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HOME > Articoli e notizie:Dal Litorale austriaco al Friuli Venezia Giulia

Dal Litorale austriaco al Friuli Venezia Giulia

Un lungo lavoro, quello che ha portato il professor Italo Santeusanio di Ronchi dei Legionari a presentare, il 19 marzo 2024, il volume “Dal Litorale austriaco al Friuli Venezia Giulia”. Mesi di studio e di ricerca hanno portato alla pubblicazione sostenuta dalla BCC Venezia Giulia. Santeusanio, classe 1936, vive a Ronchi dove è nato. Si è laureato a Padova in materie letterarie ed è stato attivo per quarant’anni nelle scuole statali, sia come insegnante che come sindacalista. Ha pubblicato studi di storia sociale, economica, politica e religiosa riguardanti il Monfalconese e il Friuli orientale. Pubblichiamo di seguito la sua presentazione del 19 marzo.

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In questo angolo d’Europa popoli di lingua e cultura diversa hanno vissuto pacificamente per secoli, ma, a parti-re dalla seconda metà del XIX secolo, anche qui si diffuse «il veleno del nazio-nalismo»(1), come ricorda Diego De Castro nella sua monumentale opera La questione di Trieste. Ed era un nazionalismo intollerante al pari degli altri movimenti nazionalisti confliggenti nell’area asburgica».(2)
 
Riporto due esempi.
 
Nel 1879 il grande poeta sloveno Don Simon Gregorčič (Vrsno, 1844-Gorizia, 1906), denominato il Goriški slavček (l‘usignolo goriziano) pubblicò una famosa ode al fiume Isonzo, alla fine della quale, con parole poco consone a un prete cattolico, osserva lo storico sloveno Jože PIRJEVEC, ma in armonia con il nazionalismo dell‘epoca(3), scrisse, rivolgendosi all‘Isonzo: «Non ridurti entro i limiti delle sponde,/ balza dagli argini tuoi furibondo/ e lo stranier della nostra terra avido/ nel fondo dei tuoi gorghi travolgi impavido!»(4) Non precisa chi era lo straniero, ma l‘allusione è chiara.
 
Nel 1911 l’irredentista triestino Ruggero Fauro Timeus (1892-1915) descrisse un quadro apocalittico della lotta nazionale in Istria, per cui preconizzava che l’esito finale dello scontro tra italiani e slavi in Istria sarebbe finito con «la sparizione completa di una delle due razze che si combattono», come purtroppo è avvenuto.(5)
 
Nella Venezia Giulia i problemi sono nati con il nazionalismo e l’irredentismo. «Il termine “irredentismo” non è attestato prima dell’11 febbraio 1877, quando il patriota Matteo Imbriani giurò solennemente di consacrare la sua vita al recupero delle terre “irredente”, cioè ancora sotto il dominio straniero, creando così il  neologismo».(6)
 
L’irredentismo si diffuse gradatamente in Italia e nella Venezia Giulia, ma non conquistò mai le masse. Anzi, nel Friuli austriaco le masse contadine cattoliche erano contro l’irredentismo.(7)
 
Dopo il crollo degli imperi austro-ungarico, germanico, russo e ottomano del 1917-18, in base al concetto di Stato-Nazione, sono stati violati i diritti delle minoranze nazionali in varie parti d’Europa, compresa l’Italia. Per quanto riguarda l’impero austro-ungarico, i contrasti tra le varie nazionalità nei vari stati successori continuarono e si acuirono, in quanto ogni Stato desiderava far coincidere i confini statali con quelli nazionali, per cui le “minoranze nazionali” erano percepite come un ostacolo, che impediva la piena realizzazione della maggioranza nazionale che aveva costruito lo Stato. Per esempio, i difficili rapporti tra polacchi e ucraini nella Galizia ex austriaca peggiorarono talmente, che sfociarono nei massacri di 100.000 polacchi compiuti dai nazionalisti ucraini nel 1943-44 e nell’eliminazione di migliaia di ucraini compiute dai polacchi per rappresaglia.(8)
 
