Quando ho proposto il progetto a Feliciano Medeot, il direttore della Società filologica friulana, si è subito dichiarato disposto a portarlo fra i temi da affrontare nella Società. Dunque, onore per intero alla Filologica, che ha sempre capito subito il valore di questo straordinario intellettuale della Bassa.
Della Bassa, sì; friulano sì, ma vero cittadino del mondo. Un’identità, in lui, e confronto con l’uomo, a lettere maiuscole, perché l’umanità, maschile e femminile, è stata capita in pieno: quella palpitante, domestica, quella della terra dei padri, e quella universale, mai disgiunte, che, anzi, si incrociano in tutte le sue composizioni poetiche. E per questo ha portato il mondo nella poesia friulana e la poesia friulana nel mondo: dal Cile, alla Spagna, al Vietnam, ai drammi dell’Africa.
Ha reso giustizia, con i suoi versi, a generazioni di plebi rurali sfruttate e ha fatto pensare alla storia contemporanea fin dentro nella cronaca, che vedeva - e vede - l’uomo soffrire e morire, vittima dei suoi simili.
Ma il filo che unisce ognuno dei temi trattati, si basa su di un trittico imprescindibile: verità, libertà e giustizia.
Per fortuna, almeno in questo - un tanto non è avvenuto nella politica - Iacumin è stato compreso per “intiero”. “Fortuna”, precisiamo: capacità sua, e merito di chi lo ha giudicato.
Erano tutte persone di alto livello:
La gnova stagion (1968) ha goduto della presentazione dello scrittore Carlo Sgorlon, che lo ha capito in ogni aspetto dei contenuti di questa prima raccolta; un merito ancor più grande, perché ebbe a dichiarare di non conoscerlo di persona, dunque capirlo era ancora più difficile.
Altri, sempre intellettuali di rango, nel loro ambito, universalmente noti nel campo friulano, come Novella Cantarutti, Andreina Ciceri e Dino Menichini, qualche riserva la ebbero: «… Non mancano tuttavia componimenti nei quali la polemica sociale non si riscatta in poesia», scrissero.
Ma il filo che unisce ognuno dei temi trattati, si basa su di un trittico imprescindibile: verità, libertà e giustizia
Ma qui sta, invece, la chiave: l’aspetto sociale, storico, civile era il punto di partenza della sua vita e della sua poesia, non un elemento! Lui sentiva tutto quello, quasi e, forse, anche fisicamente: per questo, scrisse.
La sua poesia è stata apprezzata e letta, gustata, con una lingua popolare e sontuosa, scabra e musicale, capace di rendere le atmosfere della Bassa e di far pensare in alto in alto.
Un elemento tecnico che emerge dalla sua lingua poetica è la grande ricchezza nella terminologia degli attrezzi agricoli e nei nomi delle piante
Un elemento tecnico che emerge dalla sua lingua poetica è la grande ricchezza nella terminologia degli attrezzi agricoli e nei nomi delle piante, fin lì arrivava il suo coinvolgimento totale nel mondo contadino. Si dirà che, così densa di concetti, intrisa di storia, «
imbombida» di parole gemmee, la sua poesia non era accessibile a tutti; per alcuni aspetti, è vero, ma questo non in prospettiva, perché lui pensava che la cultura avrebbe potuto e dovuto coinvolgere tutti, far crescere tutti, far giungere tutti ai contenuti e ai concetti più ardui.
Insieme con
La gnova stagion, nel volume, di 270 pagine, si trovano le raccolte
Roja Natissa (1971),
Bassilla (1979),
Restis di blava (1983), un paio di liriche pubblicate in
Praxis Friuli, rivista del suo gruppo “Cristiani per il socialismo”, e
Claps, che vinse il concorso di poesia in dialetto triveneto, nel 2003 e fu pubblicata in un libro a più voci, dal Comune di Limana (BL), nel 2005.
A me è toccato, per ventura e per necessità, di dover tradurre in italiano
Roja Natissa,
Restis di Blava, le liriche in
Praxis Friuli (le altre traduzioni sono di Iacumin).
Confesso di essere stato più volte in difficoltà, sia nell’interpretare i contenuti, che per rendere in maniera degna il suo poetare, nutrito di un ventaglio lessicale amplissimo,
insiorât, arricchito di perlacei arcaismi.
Però questo esercizio mi ha consentito di esplorare la sua anima ancor meglio di quando lo conobbi impegnato in una politica nobile, in una pedagogia originale e informata; in un campo storico da lui reso capace di parlare al domani.
Vive Iacumin e sarà in grado di parlare a lungo, di temi che non muoiono con lo scorrere del tempo edace.
Per questo, per completare la comprensione della sua personalità multiforme - e pur unica per i fini - ci sono delle testimonianze introduttive: dell’amico Giampiero Facchinetti, che lo conobbe come uomo di scuola, interprete dei mosaici aquileiesi e come cristiano. E ancora, di chi scrive, che lo ammirò in una tormentata e incompresa vita politica, di Luisa Contin, che fu allieva e che descrive «la sua aquileiesità» nel locale e nell’universale, di Angelo Vianello, che lo apprezzò nel confronto con Gilberto Pressacco, per i respiri mediterranei che arrivavano dall’Egitto e dall’Oriente, per capire un’Aquileia sintesi di un mondo antico, che lascia senza fiato. C’è anche la testimonianza - resa in punta di penna - d’ un allievo, Luca Bidoli, cui il professor Iacumin fece comprendere che la filosofia non va confinata in un manuale…
Parlano perfino le note bibliografiche: raccontano di ricerche storiche, dal tardo antico al contemporaneo, di lotte contadine studiate e partecipate.
Per questo, ancora oggi, «
côr la flumera granda…», ora limpida, ora torbida, come la vita dell’uomo nel tempo.
Allora, si può dire che
Renato Iacumin, vive, vive presso Dio che ha onorato con testimonianza diuturna di vita, cultura, lotta e preghiera. Vive e splende. Un riflesso che è capace di arrivare fino a noi, e… di interrogarci.
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Locandina di una serata in onore di Renato Iacumin