambito provinciale prima e ad uno regionale poi, che consentiranno di trarre qualche spunto sulla velocità della transizione ecologica del nostro territorio verso la circolarità, attraverso la valutazione della capacità di creare valore economico senza generare o generando la minor quantità possibile di emissioni climalteranti, responsabili dell’emergenza climatica e del riscaldamento globale.
Il primo indice proposto, usa come misura di consumo di risorse ambientali, le polveri sottili – espresse in grammi di Pm10 e come indice di creazione di valore economico il reddito medio disponibile pro capite a livello provinciale (L’indicatore mostra gli euro prodotti per ciascun microgrammo per metro cubo emesso. Nella ricerca in commento il primo elemento è riferito all’anno 2017, il secondo al 2019.).
Tabella 1. La classifica provinciale Reddito/Pm 10
Fonte: elaborazione su dati contenuti nel “Rapporto sul ben-vivere delle province e dei comuni italiani 2022”, L. Becchetti, G.Conzo, D.De Rosa, L.Semplici – edizioni ECRA 2022.
La classifica provinciale evidenzia la supremazia di Trieste a livello regionale. Il capoluogo si colloca al quarto posto nella classifica nazionale, che vede il predominio della provincia di Sud Sardegna – con un valore pari a 1.690, +37,6% rispetto a Trieste seguita da Bolzano e Verbano-Cusio-Ossola. Gorizia consegue il nono posto a livello nazionale, con un indicatore di reddito/Pm10 inferiore del 17% rispetto a quello di Trieste. Più attardate sono invece Udine – in 18esima posizione e soprattutto Pordenone, che chiude la classifica regionale posizionandosi al 36esimo posto a livello nazionale, con un indicatore pari a circa la metà della provincia più efficiente.
Le valutazioni proposte andrebbero tuttavia ulteriormente approfondite attraverso una conoscenza più ampia della composizione delle emissioni, in particolare quanta parte delle stesse è spiegata dalle fonti di energia utilizzate e quanta da industria, agricoltura, allevamento, trasporti, riscaldamento, raffreddamento e gestione dei rifiuti.
Nonostante questi limiti conoscitivi, si può affermare che un fattore particolarmente significativo è costituito dall’indice di industrializzazione del territorio, in quanto è evidente che maggiore è il numero delle imprese operanti è il caso di Pordenone e Udine maggiore sarà anche la quantità di emissioni dovute principalmente all’attività svolta ma anche alle conseguenze indotte come per esempio la mobilità dei lavoratori. La classifica dipende anche da altri fattori, quali la localizzazione geografica del territorio più o meno esposta al ricambio d’aria in termini di ventosità, elemento particolarmente sensibile nella area giuliana.
Il secondo indice riguarda la quantità di chilogrammi di emissioni climalteranti per euro di PIL prodotto. La serie proposta, ora a livello regionale, investe il triennio 20192021 e ben si presta a fornire qualche indicazione sul posizionamento della transizione ecologica del nostro territorio nel confronto nazionale, transizione che, in quanto obiettivo dinamico, deve essere valutata in un arco temporale di diversi anni.
I dati in commento collocano la nostra Regione nella parte bassa della classifica nazionale, con un valore che, tempo per tempo, è di oltre il doppio della provincia autonoma di Bolzano (con valori rispettivamente pari a 0,136 2019, 0,148 2020 e 0,135 – 2021.), che in tutti gli anni considerati guida la graduatoria, evidenziando un certo ritardo del Friuli Venezia Giulia nell’ambito del processo di transizione ecologica se rapportato a quello di buona parte delle altre regioni. La performance regionale sopravanza in ciascuno dei tre anni unicamente le regioni meridionali (Calabria, Sicilia, Basilicata, Molise, Puglia e Sardegna) e l’Umbria. La valutazione negativa sulla qualità del dato regionale è confermata anche dall’analisi del valore medio nazionale, che in ciascun periodo risulta al di sotto di quello del Friuli Venezia Giulia (la distanza oscilla tra il 20 e il 25%.). Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il fatto che la classifica è statica nel triennio, il che parrebbe confortare la considerazione che in questi anni le politiche regionali hanno mostrato poco interesse verso il conseguimento di obiettivi più ambiziosi in tema di transizione ecologica, un aspetto, questo, che chiama in causa la politica nazionale in termini di scarso stimolo ed efficacia dell’indispensabile azione di indirizzo in questo ambito.
Tabella 2. Classifica emissioni Co2 per unità di PIL
Fonte: elaborazione su dati contenuti nel “Rapporto sul ben-vivere delle province e dei comuni italiani 2022”, L. Becchetti, G.Conzo, D.De Rosa, L.Semplici – edizioni ECRA 2022.
* emissioni Co2 2019, Pil 2020
Conclusioni
Gli indicatori dell’economia circolare proposti costituiscono un primo, anche se non esaustivo, approccio per indicare quale sistema territoriale si trova più avanti o più indietro nella transizione ecologica, intesa come capacità di produrre reddito senza generare o mitigando al massimo le emissioni climalteranti.
Le considerazioni esposte esprimono un certo ritardo della nostra regione rispetto al processo di transizione ecologica in atto, evidenziando l’urgenza di una profonda riflessione sulle azioni da intraprendere per accelerare la transizione allo sviluppo sostenibile. Per quanto riguarda invece le singole province, Trieste e Gorizia manifestano una certa efficienza nel creare valore economico minimizzando il consumo di risorse e riducendo l’inquinamento, quantomeno nel confronto con le altre province italiane.
Le riflessioni proposte dovrebbero essere rafforzate da altri dati statistici e da indicatori più analitici in termini di composizione delle emissioni nei diversi ambiti produttivi. Dilatare l’orizzonte culturale della ricerca fino a includervi la misurazione dell’impatto sociale ed economico delle politiche attuate anche in termini di cura dell’ambiente e miglioramento della qualità della vita degli abitanti è oggi una sfida intellettuale prioritaria. Ciò comporta anche una ridefinizione dei bilanci delle società affinché includano l’impatto della propria attività dal punto di vista sociale, ambientale e di gestione delle risorse umane e non si limitino univocamente a rappresentare aspetti produttivi e reddituali.
L’economia sociale, fenomeno emergente ma ancora troppo poco conosciuto e analizzato, mette al centro dell’analisi i bisogni, le attese, i desideri e le relazioni delle persone. In tale direzione si rende necessario stimolare progetti di sviluppo sociale ed economico sostenuti dalle istituzioni pubbliche attraverso cui soddisfare le aspirazioni della società civile in un’ottica di sostenibilità.
◼