Tra le testimonianze scritte che ci rimangono della vita nella
provincia dell’Impero d’Austria denominata "Litorale"(
1), prima che il primo conflitto mondiale spazzasse l’entità statale denominata Impero d’Austria e Regno d’Ungheria dalle carte geografiche, consegnandola alla storia, ce n’è una particolarmente originale, per diverse ragioni. Innanzitutto per la forma, che non è documentaria, ma narrativa, e che fornisce
una visione poetica e in qualche modo elegiaca della realtà della Venezia Giulia e delle zone limitrofe. Singolare, ma allo stesso tempo rappresentativa della realtà socioculturale sfaccettata e plurinazionale dell’area in questione nel periodo precedente al primo conflitto mondiale è poi la figura dell’autore,
un goriziano di lingua tedesca, che in tedesco scrisse le sue opere, pubblicate tutte presso case editrici tedesche, e che, nato a Pola nel 1860 e poi arrivato a Gorizia come figlio di un militare della Marina Imperial Regia
, condusse un’esistenza da borghese benestante di città, scrivendo per diletto quattro romanzi e diversi volumi di novelle, e ambientandoli non solo nella realtà austrotedesca da cui proveniva, ma anche nell’ambiente in cui si trovava a vivere, che vedeva da secoli la convivenza tra l’anima italiana, quella slovena e quella della borghesia austriaca costituita da funzionari dell’amministrazione imperialregia di origine e lingua tedesca. Infine la scelta dei soggetti: se
Otto von Leitgeb ha dedicato una serie di novelle, e parte dei romanzi al mondo che conosceva meglio, quello delle città del Litorale e della loro popolazione di lingua tedesca, sorprendentemente ottiene i risultati migliori della sua produzione quando non solo sceglie come protagonisti delle sue opere i contadini aquileiesi e il popolino goriziano, ma quando è il mondo contadino nella sua dimensione collettiva a diventare il protagonista delle sue opere.
La sua
attività letteraria inizia, sul modello degli scrittori tedeschi della generazione precedente alla sua, con una scrittura che si tiene lontana dai tutti i temi politici e sociali dell’epoca e che si concentra in prevalenza sull’approfondimento psicologico, in particolare quello dell’animo femminile, di cui registra «con precisione sismografica ogni sensazione, ogni oscillazione del sentimento, ogni reazione, ogni sobbalzo» (
2) e dove l’amore è il tema protagonista. Questo
modus operandi si riscontra tanto nelle opere che von Leitgeb ambienta nel mondo di lingua tedesca delle sue origini familiari e dei suoi studi universitari (ed è la lingua di questa realtà culturale che userà sempre come strumento comunicativo), quanto in novelle come
In Memoriam, Jour Fixe, Promenade (Passeggiata), Am Galgenacker (Sul calvario), Welleschlag (Ondata) (3), Erste Liebe (Primo amore) (4) che sono
ambientate con certezza a Trieste, Grado, Gorizia, Versa e in altre località dell’allora Küstenland. I protagonisti di questi lavori sono di origine austro-tedesca, e per la maggiore parte si tratta di figure femminili. Le trame di queste novelle sono quasi sempre fragili, spesso addirittura inesistenti, mentre, al loro posto, l’autore tratteggia delicati quadri d’ambiente, intesse dialoghi a sfondo psicologico, si dedica a riflessioni e dipinge paesaggi naturali e antropizzati, in cui ritrae la società aristocratica austro-tedesca in cui lui stesso si muoveva, e la vita disimpegnata di questa tra ville di campagna, salotti, luoghi di villeggiatura.
