Il tema dell’opportunità di mantenere l’euro quale moneta nazionale ha caratterizzato il dibattito politico/ economico degli ultimi mesi. Tra le molteplici prese di posizione, pro o contro l’euro, esce indubbiamente rafforzato il giudizio di gran parte degli economisti che, seppur con sfumature diverse e talvolta non senza lesinare critiche nei confronti della moneta unica, concordano nel ritenere che la “rottura” dell’euro, in qualunque delle sue possibili configurazioni, potrebbe generare delle conseguenze assolutamente devastanti.
Premesso che un’eventuale uscita dall’euro è un fenomeno i cui contorni sono difficilmente definibili, perché generatore di un processo complicato, arduo da prevedere nei suoi sviluppi e con un rischio, non trascurabile, che possa finire fuori controllo, queste brevi riflessioni intendono mettere in evidenza alcune delle implicazioni che lo scenario post-euro potrebbe comportare sotto diversi profili.
1) Tempistica della decisione: la decisione di uscire dall’euro dovrebbe essere assunta di sorpresa, a mercati chiusi. La misura dovrebbe evitare il collasso delle banche che si produrrebbe a causa del panico dei depositanti, i quali non aspetterebbero certo un’eventuale “data limite” per convertire i propri euro in lire svalutate.
Nei giorni successivi alla decisione le banche, poi, dovrebbero essere chiuse per evitare che le persone prelevino contante o chiedano di convertire asset da euro a dollari o altre valute terze. Tale chiusura dovrebbe durare ben più di qualche giorno, mettendo in seria difficoltà tutto il sistema dei pagamenti che transita attraverso gli istituti bancari. Oltre a queste implicazioni, di cui si possono facilmente intuire le conseguenze, va rilevato comunque il fatto che ben difficilmente la conversione in altra moneta potrebbe avvenire nella più totale segretezza, essendo necessario un paio di mesi per stampare le nuove banconote.
2) Effetti sul debito pubblico e privato: qui il problema sarebbe duplice e riguarderebbe sia la sottoscrizione di nuove obbligazioni, che il pagamento dello stock in essere. Sotto il primo profilo, il panico degli investitori manderebbe deserte le aste dei titoli pubblici e anche di quelli privati. Lo Stato potrebbe ridenominare i propri debiti, cioè i titoli di stato emessi sotto la sua giurisdizione (la quasi totalità), nella propria “nuova” valuta. Di fronte a questa ipotesi è però lecito attendersi forti vendite di titoli che ne ridurrebbero il valore sui mercati. Non solo. La ridenominazione del debito italiano in una nuova valuta costituirebbe una grave violazione di un impegno contrattuale e rappresenterebbe un “credit event” per l’organismo internazionale che regola i contratti derivati (Isda); in altre parole, l’Italia sarebbe considerata in default con temporanea esclusione dai mercati internazionali e lunghi strascichi di dispute giudiziarie. Anche in questo caso è evidente che nessuno più si fiderebbe di acquistare titoli di stato. Lo Stato, privo di fonti di liquidità, potrebbe quindi collassare.
Il problema del pagamento del debito in valuta “forte” investirebbe molte grandi imprese italiane che hanno emesso obbligazioni sotto il diritto di altri Stati. Il 28% circa delle obbligazioni emesse da banche e aziende italiane è, infatti, assoggettato alla legge del creditore estero, il che comporterà il pagamento delle cedole e del valore nominale delle obbligazioni ancora in euro nonostante sia in circolazione la nuova moneta nazionale. ne consegue che il debitore italiano dovrà pagare il suo debito in euro, con un evidente aggravio di costi.
La ridenominazione in lire dei debiti verso l’estero di soggetti privati, quali banche e imprese, potrebbe essere imposta dallo Stato per evitare il default dei soggetti con rilevanti passività sull’estero. Ciò potrebbe comportare conseguenze negative sulle imprese interessate e, per quanto riguarda in particolare le banche, richiederebbe un’ingente iniezione di fondi statali a sostegno delle stesse, con tutte le conseguenze del caso in termini di dilatazione del debito pubblico (e successive imposizioni fiscali per il rientro, con effetti depressivi sul ciclo economico). Per quanto riguarda le imprese, il problema, in realtà, non è confinato solo a quelle di rilevanti dimensioni ma anche a quella miriade di piccole e medie imprese che utilizzano materie prime importate.
3) Gli effetti sulle famiglie: la presumibile forte svalutazione della moneta 1 avrebbe dei forti contraccolpi sui conti delle famiglie. La svalutazione inciderebbe, infatti, sui prezzi dei beni importati, in particolare quelli energetici, rendendo carissime, fra le altre, le bollette di famiglie (e imprese). La conseguente crescita dell’inflazione farebbe aumentare i tassi d’interesse e l’ammontare dello stock di debito. Anche per questa via si renderebbero necessarie nuove manovre di contenimento del deficit, con ulteriori effetti depressivi sul ciclo economico.