Nella Venezia Giulia le leggi dell’Italia fascista ebbero una valenza non solo illiberale, ma anche antislava. Ci furono norme specifiche che riguardarono l’italianizzazione di toponimi, cognomi e nomi, l’esclusione della lingua slovena e croata nei tribunali, negli uffici pubblici, nei treni, nella stampa, nell’editoria.(9)
 
Qualcosa di simile successe nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nato nel dicembre del 1918, il futuro Regno di Jugoslavia: nella Macedonia e nel Kosovo fu attuata la totale messa al bando della lingua albanese e macedone nell’amministrazione e nella scuola e anche una vera e propria “bonifica etnica”, in quanto i macedoni, per Belgrado, non esistevano neppure, essendo considerati serbi per la parentela del linguaggio; gli albanesi del Kosovo, insediati in un’area che i serbi proclamavano la culla della nazione serba, erano avvertiti come usurpatori da scacciare o assimilare al più presto.(10) Così Jože Pirjevec, nel suo libro Il giorno di San Vito, del 1993.
 
Dopo l’8 settembre del 1943 e la fine della guerra nel 1945 ci fu la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo.
 
Uno dei motivi che spinsero quasi tutti gli italiani dell’Istria ad emigrare è stato chiaramente esposto da Gloria Nemec, di cui mi ha colpito particolarmente il seguente passaggio [cito]: «In particolare nel corso dell’anno scolastico 1953-’54, anche nei piccoli centri, i genitori italiani furono costretti ad inviare i figli nelle scuole slovene e croate perché spesso i loro cognomi erano considerati frutto di italianizzazione imposta, sovrapposta ad una matrice originariamente slava. Lontane ascendenze slave erano sufficienti a motivare una “restituzione” alle antiche origini, indipendentemente dalla volontà attuale e dalla lingua d’uso in ambito familiare».(11)
 
Lo storico tedesco Rolf Wörsdörfer ha fatto una comparazione storiografica tra le misure prese dal regime fascista e quelle dei poteri popolari jugoslavi ed ha così commentato il passo della Nemec che ho appena citato: «Alcune di queste misure ricordavano quelle adottate negli anni Venti dal regime fascista contro i dipendenti pubblici sloveni e croati. E in modo molto simile ai fascisti agì l’amministrazione titoista nell’Istria centrale, fin nei più piccoli villaggi, non al fine di affermare la purezza etnica del territorio, ma il controllo ideologico sulla società».(12)
 
Per quanto riguarda le identificazioni nazionali in base ai cognomi, la comparazione tra il regime fascista e i poteri popolari jugoslavi viene fatta, in un saggio intitolato Identità di confine, anche da Mila Orlić, una studiosa croata che abita a Trieste, ha studiato all’Università di Modena e Reggio Emilia e insegna all’Università di Fiume.
 
Nella Venezia Giulia, nei mesi di maggio-giugno 1945 avvenne un’«epurazione preventiva» (espressione coniata da Elio Apih) degli elementi che potevano opporsi alla realizzazione dei “poteri popolari”, cioè all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia comunista. L’epurazione colpì soprattutto gli italiani, per cui la pubblicistica italiana ha sostenuto che le vittime furono colpite «soltanto in quanto italiane». Secondo lo storico Raoul Pupo questa formula è vera e falsa nello stesso tempo. È falsa se per italiano s’intende un appartenete al gruppo etnico italiano, è vera se per
italiano s’intende una persona che vuole che la Venezia Giulia appartenga all’Italia. Perciò la «fratellanza italo-slava» ha chiari limiti: prima di tutto sono considerati italiani solo quelli nati nella Venezia Giulia (quindi esclusi gli italiani immigrati nella Venezia Giulia dopo il 1918), ma non quelli anche di lontana origine slava, poi la fratellanza vale solo per gli italiani «onesti e buoni», cioè solo per gli italiani che accettano l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia comunista, in pratica quasi esclusivamente le masse operaie, le quali, inizialmente entusiaste per la Settima repubblica federativa jugoslava, si pentirono amaramente in seguito della loro scelta.(13)
 