Nel 1899 von Leitgeb si cimenta con il
romanzo storico, pubblicando presso la
Deutsche Verlags Anstalt di Stoccarda il lungo romanzo di ambientazione italiana
Sidera Cordis (5). Nell’opera, la cui trama si svolge a Marano e in parte nella Venezia cinquecentesca, von Leitgeb si rifà alla più pura tradizione del romanzo storico e, sullo sfondo della
presa di Marano da parte dei Veneziani nel 1542, e della conseguente fuga del luogotenente austriaco, inserisce la storia di fantasia di Renea Grunhoffer, immaginaria figlia del luogotenente, contesa tra due campioni della parte veneziana, Piero Strozzi e Bernardo Sacchi (anch’essi due figure storicamente esistite) (
6). È proprio in
Sidera Cordis e nel personaggio della popolana Pascutta, donna maranese con la reputazione di strega e fattucchiera, che Leitgeb crea la sua
prima, riuscita, figura popolare e contadina, e apre le porte nella sua opera al
mondo rurale della Bassa Friulana e alle classi popolari del Goriziano.
Assieme a
Sidera Cordis e alla sua Pascutta, un’altra ispirazione per i suoi soggetti friulani gli è stata certamente fornita da un articolo dal titolo
Friaulisches Elend (Miseria friulana) che egli stesso scrisse nel 1888 per il
Breslauer Zeitung, e che venne poi ripubblicato nel 1952, dopo la sua morte, nel
Kärntner Landeszeitung con il titolo
Friaul im 1888 (Friuli nel 1888). In questo articolo lo scrittore stesso, in veste di giornalista, testimonia come un’inattesa ed impietosa
siccità che colpì nel 1887 il territorio della Bassa Aquileiese ebbe come conseguenza un periodo di estrema miseria.
È così che tra il 1899 e il 1904 von Leitgeb scrive tre deliziose novelle che hanno come protagonisti l’ambiente e gli abitanti della Bassa Aquileiese. Si tratta di tre racconti con una trama più articolata e consistente dei primi, anche in presenza di qualche convenzione e fragilità strutturale (
7), ma sono soprattutto racconti che evidenziano un forte impianto corale: storie di piccole comunità che si stringono attorno al loro parroco, rappresentato sempre come una figura altrettanto popolana, semplice e schietta, che estrazione, abitudini di vita e perfino i difetti accomunano ai suoi parrocchiani.
In
Der verlassene Gott (
Il dio abbandonato) (
8) il protagonista del racconto è don Matteo, un parroco di campagna che esercita la sua missione pastorale in un territorio enormemente ricco di vestigia pagane del passato romano, e si trova per questa ragione alle prese con la coesistenza nei suoi parrocchiani di superstizione e della fede cristiana; il suo superiore, che arriva in visita una volta all’anno in occasione delle cresime, in una di queste circostanze si informa sullo stato della religiosità delle popolazioni, e viene ingenuamente messo al corrente da don Matteo del particolare culto locale di un antico sasso di origine pagana, un’immagine ormai monca del dio romano Belenus, al quale don Matteo stesso e i suoi compaesani attribuiscono probabili proprietà taumaturgiche. Il prevosto gli raccomanda caldamente, ma bonariamente, di estirpare «l’eretica credenza». Da questo momento in poi Don Matteo tenterà in tutti i modi di neutralizzare il nume abbandonato e si dedicherà alla sua personale lotta contro la superstizione con tutte le sue forze, davanti agli occhi perplessi e preoccupati dei suoi fedeli, che osservano questa missione, da loro totalmente incompresa, trasformarsi in ossessione e fanatismo, fino ad un epilogo che assume i connotati di una burla che il destino gioca al povero parroco.
Direttamente ispirata all’articolo precedentemente menzionato è invece
Das Gelubde (
Il voto) (
9), un racconto in cui Don Angelo, di fronte ad una comunità preoccupata per l’incombente e protratta siccità che minaccia di ridurre tutti alla miseria e alla fame, convince i suoi parrocchiani ad elevare a Dio un voto collettivo, sacrificando gli oggetti e affetti più disparati; salvo poi, come tocca all’amareggiato parroco di constatare, dimenticarsene tutti una volta ottenuta in extremis la grazia. Ancor più corale è
Alte Rechnung (Vecchio Conto) (
10). Tita Goron torna dall’Argentina a regolare un vecchio conto con il ricco, avido e arrogante Sior Zanut, che lo ha accusato ingiustamente di furto per farlo incarcerare, costringerlo all’emigrazione e sottrargli la fidanzata Lisa.
