Nel territorio del Goriziano il fenomeno della coralità incominciò a delinearsi in modo unitario a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento: un frangente in cui la stabilità politica vedeva crescere, nei territori della vasta compagine imperiale, le pressioni delle ideologie nazionali delle diverse identità etniche e culturali sottoposte alla corona asburgica.
Il canto veniva praticato nelle chiese goriziane già
dal tardo Medioevo. Ad esempio, il parroco dei Santi Ilario e Taziano doveva celebrare quotidianamente la messa cantata. Nel
Cinquecento operavano maestri di consolidata esperienza come
Giovanni Oberpurger,
Giorgio Mainerio di origine scozzese, oppure
Giovanni Battista Galero di origine friulana.
Questi musicisti si servivano di un ridotto organico di musicisti, suonatori di cornetto e di cantori. Il canto non doveva mancare neanche nei monasteri di san Francesco dove operava
fra Nicola Vicentino, che im
partiva lezioni musicali ad allievi di diversa provenienza. Nel
XVII secolo una importanza notevole nel campo scolastico e della musica sacra lo ebbero l’
apertura del Seminario Verdenbergico e del monastero della Madri Misericordiose Orsoline.
Nella seconda metà del
XVI secolo Gorizia, per il suo specifico legame territoriale con l’area alpina e la Carniola, conobbe una ricezione di forme musicali proveniente dalla
Riforma luterana. Così è molto probabile che, ad esempio, una delle cinque edizioni del
primo volume di canti religiosi in lingua slovena sia penetrata negli ambienti dell’Isontino, forse nei palazzi nobiliari dove si organizzavano serate di musica luterana.
Nella seconda metà del XVI secolo Gorizia, per il suo specifico legame territoriale con l’area alpina e la Carniola, conobbe una ricezione di forme musicali proveniente dalla Riforma luterana
Nel
Seicento è documentata la presenza in città di alcuni musicisti che si distinsero anche per la composizione di musica sacra per coro, come
Gioseffo Marini che pubblicò a Venezia un libro di messe e mottetti a otto voci per basso e organo, opera che porta la dedica ai nobili provinciali. Nello stesso secolo è nota le presenza di
Matteo Melissa organista e compositore di salmi concertati da due a cinque voci.
Dal secolo XVII di cui si hanno poche tracce di questo gusto musicale corale si passa al
Settecento nel quale ci sono notizie documentarie di canto popolare religioso anche in lingua friulana,
Ranieri Mario Cossàr racconta di un’egloga intitolata
La Cancion della gnot di Netal e una
Cancioneta friulana sopra i tre Res.
Con la metà del Settecento
Gorizia divenne sede di un arcivescovado metropolita che si estendeva in un territorio vastissimo, oltre duemila parrocchie e seicentomila abitanti e qui compare la grande attività musicale della
Cappella della Cattedrale, già nel 1747 veniva collocato nella cantoria della stessa chiesa un grande organo opera dell’organaro veneziano
Pietro Nacchini. Spartiti di messe e mottetti di autori di scuola veneziana e austriaca testimoniano la ricca attività di questa gloriosa istituzione tutt’ora esistente.
Di destinazione solistica appare la
Messa in Feffaut per voci e continuo scritta intorno al 1780 da
Gaetano Fabani maestro al cembalo nel Teatro di Società e maestro di Cappella nella seconda metà del secolo.
Allo stile classico appartiene la messa corale, e in
Tantum ergo in re maggiore a due voci e organo obbligato del boemo
Wenceslao Wrattni – scritta a Gorizia nel 1808 – il carattere spigliato della melodia e il vivace accompagnamento rimandano a esecuzioni cameristiche. Delle stesso anno anche il
Laetentur coeli che ancora oggi è eseguito nella cantoria della chiesa parrocchiale di San Rocco a Gorizia.