Anche su questo punto c’è una convergenza con la posizione di Mila Orlić esposta in un saggio del 2008, in cui afferma che le politiche concrete dei poteri popolari in Istria «diedero anche alle fasce di popolazione italiana inzialmente più ben disposte l‘impressione di essere cadute in un terribile equivoco».(14)
 
Dario Stasi (1941-2023), recentemente scomparso, attivista nel Partito Comunista Italiano di Gorizia tra gli anni Sessanta e Settanta, fondatore e direttore della rivista goriziana bilingue “Isonzo-Soča”, sullo scottante argomento delle foibe, in un suo saggio del 2019 ha riportato la definizione della voce foiba del Vocabolario della lingua in Italia di Carlo Salinari, Edizioni del Calendario, 1967: «dolina con sottosuolo cavernoso e indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra 1940-1945, furono gettati i corpi delle vittime delle rappresaglie naziste». E Dario Stasi commenta: «Una piccola verità e una grande bugia. […] Riguardo alla voce foiba, la definizione sopra riportata [continua Dario Stasi] mi ricorda anche il modo in cui l’argomento veniva affrontato nel PCI goriziano: in evidenza, sempre e comunque, andavano messe le vittime del nazifascismo e poi, eventualmente, si poteva parlare anche di altro, ma mai approfondire. Insomma l’argomento era tabù. Delle foibe e di Porzùs era proibito parlare».(15)
 
La legge n. 92 del 30 marzo 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
 
Miloš Budin, già esponente del Partito Comunista Italiano, della minoranza slovena di Trieste, ha dichiarato al Senato: «Questa è una legge importante, è un atto doveroso per tanti aspetti; è un atto doveroso del Parlamento verso tutti coloro che sono portatori di quella memoria, perché quelle vicende le hanno vissute in maniera più o meno diretta, o perché sono portatori di quella memoria avendola ereditata. […] Questa legge, poi, è un atto doveroso per la sinistra ed è giusto che siamo noi a sottolinearlo, per quella sinistra che noi rappresentiamo, per quello che essa è oggi ed anche per ciò che è stata nel passato. È un atto doveroso per una sinistra che ha mantenuto su queste vicende per decenni un atteggiamento giustificazionista e/o reticente».(16)
 
L’argomento delle foibe è ancora oggi motivo di studi basati su fonti archivistiche, ma anche di polemiche. Per quanto riguarda gli studiosi, Mila Orlić, nel libro che ho già citato, Identità di confine. Storia dell’Istria e degli istriani dal 1943 a oggi, contesta pacatamente, senza nominarli, Gloria Nemec, Raoul Pupo, Fabio Todero e Anna Vinci, autori del Vademecum per il giorno del ricordo 2020. Questi studiosi, a proposito delle foibe istriane dell’autunno del 1943, affermano: «Si trattò di una violenza dall’alto, programmata e gestita dai quadri del movimento di liberazione croato (jugoslavo). Peraltro, essa fu gestita in un clima di grande confusione, da forme di ribellismo dei contadini croati, nel quale trovarono spazio estremismo nazionale, conflitti d’interesse locali, motivazioni personali e criminali, come nel caso di alcuni stupri seguiti da uccisioni, fra i quali assai noto quello di Norma Cossetto».(17)
 
Invece Mila Orlić, basandosi su fonti dell’Archivio di Stato della Croazia e precisamente su una relazione dell’OZNA del 6 novembre 1953, mette «in discussione la tesi secondo la quale si trattava di un’operazione coordinata e prestabilita dai vertici comunisti jugoslavi, ponendo invece l’accento sul suo aspetto popolare». E cita le precise parole della relazione dell’OZNA: «Il popolo si è mobilitato spontaneamente e ha preso le armi […] non erano presenti né le nostre unità militari, né il loro commando».(18)
 
L’argomento delle foibe è argomento di polemiche, ancora oggi, non solo tra le persone comuni, ma anche tra gli studiosi, come ha lucidamente chiarito Paolo Mieli nel suo saggio del 2015 L’arma della memoria, in cui Mieli si chiede: «Ci si può occupare di quei fatti remoti senza far propria in partenza né la vulgata comunista e slava, né quella di segno contrario? C’è uno storico, Raoul Pupo, che ci ha provato con Trieste ’45»(19), un saggio storico del 2010, ripubblicato con un interessante prologo nel 223.
 