Da questi godibili racconti, i più riusciti della sua produzione, emerge l’immagine di comunità formate da persone modeste, che conducono una lotta quotidiana contro le malattie e la miseria, guidate spiritualmente da figure altrettanto semplici. Quando don Matteo si veste adeguatamente per accogliere il prevosto proveniente dalla città, si sente strangolare dal collare al quale non è abituato, e la veste talare gli pesa come una pelliccia; fatica ad abbandonare i suoi modi contadini ed è preoccupato delle conversazioni che dovrà sostenere con il superiore: «Quindi di cosa parlare tutto il tempo; di che cosa, Cielo? Del Papa, dello Zar di Russia, di Garibaldi o della guerra civile americana. Di tutte queste cose lui ne sapeva troppo poco. O di viticultura, dei polli che quest’anno morivano in tanti di pipita, dei malati di febbre o semplicemente della miseria? Bel passatempo!».
Gli abitanti di queste terre vivono immersi in un territorio ricco di resti di epoca romana e di quella patriarcale, con i quali convivono quotidianamente, mescolando una sincera fede cristiana ad innocue superstizioni pagane. Con grande potenza descrittiva von Leitgeb immagina il campanile di Popone pendere da una parte a causa della siccità e il voto collettivo venire innalzato nella Basilica davanti alle tombe del Patriarca Popone, del patriarca Lodovico e del potente Raimondo della Torre, di Marquardo di Randeck e di Dominia Allegranza, mentre viene evocata la leggenda del mai trovato pozzo d’oro sotto il campanile in cui gli aquileiesi avrebbero gettato i loro averi all’arrivo di Attila. E a testimonianza delle numerose invasioni straniere di cui sono state oggetto le terre friulane in tutte le epoche, la perpetua Romana conserva con estrema cura un soldo napoleonico ricevuto in eredità.
Nonostante l’imponenza della basilica che domina il paesaggio aquileiese, le abitazioni sono però descritte come estremamente povere ed essenziali, e la casa di don Matteo è l’unica nel paese (probabilmente si tratta di san Martino di Terzo) ad avere l’intonaco. La sopravvivenza di queste genti è strettamente legata alla clemenza della natura, ai raccolti di frumento, granturco, miglio e vite, e l’ambiente circostante abbonda di canne e fieno rigoglioso, siepi fiorite e alberi da frutto, querce, ontani, pini, eucalipti, e gelsi per l’allevamento dei bachi da seta, e poi quaglie, lumache, pipistrelli e libellule.
Miseria, lavori faticosi e comunità chiuse, con pochi contatti con il resto del mondo, producono spesso negli abitanti imperfezioni fisiche, e non solo: Pippo Guercio, è senza un occhio, e ha pure il piede varo; Crosta ha la gotta, e Pirulin è lo scemo del villaggio, che dedica la sua vita ad un cimitero di animali morti, il suo tesoro più prezioso. Si invecchia presto, logorati dalla fatica, come Domenica, la fruttivendola de
Il Voto, e il povero traghettatore che conduce ogni giorno la sua barca da Aquileia a Grado e viceversa (
11). E qualcuno lascia troppo presto questa terra, come il figlio di Crosta, morto di colera al Lazzaretto di Trieste, di cui al padre rimangono solo la foto e due ceri per ricordarlo, perché, per disinfettare, ne hanno bruciato i pochissimi averi. Pure la malaria tormenta gli abitanti di queste terre, e li rende magri, scavati, con i visi e le sclere degli occhi giallognoli e lo sguardo febbricitante, mentre ripongono le loro superstiziose speranze in un «albero della febbre», probabilmente un eucalipto, le cui foglie vengono considerate miracolose. Come speranza di una vita migliore rimane l’emigrazione in Sudamerica, come ha fatto Tita che, mentre osserva intorno a sé la gente e il suo paese dove è appena ritornato, ripensa alle grandi strade e i palazzi della città in Argentina dove ha vissuto per un periodo da emigrante.