Se fino agli inizi dell’Ottocento il
contesto cittadino registra la presenza di
attività canore prevalentemente nell’ambito sacro, è complesso stabilire in che misura
le campagne e l’entroterra collinare conoscessero il fenomeno della coralità spontanea. Il
canto friulano, che si sviluppa fin dalle sue origini a più voci, era allacciato alla vita dei campi e alla radici profonde della popolazione, ma di questa musica fino alla fine del XIX secolo non è rimasta traccia. Bisogna pertanto rapportarsi con le istituzioni accademiche, cioè la
Scuola di musica – poi
Istituto di musica – che ebbe il suo fondamento nel 1824 e che non prevedeva, almeno nel suo inizio, un indirizzo specifico corale. Esisteva però una
classe di canto con interesse prevalentemente operistico. Questa classe, guidata da
Procopio Frinta, permise fin dagli anni Quaranta dell’Ottocento di formare allievi che prestavano il loro servizio nell’accompagnamento delle funzioni in Duomo. Ciò favorì il consolidamento di un robusto organico di musicisti che assicurava continuità nelle esecuzioni di musica sacra. Il primo Chorregent della scuola goriziana fu
Franz Kubick, maestro boemo stipendiato sia dalla scuola sia dalla chiesa cattedrale, insegnava anche nella classe di strumenti ad arco. Nel 1848 gli succedette
Francesco Pirz, già violinista e collaboratore sostituto, che rimase a servizio della Cappella della Cattedrale fino agli Settanta dell’Ottocento.
L’importanza del canto sacro nelle chiese goriziane è testimoniato dalla
presenza di organi sempre più importanti e di dimensioni elevate. Negli anni Settanta dell’Ottocento in Cattedrale si susseguivano 33 funzioni accompagnate da orchestra per giungere nel 1881 alle 41 esecuzioni orchestrali e 14 messe corali con accompagnamento organistico.
L’importanza del canto sacro nelle chiese goriziane è testimoniato dalla presenza di organi sempre più importanti e di dimensioni
A partire dal 1883 –per iniziativa di
Adolf Harmel e
Ivan Kokošar e del futuro arcivescovo
Francesco Borgia Sedej – venne alla luce la
Società di Santa Cecilia, che si occupò in particolare di favorire il recupero del
canto fermo, nonché del consolidarsi di un repertorio di facile esecuzione, basato sul modello corale a quattro voci. Quest'attività ebbe uno sviluppo che si incrementò fino al primo dopoguerra.
Alla fine dell’Ottocento la Cappella Metropolitana era guidata dal compositore e musicista
Augusto Cesare Seghizzi, che seguì le tracce del cecilianesimo. Succeduto al maestro marchigiano
Corrado Bartolomeo Cartocci, insegnante e compositore, Seghizzi seppe promuovere
un repertorio che trovò il favore popolare, soprattutto nell’orchestrazione di decine di messe sia di autori italiani e tedeschi. La sua vasta opera compositiva enumera partiture in cui il coro viene ad assumere, accanto alla voce solista, un ruolo centrale. Del 1908 è la
Missa in honorem Sactae Ceciliae con un'essenziale polifonia a cappella, per organico a cinque voci, quattro maschili e una di contralto. Del 1913 è la
Missa Aquileiensis, scritti sul salmodie e motivi della liturgia aquileiese e del canto patriarchino. Grande attività, quella di Seghizzi, anche nel campo profano, con la
rivisitazione di centinaia di motivi popolari riportati alla luce e armonizzati con nuova freschezza e slancio. In generale il canto corale poteva contare, prima della Grande Guerra, sul proliferare di
numerose iniziative nel campo sacro e in quello profano. Tutto ciò era favorito dall’
ordinamento scolastico, infatti accanto alla Scuola di musica c’era una
diffusa alfabetizzazione e la pratica della lettura musicale di base era ben presente
all’interno di ogni grado della scuola austriaca.