Trieste ’45 è un saggio del 2010, ma Raoul Pupo già nel 2003, con il libro Foibe, scritto insieme a Roberto Spazzali, aveva evitato sia la vulgata comunista e sia quella opposta.(20) Eppure, anche i suoi contributi sono soggetti a polemiche.
 
Per esempio, Claudia Cernigoi, nel suo saggio del 2005 Operazione “Foibe” tra storia e mito, giudica [cito le sue parole, Nda] «particolarmente fuorvianti e frutto di “faciloneria” divulgativa le interpretazioni di autori quali Raoul Pupo e Roberto Spazzali».(21)
 
La delicatezza e la difficoltà dell’argomento è documentata dal fatto che talora lo stesso testo viene criticato da due opposti punti di vista. Per esempio, il Vademecum per il giorno del ricordo del 2019, pubblicato dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia(22), è stato giudicato dall’ANPI «un equilibrato documento di sintesi storiografica sulle acquisizioni di decenni di ricerca sul confine orientale».(23)
 
Invece lo stesso Vademecum è stato oggetto, a fine marzo 2019, di una mozione critica approvata dal Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Questa mozione cita esplicitamente il Vademecum del 2019, perché con esso [cito, Nda] «si vuole diffondere una versione riduzionista della storia della pulizia etnica perpetrata dai partigiani titini». Lo storico Raoul Pupo, uno degli autori del Vademecum insieme a Gloria Nemec e Anna Vinci, ha manifestato il seguente perplesso commento sulla mozione del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia: «Veramente non so cosa dire in proposito, visto che sono stato invitato dallo stesso Consiglio a tenere il discorso in preparazione del Giorno del Ricordo. E in quell’occasione ho detto le stesse cose che ho scritto nel Vademecum» (24)
 
Invece l’edizione aggiornata del Vademecum del 2020 è stata criticata da Marco Puppini, per i seguenti motivi [cito]: «per la presenza anche nell’edizione aggiornata di una voce dedicata ai cosiddetti “negazionisti” (delle foibe e dell’esodo), “riduzionisti” e “giustificazionisti” […]. Sono aggettivi coniati in passato per quanto riguarda foibe ed esodo da uno degli autori del Vademecum […] L’uso dello stesso aggettivo, che viene usato per definire chi nega la Shoah è senz’altro offensivo, anche perché gli stessi autori annotano giustamente come non vi siano stati in regione durante la guerra fenomeni di genocidio […] E quindi l’uso dell’aggettivo negazionista è pure storicamente falso».(25)
 
Anche l’esodo degli italiani dall’Istria è ancora un argomento delicato. Le motivazioni dell’esodo degli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia sono molto complesse, anzi «parlare dell’esodo significa cercare di dipanare uno dei nodi più aggrovigliati di quella storia di frontiera», ha scritto Raoul Pupo nel suo saggio del 2005 intitolato Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio.(26)
 
Anche la studiosa slovena Katja Hrobat Virgolet, nel suo saggio del 2021, intitolato V tišini spomina (Nel silenzio del ricordo) ha sottolineato la complessità del fenomeno dell’esodo dall’Istria, basandosi su ricerche d’archivio e su testimonianze orali. Per esempio, la storica slovena riferisce che la maggioranza degli storici sloveni e croati sostiene che le migrazioni sono state volontarie, cioè considerano l‘aspetto giuridico della possibilità di opzione. Ma lei stessa dubita che si sia trattato di una libera scelta, in quanto, argomenta, se il 90% della popolazione decise di partire, questo volontariato è veramente molto dubbio. Perciò, deplorando l‘uso politico della storia, la studiosa slovena conclude così: «Io sono d‘accordo con gli storici, i quali negano la volontarietà dell‘esodo, sebbene sussistano motivi giuridici e politici, che potrebbero confermare la tesi della volontarietà. Se ci immedesimiamo nelle persone da una prospettiva antropologica, nei loro dilemmi e nelle loro esperienze, si stende una realtà diversa, più umana, in cui non è più necessario stabilire chi ha avuto ragione e chi no, quale punto di vista nazionale è giusto e quale no … Temo che sia da una parte che dall‘altra, le difficili sorti della gente siano sfruttate per scopi politici, spesso con il sostegno di ricerche acritiche nei confronti del proprio discorso nazionale».(27)
 