Queste genti sono fortemente timorose davanti all’autorità, che viene percepita come qualcosa di potente e insondabile a cui non si può far altro che sottomettersi («Il gendarme, che cosa temibile è un gendarme!» pensa Pippo Guercio) ma che a sua volta si dimostra del tutto ignara delle loro sofferenze e della durezza della loro esistenza: per il prevosto la realtà di quei luoghi corrisponde ad un sano mondo agreste, un’immagine idealizzata propria di chi non conosce i sacrifici che questa vita porta con sé.
I popolani sono remissivi e timorosi davanti al ricco, che con la potenza del denaro sembra ai loro occhi essere destinato a non soccombere neppure alla forza fisica dell’avversario.
Nonostante una vita povera e faticosa, queste persone mantengono, al contrario degli estenuati aristocratici di altre novelle dell’autore, una sorprendente vitalità, un forte attaccamento alla terra e alle tradizioni, un sincero entusiasmo per la vita, per i balli e le sagre (von Leitgeb racconta pure di alcuni meno giovani che criticano i balli che piacciono ai giovani e rimpiangono la
manfrina e la
furlana!), per il cibo (il
sior Zanut che mangia il buon salame e formaggio in osteria, il rito della polenta e l’insalata che la bella Marcellina mescola coi suoi ditini mentre scaccia i polli), per il mercato di Cervignano e per la festa dei patroni Ermacora e Fortunato, il pellegrinaggio a Montesanto.
In paese la gioventù è ancora piena di vitalità. Alcune ragazze sono belle (Marcellina e Lisa) e allegre e vivaci, e indossano le pianelle in cortile mentre scacciano i polli con i piedi; altre sono brutte, come Lisabetta; i giovanotti appaiono ancora freschi e vigorosi.
Grado è all’inizio delle sue fortune balneari, ed è meta di turisti, soprattutto austriaci e tedeschi: un traghettatore copre ogni giorno la distanza tra l’isola e la città patriarcale. Ne
Il Voto egli narra della disastrosa situazione generata sull’isola dalla calura, con i turisti in fuga, la spiaggia bollente coperta da meduse morte e la fabbrica (
12) in fallimento.
Sorprende come von Leitgeb, ricco borghese di lingua tedesca che trascorse la sua vita in città, sia stato in grado nei suoi scritti di cogliere con tanta vivacità e precisione molti tratti peculiari della sensibilità contadina, penetrandone la psiche, come nelle opere precedenti aveva già dimostrato di saper fare con personaggi molto più simili a lui. In veste però di
spettatore esterno, in queste novelle offre ai suoi lettori una visione prevalentemente collettiva del mondo che racconta. Il gusto per il pettegolezzo, la curiosità originata da una vita senza tanti diversivi fanno sì che il paese intero osservi eccitato e preoccupato l’evolversi della situazione in
Vecchio conto, senza sostenere però nessuno dei due contendenti. Il forte senso dell’onore muove Tita a reagire contro «il ladro della sua vita» rappresentato da
sior Zanut, ma una visione rigida e acritica dell’autorità spinge anche i paesani ad emarginarlo, perché il carcere, seppur ingiusto, rappresenta ai loro occhi una macchia a vita. D’altra parte
sior Zanut è temuto ma anche detestato da tutti in quanto ricco usuraio. Semplici nella loro religiosità i parrocchiani non comprendono la lotta, letteralmente all’ultimo sangue, che don Matteo ingaggia contro il nume pagano. Ne
Il voto un intero paese inizialmente si compiace dell’ottimo raccolto che si prospetta, poi piomba nell’angoscia, nell’oppressione e nella paura, emozioni così intense che non sembrano lasciare spazio ad altri sentimenti, davanti al temibile spauracchio della siccità, per manifestare a risultato ottenuto un’ingratitudine collettiva. Chi si dissocia dal pensiero comune, come Crosta, che non desidera la pioggia che aggraverebbe la sua gotta, viene emarginato, e tacciato di egoismo perfino dal parroco. Del compito di rappresentare il punto di vista collettivo l’autore talvolta incarica un personaggio marginale, come il giovane storpio Pippo Guercio in
Vecchio conto, la perpetua Romana in
Il Nume abbandonato e altre volte lo stesso protagonista, come avviene con don Angelo nella novella
Il Voto.