4) Gli effetti della nuova “sovranità monetaria”: uno dei cavalli di battaglia di chi si professa anti-euro è la promessa che l’uscita dalla moneta unica comporterebbe ben presto la fine dell’austerity, perché lo Stato potrebbe stampare moneta a suo piacimento e la crescita sarebbe assicurata dalle svalutazioni, ora possibili in assenza del vincolo rappresentato dal cambio fisso. In realtà è bene ricordare che nell’ambito dello scenario in precedenza delineato, caratterizzato da default pubblici e privati, lo Stato sarebbe in realtà costretto a monetizzare il debito e quindi ad accettare un’inflazione elevata, che molto rapidamente si rimangerebbe i vantaggi derivanti dalla svalutazione in termini di competitività.
5) Effetti sui risparmi: l’ipotetico abbandono della moneta unica da parte dell’Italia /////////////////// produrrebbe contraccolpi sull’universo del risparmio di cui è difficile stimare la portata ma che certamente sarebbe cospicua. Solamente chi possiede ingenti patrimoni investiti in titoli esteri 2, e quindi una sola esigua categoria di investitori, avrebbe da guadagnare, in termini strettamente finanziari, dall’eventuale uscita dall’euro. I flussi di rendita non sarebbero intaccati ma crescerebbero in termini “relativi” in un paese in cui la maggioranza dei risparmiatori, al contrario, deterrebbe asset finanziari in moneta svalutata.
6) Ulteriori effetti sulle banche e sull’economia reale: il sistema bancario detiene complessivamente circa 400 miliardi tra BoT e BTp, per quasi la metà appartenente ai primi cinque gruppi nazionali. Oltre alle ingenti perdite determinate da una ristrutturazione del debito che, come sopra osservato, richiederebbero un intervento di sostegno pubblico, anche le sole ipotesi di abbandono della moneta unica creerebbero delle tensioni sulla curva dei tassi, con quelli a breve che eguaglierebbero o supererebbero quelli a lungo termine (è già successo con la crisi finanziaria che ha investito i nostri titoli di stato nel novembre 2011). Anche questo fattore metterebbe sotto pressione sia le banche, che sfruttano la differenza dei tassi finanziandosi a lungo termine e prendendo in prestito a breve, che gli utilizzatori di prestiti, il cui onere in termini di interessi da corrispondere diventerebbe molto pesante.

Grafico dello spread fra Bund e Btp, che ha toccato un massimo di 574 punti il 9/11/2011
Inoltre, se i titoli di stato non fossero più accettati come “collaterali” nei contratti di finanziamento, cioè come pegno per ottenere liquidità da altre banche, si chiuderebbe un’ulteriore importante sorgente di finanziamento e l’effetto finale sarebbe un violento “credit crunch”, cioè una stretta creditizia che aggraverebbe ancor di più lo stato dell’economia reale.
7) Effetti per le imprese: le imprese, e le loro azioni, potrebbero trarre qualche vantaggio operando con una valuta più debole grazie all’aumento delle esportazioni. È tuttavia difficile quantificare se tale vantaggio possa compensare il peggioramento delle condizioni creditizie e il costo dell’energia importata. Probabilmente tale vantaggio potrebbe rivelarsi effimero e comunque modesto, stando almeno alle conclusioni di recenti studi della Confindustria, che dimostrano come la produzione basata su filiere globali riduca di molto i vantaggi della svalutazione. Le aziende che esportano beni finali importano materie prime ma anche semilavorati il cui costo aumenterebbe essendo pagati con una valuta più debole.
Conclusioni
Le riflessioni riportate, seppur certamente non esaustive e riferite ad un fenomeno i cui contorni, come in precedenza accennato, ben difficilmente possono essere completamente definibili in termini di conseguenze, hanno chiaramente evidenziato che un’eventuale uscita del nostro Paese dall’euro non porterà ad un maggiore sviluppo economico bensì ad uno shock fatto di aumento del debito, crescita del costo delle materie prime e dell’inflazione, aumento dei tassi di interesse, default a catena di Stato, Enti locali, banche e imprese che hanno emesso prestiti sui mercati internazionali, il tutto in un contesto di tensioni politiche internazionali.
I trattati europei, fra l’altro, contemplano l’uscita dall’Unione europea (articolo 50 del Trattato di Lisbona) ma non disciplinano l’abbandono della moneta comune. Qualora un Paese decidesse comunque di lasciare l’euro dovrebbe sottostare a una serie di conseguenze che, ben difficilmente, migliorerebbe la situazione preesistente. Queste brevi considerazioni evidenziano pertanto che risulterebbe molto più corretta e utile un’analisi che, senza preconcetti nei confronti della moneta unica, focalizzasse in profondità le cause che hanno determinato il declino della nostra economia a partire dagli anni ‘80.
Note
- È stato rilevato che i Paesi che in passato hanno abbandonato le unioni monetarie hanno subito una svalutazione media del 46%.
- I possessori di titoli di stato esteri, obbligazioni di società estere e azioni estere continuerebbero infatti a percepire interessi, cedole e rimborsi in “valuta forte” (dollari e euro), guadagnando ulteriormente in termini di potere di acquisto rispetto alla moneta nazionale.
- Il trattato di Lisbona prevede un meccanismo di recesso volontario e unilaterale dall’Unione europea. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso. Tale accordo è concluso in nome dell’Unione europea (UE) dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, al più tardi, due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine. Qualsiasi Stato uscito dall’Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, presentando una nuova procedura di adesione.