Sergio Tazzer, nel saggio Tito e i rimasti, riferisce che una piccola parte di italiani rimase nelle terre annesse dalla Jugoslavia, nonostante l’ingiustificata soppressione di numerose scuole con lingua d’insegnamento italiana. Addirittura, nel 1952, l’ispettore generale del Ministero dell’istruzione della Croazia Peruško impose il trasferimento immediato e forzoso nelle scuole croate di tutti gli alunni considerati di origine croata e più specificatamente gli alunni con il cognome che termina con “ich”.(28)
 
Con il passare dei decenni i rapporti tra italiani e slavi sono diventati gradatamente meno tesi. Riporto alcune tappe significative.
 
Nell’ottobre del 1993 (Governo Ciampi 29 aprile 1993-11 maggio 1994) fu costituita dai ministri degli Esteri dell’Italia (Beniamino Andreatta) e della Slovenia una Commissione di studiosi italiani e sloveni, per esaminare gli aspetti rilevanti nella storia delle relazioni politiche e culturali tra i due Stati. La Commissione, dopo sette anni di lavoro (il 27 giugno 2000), approvò all’unanimità il rapporto finale, intitolato I rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956, trasmesso il 25 luglio 2000 ai ministri degli Esteri italiano e sloveno.(29)
 
Il 13 luglio 2010, in occasione del novantesimo anniversario dell’incendio del Narodni dom, il presidente della Repubblica Italiana Napolitano (1925-2023), i presidenti di Slovenia, Türk e di Croazia, Josipović, hanno compiuto un gesto simbolico di riconoscimento delle tragedie del passato davanti a due luoghi della memoria quali il Narodni Dom e il monumento di Piazza della Libertà dedicato all’esodo dei «trecentocinquantamila esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia». Su un quaderno Giorgio Napolitano, Danilo Türk e Ivo Josipović hanno scritto la dedica dell’amicizia, che dovrebbe rimarginare le tante ferite del Novecento. Napolitano ha scritto: «Rendiamo omaggio alle vittime degli odi del passato e celebriamo il nostro comune impegno per la pace e l’amicizia tra i nostri popoli». Il presidente sloveno Türk ha scritto: «Oggi apriamo un nuovo capitolo della Storia. Ci siamo lasciati alle spalle un periodo di violenza iniziato novant’anni fa. E davanti a noi c’è un futuro comune basato sui diritti umani e su un percorso europeo». Il presidente croato Josipović ha scritto: «L’amicizia tra le genti e i popoli è più forte del Male che si manifesta più volte nella Storia. Dobbiamo saperlo riconoscere, il Male, per sconfiggerlo. Ma i popoli croato, sloveno e italiano sanno farlo e, con fiducia, guardano al comune futuro europeo». Alla sera, in piazza Unità d’Italia, i tre capi di Stato hanno assistito al “Concerto dell’Amicizia”, voluto e diretto dal maestro Riccardo Muti, nel segno dell’amicizia e della riconciliazione tra i tre popoli che si affacciano sul mare Adriatico.(30)
 
Il 13 luglio 2020 il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e quello della Repubblica Slovena Borut Pahor si sono tenuti per mano davanti alla Foiba di Basovizza e al vicino monumento agli sloveni fucilati il 6 settembre 1930, in esecuzione della condanna a morte comminata da Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Lo stesso giorno fu restituito il Narodni Dom alla comunità nazionale slovena.(31)
 