I personaggi di Leitgeb sono personaggi a tutto tondo, che si imprimono nella memoria del lettore, come lo sono gli ambienti che descrive. Negli anni di studio in Germania le frequentazioni privilegiate di von Leitgeb erano state con pittori, come Wihelm Leibl, Franz von Lehbach e Max Klinger, e questa esperienza di vicinanza artistica si riflette nelle descrizioni dell’autore, che rappresentano la Bassa Aquileiese con la grazia luminosa di un quadro impressionista. Come scrive Silvana de Lugnani «non c’è scrittore che abbia descritto così ampiamente e con tanta vivezza, in ogni loro aspetto, il mare delle lagune gradesi o veneziane, l’aperta campagna friulana, la luminosità già meridionale del cielo, i fiumi dell’Isontino come Leitgeb» (
13).
Un altro microcosmo, diverso, ma in fondo però non poi troppo distante da quello della Bassa aquileiese, viene presentato al lettore in
Der arme Herr Moretti (Il povero signor Moretti) (
14).
L’immaginaria Greduno, città collinare che ricorda davvero troppo la Gorizia ottocentesca per non pensare che si tratti di questa sotto falso nome, vive la sua età dell’oro sotto la guida del podestà signor Moretti, giovane, brillante, amante delle donne, e per giunta vedovo. I vecchi amministratori però, invidiosi e rancorosi nei confronti dell’uomo che ha tolto loro potere, prestigio e la libertà di fare i propri comodi a spese del comune, cercano di mettere Moretti in cattiva luce, facendo leva sul suo unico lato debole, ovvero le donne. Il risultato è tuttavia l’opposto: le maldicenze e i pettegolezzi che vengono fomentati, anche grazie al giornale dell’opposizione
La campana, finiscono invece per aumentare l’entusiasmo di signore e signorine per il giovane e piacente podestà e a far nascere quello di Moretti per la vedova del farmacista, l’altrettanto bella e giovane signora Rosalinda, fino ad un finalmente! felice epilogo del «vissero tutti felici e contenti» (esclusi, ovviamente, i vecchi amministratori).
Nella deliziosa novella
Il Povero signor Moretti viene raffigurata una società ben più prospera e gaia di quella delle tre novelle di ambientazione aquileiese.
La Greduno/ Gorizia di Moretti è una cittadina ricca e florida, piena di gente fresca e vitale, che gode di poco, è allegra e piena di entusiasmo per la bellezza della campagna circostante, per il buon vino. Le rappresentazioni teatrali e le sagre cittadine, e la bellezza del Collio settembrino, l’eccitazione per l’imminente vendemmia sembrano coinvolgere tutta la popolazione, compreso il podestà. Von Leitgeb conosce questo mondo perché ci vive immerso e la figura del Signor Moretti rappresenta probabilmente il suo
alter ego. Si ripresenta in questa novella la passione dell’autore per il mondo femminile: a differenza però dei ritratti di aristocratiche languide e delicate che von Leitgeb ha presentato nelle novelle iniziali, le popolane goriziane appaiono vivaci e colorite, allegre e canterine, con occhi e capelli neri, bocche come coralli scuri e denti splendenti. E soprattutto costoro manifestano un’inesauribile voglia di vivere, assieme alle figure maschili (peraltro molto meno caratterizzate) che le circondano. La signora Rosalinda, seppur vedova, viene descritta come «briosa che era vivace come argento vivo, sfolgorava intraprendente con gli occhi e gorgogliava scherzando e ridendo, pur senza profanare gli abiti a lutto che doveva sempre portare». Notevole come von Leitgeb, che in tedesco scrive e in Germania pubblica, si entusiasmi per la bellezza delle donne come se ne trovano solo «da noi, in Friuli», lasciandoci intuire così come
nella realtà goriziana di allora si sentisse a casa propria anche chi pochi anni dopo verrà cancellato dalla vita cittadina come “straniero”, quindi corpo estraneo in una realtà che si pretenderà di riscrivere come solo italiana a tutti i costi.