Durante la Grande Guerra la raccolta degli sfollati nei vari
campi per profughi in Austria favorì indirettamente la pratica del canto come momento di socializzazione e partecipazione a una cultura come a
Wagna di Leibnitz, dove Augusto Seghizzi avviò e diresse cori e orchestre con i quali seguì, oltre alle composizioni sacre, il repertorio dei canti popolari che elaborò in una
Suite friulana. Dalla ripresa di questo lavoro, nel primo dopoguerra, nacquero le
Gotis di rosade, rapsodie friulane di villotte che ancora oggi rappresentano un modello di riferimento essenziale per l’elaborazione del canto friulano.
Nel
Ventennio tra le due guerre la coralità ebbe un enorme sviluppo, tra i complessi più importanti certamente la
Corale alpina, destinata all’inizio a un repertorio di montagna e poi soppiantata dalla
Corale del Dopolavoro, che coltivava un interesse per la polifonia. Cori con un numero imponente di coristi che si sottoponevano a un regime durissimo di prove settimanali, col fine di presentarsi a rassegne nazionali e internazionali.
Nel 1936 avvenne il tragico assassinio di Lojze Bratuž, che rappresenta la più tragica testimonianza del clima in cui versava il Goriziano
Anche
da parte slovena l’attività non era meno importante, basti ricordare i grandi compositori e musicisti che furono attivi fino agli anni Sessanta del Novecento:
Emil Komel,
Vinko Vodopivec,
Emil Adamic,
Rihard Orel,
Joseph Laharnar e
Lojze Bratuž.
Nel 1927 l’
attacco al Trgovski dom fu il segnale di una svolta irreversibile:
il regime soppresse le associazioni slovene che da quel momento si dettero alla clandestinità. Nel 1936 avvenne
il tragico assassinio di Lojze Bratuž, che rappresenta la più tragica testimonianza del clima in cui versava il Goriziano. Dall’altra parte la reazione fu fortissima: basti pensare all’
imponente produzione musicale slovena di quel periodo.
Sul fronte italiano la
Corale Seghizzi – che prese il nome del maestro nel 1933, anno della sua scomparsa – era un coro di oltre 70 elementi e si esibiva in tutta la regione. Oltre all’attività concertistica cantava molto spesso nella cattedrale goriziana anche accompagnata dal celebre musicista e organista
don Vittorio Toniutti.
Nel
secondo dopoguerra tutte le realtà corali cittadine si ampliano in modo eccezionale: sia gli organici prettamente sacri delle parrocchie, sia quelli concertistici. Negli
anni Cinquanta don Mirko Filej avviò la
rassegna corale “Santa Cecilia” a Sant’Ignazio: una manifestazione che per decenni divenne un appuntamento fisso, atteso e altamente partecipato. Nel 1962 prese il via la prima edizione del
Concorso Corale "Seghizzi", con a capo della prima giuria di qualità il maestro e violinista
Rodolfo Lipizer, al quale oggi è dedicato il
Concorso internazionale di violino.
La pacifica convivenza dei popoli, l’incrocio millenario di lingue ed etnie, rappresentano un ideale coro dove ognuno trova il proprio posto e la sua voce si incastra con le altre in un'armonia perfetta
Il canto corale rappresentava, fino alla fine degli anni Novanta del XX secolo, una realtà ricca e consolidata, radicata in ogni strato della società goriziana. Non c’era chiesa che non avesse una corale e si contavano decine di gruppi ed
ensemble amatoriali dediti al canto e alla partecipazione a concorsi e rassegne. Il coro, ancora oggi, – anche se i numeri parlano di una crisi crescente e costante – corrisponde a un
fare cultura, a un mondo di valori, a una disciplina morale. L’immagine della coralità e del cantare insieme è una sorta di rappresentazione del mondo, del sapersi ascoltare, e a Gorizia questa immagine dovrebbe essere ancora più significativa, in quanto la pacifica convivenza dei popoli, l’incrocio millenario di lingue ed etnie, rappresentano un ideale coro dove ognuno trova il proprio posto e la sua voce si incastra con le altre in un'armonia perfetta.
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