Borut Pahor (presidente della Repubblica Slovena dal 2012 al 2022) ha scritto nella sua autobiografia appena uscita che la celebrazione solenne di Basovizza gli ha dato una particolare soddisfazione, in quanto a Basovizza si è avuta la cicatrizzazione delle ferite, che la storia aveva provocato agli Sloveni e agli Italiani. Il fascismo, prima e durante la seconda guerra mondiale, e la vendetta comunista che ne seguì alla fine della guerra avevano reso difficile la completa coesistenza nello spirito europeo. «Perciò il 13 luglio 2020 – ha continuato Borut Pahor nella sua autobiografia – si imprimerà profondamente nella memoria storica del pubblico sloveno, italiano ed europeo, soprattutto perchè io mi sono tenuto per mano con il presidente e amico italiano Sergio Mattarella davanti ai monumenti alle vittime del fascismo e del comunismo. É stato un momento commovente, che i presenti hanno seguito nel silenzio assoluto e nel pianto soffocato, in una meravigliosa giornata estiva. Quel giorno lo Stato italiano ha restituito alla comunità nazionale slovena in Italia, dopo cento anni dall‘incendio, la casa nazionale. Sono enormi, concreti e simbolici movimenti nell‘approfondimento dell‘amicizia tra due popoli e due Stati».(32)
 
Nel maggio del 2022, anche l’attuale presidente della repubblica della Croazia, Zoran Milanović, ex comunista, ha compiuto un importante gesto di riconciliazione: ha riconosciuto, come ha detto il presidente dell’Unione Italiana Maurizio Tremul, «in maniera inequivocabile il dramma e il torto che è stato inflitto agli italiani nel secondo dopoguerra dai comunisti jugoslavi».(33) Siamo ancora lontani dalla «euro-regione nel contesto di una Federazione europea che accolga e abbracci tutti i popoli del Continente», auspicata da Livio Dorigo, presidente onorario del Circolo di Cultura Istro Veneta “Istria” di Trieste, ma qui da noi un passo significativo verso quella meta è stato fatto, come dimostra il fatto che Nova Gorica e Gorizia sono state proclamate Capitale europea della Cultura 2025 il 18 dicembre 2020.(34)
 
Per quanto riguarda la Venezia Giulia, purtroppo lo scontro dei contrapposti nazionalismi provocò, dopo la seconda guerra mondiale, la catastrofe dell’italianità adriatica, che ricorda, in scala ridotta, la “catastrofe” del milione di greci esodati dall’Asia Minore del 1923(35). Ciò non significa che debba considerarsi impossibile qualsiasi altra forma di presenza italiana, ma sarà una storia completamente diversa da quella passata, da costruire guardando più al futuro, che al passato(36), basata sulla riconciliazione con i vicini croati e sloveni e su reciproci rapporti proficui economici e culturali, che avranno per simbolo il conferimento della laurea honoris causa a Borut Pahor e Sergio Mattarella il 12 aprile e le manifestazioni per Gorizia e Nova Gorica capitale europea della cultura nel 2025.◼
 

NOTE
  1. Diego DE CASTRO, La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al1954, volume I, Edizioni Lint, Trieste, 1981, pp. 85-86.
     
  2. Raoul PUPO, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Laterza, Bari-Roma, 2021, p. 65.
     
  3. Jože PIRJECEC, Serbi, Croati, Sloveni. Storia di tre nazioni, il Mulino, Bologna, 1995, p. 144; Simon GREGORČIČ, Soči
     
  4. Simon GREGORČIČ, Soči- All‘Isonzo
     
  5. Marina CATTARUZZA, L’Italia e il confine orientale cit., pp. 61-62
     
  6. Bernard HAUTECLOQUE, L’irrédentisme italien dans l’Empire austro-hongrois (1866-1915), UGA Editions, Université Grenoble Alpes, Grenoble, 2023, p.11.
     
  7. Italo SANTEUSANIO, I cattolici dal Friuli austriaco alla Venezia Giulia, in Annalisa GIOVANNINI, Un mondo nuovo (1919-1924). L’ex Litorale austriaco tra fatti di Storia e storie di uomini,Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Trieste, 2019.
     