Con la Prima Guerra Mondiale infatti il mondo plurietnico e multiculturale in cui Otto von Leitgeb aveva vissuto scompare per sempre, e già nel 1915 la famiglia si trasferisce in Austria, per prendere poi dimora stabile a Klagenfurt, dove lo scrittore morirà molti anni dopo, nel 1951. Scriverà ancora, ma l’ispirazione migliore, che aveva dato i suoi frutti proprio grazie al suo originale punto di vista e alla singolarità della società che raccontava, non tornerà più. Nella temperie culturale intenzionata a scordare e a far scordare la pluralità culturale di queste terre, le sue opere scompaiono dal circuito letterario e rimangono confinate (e dimenticate) nelle grandi biblioteche d’oltralpe, in pochissimi polverosi volumi di difficile lettura anche a causa dell’antiquato carattere di stampa gotico. Anche l’unica traduzione in italiano, opera di Luigi Girardelli nel 1914 (
15), che raccoglie nel volume
Novelle Friulane le quattro novelle oggetto prevalente di questo scritto, evidenzia uno stile linguistico tipico del primo Novecento che suona oggi un po’ datato, e
il volume si trova ormai solo nelle grandi biblioteche dei capoluoghi della regione, scomparso dalla grande circolazione. Gli studi del principale critico di von Leitgeb a lui contemporaneo, il goriziano d’adozione
Franz Xaver Zimmermann (
16) rimangono anch’essi chiusi in pochissime biblioteche locali. Nel 1961
Der Verlassene Gott ispirerà al compositore Giulio Viozzi un’opera lirica,
Il sasso pagano; e
appena dagli anni Ottanta del Novecento alcuni studiosi come Hans Kitzmüller (
17)
e Silvana de Lugnani (
18)
hanno dato il via a un rinnovato interesse per questo inedito punto di vista su quella che è stata
la vita dei nostri predecessori in queste lande, nel “mondo di ieri” (
19).
◼
NOTE
- Traduzione italiana della parola Küstenland, in sloveno Primorje, per la quale il glottologo Graziadio Isaia Ascoli propose la denominazione Venezia Giulia, che è ancora in uso. Da non confondere con la dicitura Küstenland che gli occupanti tedeschi nel 1943 presero a prestito dalla storia per denominare le corrispondenti aree dei territori dell’Italia nordorientale occupati dagli eserciti hitleriani.
- Silvana de Lugnani, La cultura tedesca a Trieste e Gorizia, in ‘Storia d’Italia, le regioni dall’Unità ad oggi’. G. Einaudi editore, 2002, Torino, pagg 1268 -1290.
- Le novelle citate sono contenute in Psyche, Novellen, Stuttgart und Leipzig, Deutsche Verlags Anstalt, 1899, pagg 266.
- La novella è contenuta in Um Liebe, Vier Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt, 1., 3. Auflage 1900, pagg 292.
- Sidera Cordis, Ein Roman aus Friaul, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt,1., 2. Auflage 1901, pagg 410.
- Un saggio critico sul romanzo ad opera di Tarcisio Venuti, è Sidera Cordis, in Maran, numero unico della Società Filologica Friulana, 1990.
- Hans Kitzmüller, Osservazioni sulla produzione letteraria in lingua tedesca a Gorizia, Studi Goriziani LXVIII, 1988.
- Der verlassene Gott. Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt, 1., 2. Auflage 1901, pagg 358.
- Bedrängte Herzen, Novellen, Berlin, Egon Fleischel & Co. 1904, 2. Auflage 1905.
- Der verlassene Gott. Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt, 1., 2. Auflage 1901, pagg 358.