  8. Milosz I. CORDES, Polonia e Ucraina storie contro, “Limes”, Rivista Italiana di Geopolitica,2/2022, p. 133.
     
  9. Elio APIH, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia cit., pp. 270-285; Dennison I.RUSINOW, L’Italia e l’eredità austriaca 1919-1946 (titolo originale Italy’s Austrian Heritage1919-1946, 1969), La Musa Talia, Venezia, 2010, pp. 221-251; Lavo ČERMELJ, Sloveni e Croati inItalia tra le due guerre cit., pp. 71-154; Silvia BON GHERARDI, Politica, regime e amministrazionein Istria, in Silvia BON GHERARDI, Anna MILLO, Anna Maria VINCI, Lorena VANELLO, Lucio LUBIANA,L’Istria fra le due guerre, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia-Trieste, Ediesse, Roma,1985, pp. 21-80; Milica KACIN WOHINZ e Jože PIRIJEVEC Storia degli sloveni in Italia 1866-1998,Marsilio, Venezia, 1998, pp. 35-39; Rapporti italo sloveni 1880-1956. Relazione della Commissionestorico culturale italo-slovena, redatta nell’anno 2000, in Italia e Slovenia alla ricerca di unpassato comune. Atti del Seminario di studio sulla relazione finale della commissionestorico-culturale italo-slovena su: I rapporti italo-sloveni 1880-1956, Gradisca d’Isonzo, palazzo Torriani, 12 aprile 2002, Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei, Gorizia, 2003, pp.79-83; Annamaria VINCI, Il fascismo al confine orientale cit., pp. 451-454; Almerigo APOLLONIO,Venezia Giulia e fascismo 1922-1935 cit., pp. 175-219; Marina CATTARUZZA, L’Italia al confineorientale, il Mulino, Bologna, 2007, pp. 165-205; Angelo ARA, Fra Nazione e impero. Trieste, gliAsburgo, la Mitteleuropa, Garzanti, Milano, 2009, pp. 432-447; Annamaria VINCI, Sentinelle dellapatria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941 cit., pp. 161-168; Raoul PUPO, Adriatico amarissimo cit., pp. 65-72.
     
  10. Jože PIRJEVEC, Il giorno di San Vito. 1918-1992. Storia di una tragedia, Nuova ERI Edizioni, Torino, 1993, pp. 15-22.
     
  11. Gloria NEMEC, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d’Istria 1930-1960, Istituto Regionale per la Cultura Istriana, LEG, Gorizia, 1998, pp. 235-326.
     
  12. Rolf WÖRSDÖRFER, Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, il Mulino, Bologna, 2009, p. 260.
     
  13. Raoul PUPO, Il lungo esodo cit., pp. 101-112; Trieste ’45 cit., pp. 230-237. Alle stesse conclusioni giunge nel successivo saggio Adriatico amarissimo cit., pp. 184-186.
     
  14. Mila ORLIĆ, Poteri popolari e migrazioni forzate in Istria, in Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d‘Europa, a cura di Guido CRAINZ, Raoul PUPO, Silvia SALVATICI, Donzelli Editore, Roma, 2008, p.27.
     
  15. Dario STASI, Storie di comunisti. Gli anni Sessanta e Settanta nel PCI a Gorizia, Transmedia, Gorizia, 2019, pp. 45-46.
     
  16. Miloš BUDIN, Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 561 del 11/03/2004
     
  17. NEMEC, Raoul PUPO, Fabio TODERO, Anna VINCI, Vademecum per il giorno del ricordo 2020, Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, 2020, p. 33.
     
  18. Mila ORLIĆ, Identità di confine. Storia dell’Istria e degli istriani dal 1943 a oggi, Viella, Roma, 2023, p. 48.
     
  19. Paolo MIELI, L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato, Rizzoli, Milano, 2015, p. 243.
     
  20. Raoul PUPO, Il confine scomparso cit., pp. 100-101.
     
  21. Claudia CERNIGOI, Operazione “Foibe” tra storia e mito, Kappa VU, Udine, 2005, p. 11.
     
  22. Gloria NEMEC, Raoul PUPO, Anna VINCI, Vademecum per il giorno del ricordo 2019, Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, 2019. 
     
  23. https://www.anpi.it/attacchi-alla-ricerca-storica-su-foi-be-e-confine-orientale.
     
  24. “Il Piccolo”, 1° aprile 2019, p. 11, Foibe, il Consiglio “scomunica” il Vademecum degli storici; Il Paradosso: lo studioso ospite in aula il Giorno del Ricordo.
     
  25. Marco PUPPINI, 2 febbraio 2020, Vademecum dell’istituto per la storia del movimento di liberazione per il giorno del ricordo, un commento, http://www.storiastoriepn.it/vademecum dell’istituto per la storia del movimento di liberazione per il giorno del ricordo, un commento. - storia storie pordenone (storiastoriepn.it)
     
  26. Raoul PUPO, Il lungo esodo cit., p. 24.
     
  27. Katja HROBAT VIRGOLET, V tišini spomina. »Exodus« in Istra (Nel silenzio del ricordo. »Esodo« e Istria), Yaložba Univerze, Koper, 2021, pp. 151-155. Sulle motivazioni dell‘esodo vedi anche Mila ORLIĆ, Poteri popolari e migrazioni forzate in Istria, in Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d‘Europa, a cura di Guido CRAINZ, Raoul PUPO, Silvia SALVATICI, Donzelli Editore, Roma, 2008, pp. 25-41.
     
  28. Sergio TAZZER, Tito e i rimasti. La difesa dell’identità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia, LEG, Gorizia, 2008, p. 129.
     
  29. Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena Rapporti italo-sloveni 1880-1956, nota 1, in Pierluigi PALLANTE (a cura di), Foibe. Memoria e futuro, Editori Riuniti, Roma, 2007, p. 316.
     
  30. “Il Piccolo”, 14 luglio 2010, p. 3, Roberta GIANI, Napolitano, Türk e Josipović seppelliscono le ferite; p. 5, Gabriella ZIANI, Stregati da Muti; “Il Piccolo”, 23 settembre 2023, p. 5, Con Slovenia e Croazia. La musica della riconciliazione. Articolo scritto il giorno dopo la morte di Giorgio Napolitano.
     
  31. “Il Piccolo”, 14 luglio 2020, p. 1, L’omaggio a Basovizza e la restituzione del Narodni Dom. Italia e Slovenia mano nella mano.
     
  32. Borut PAHOR, Zmaga je začetek. Priročnik za politične & druge začetnike, Beletrina, Ljubljana, 2023, p. 45.
     
  33. Mauro MANZIN, Dopo il discorso del capo di Stato croato. Storici, esuli, rimasti: coro di consensi per le parole di Milanović sull’esodo, in “Il Piccolo”, 8 maggio 2022, p. 17.
     
  34. 44 Livio DORIGO, Sulla soglia dello sviluppo. Evoluzione economica istriana tra ‘800 e il 900, in Livio DORIGO, Giulio MELLINATO, Biagio MANNINO, Istria Europa. Economia e Storia di una regione periferica, Circolo di cultura istro-veneta “Istria”, Trieste, 2012, p. 7; https://euro-go.eu/it/programmi-e-progetti/capitale-europe-a-della-cultura-2025/
     
  35. 46 Franco CARDINI-Sergio VALZANIA, La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze, Mondadori, Milano, 2018, pp. 228-230; Jay WINTER, Il giorno in cui finì la grande guerra. Losanna, 24 luglio 1923: i civili ostaggi della pace, il Mulino, Bologna, 2023, pp. 13-15 e 63.; Roderick BEATON, La Grecia. Biografia di una nazione moderna, Einaudi, Torino, 2023 (edizione originale inglese 2019), p.243.
     
  36. Raoul PUPO, La catastrofe dell’italianità adriatica, in “Qualestoria”, n. 2, dicembre 2016, pp. 107-123.
data di pubblicazione: 31-05-2024
autore: Italo Santeusanio | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.91 | tema: CULTURA
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