- La costruzione della strada nel mezzo della laguna per collegare Grado e Aquileia risale al 1905 e la costruzione del ponte girevole (ora ponte Matteotti) che collegò definitivamente Grado alla terraferma, ponendo fine all’isolamento della cittadina. avvenne nel 1936.
- L’autore non specifica se si tratti della fabbrica di conservazione del pesce.
- Silvana de Lugnani, La cultura tedesca a Trieste e Gorizia, in ‘Storia d’Italia, le regioni dall’Unità ad oggi’. G.Einaudi editore, 2002, Torino, pagg 1268 -1290.
- Um Liebe, Vier Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt, 1., 3. Auflage 1900, pagg 292.
- Oddone de Leitgeb, Novelle friulane, a cura di Luigi Girardelli, traduzione italiana di Luig Girardelli, Milano-Roma-Napoli, Dante Segrati, soc. editrice Albrighi e Segrati. 1914 pagg 215.
- Franz Xavier Zimmermann, O. v. L. Eine Studie, Triest 1911; Francesco Saverio Zimmermann, Un todesc cjantôr dal Friûl: O. diL., “Patrie dal Friûl” 1 e 15.11.1950.
- Hans Kitzmüller, Osservazioni sulla produzione letteraria in lingua tedesca a Gorizia, Studi Goriziani LXVIII, 1988.
- Silvana de Lugnani, La cultura tedesca a Trieste e Gorizia, in ‘Storia d’Italia, le regioni dall’Unità ad oggi’. G. Einaudi editore, 2002, Torino, pagg 1268 -1290.
- Sotto la guida di Kitzmüller e de Lugnani vengono realizzate rispettivamente presso le università di Udine e Trieste alcune tesi di laurea che hanno come oggetto Otto von Leitgeb dalle quali vengono tratti in particolare i seguenti articoli: Patrizia Baraldi, Il lascito letterario di Otto von Leitgeb., un narratore di lingua tedesca a Gorizia, Studi Goriziani LXXII, 1990; Nicoletta Pozzar, Il mondo friulano di Otto von Leitgeb Iniziativa Isontina, 10, 1994.
BIBLIOGRAFIA
Friaulisches Elend, “Breslauer Zeitung”, 20. April 1888
Psyche Novellen, Stuttgart und Leipzig, Deutsche Verlags Anstalt, 1899, pagg 266.
Um Liebe, Vier Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags An-stalt, 1., 3. Auflage 1900, pagg 292.
Sidera Cordis, Ein Roman aus Friaul, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt,1., 2. Auflage 1901, pagg 410.
Der verlassene Gott. Novellen, Stuttgart, Deutsche Verlags Anstalt, 1., 2. Auflage 1901, pagg 358.
Bedrängte Herzen, Novellen, Berlin, Egon Fleischel & Co. 1904, 2. Auflage 1905.
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Franz Xavier Zimmermann, O. v. L. Eine Studie, Triest 1911.
Francesco Saverio Zimmermann, Un todesc cjantôr dal Friûl: O. diL., “Patrie dal Friûl” 1 e 15.11.1950.
Friaul im Jahre 1888, “Karntner Landeszeitung”. 29. Marz 1952, 2. Jahrgang, n.13
Hans Kitzmüller, Osservazioni sulla produzione letteraria in lingua tedesca a Gorizia, Studi Goriziani LXVIII, 1988.
Patrizia Baraldi, Il lascito letterario di Otto von Leitgeb., un narratore di lingua tedesca a Gorizia, Studi Goriziani LXXII, 1990.
Tarcisio Venuti, è Sidera Cordis, in Maran, numero unico della Società Filologica Friulana, 1990.
Nicoletta Pozzar, Il mondo friulano di Otto von Leitgeb
Iniziativa Isontina, 10, 1994.
Silvana de Lugnani, La cultura tedesca a Trieste e Gorizia, in ‘Storia d’Italia, le regioni dall’Unità ad oggi’. G. Einaudi editore, 2002, Torino, pagg 1268 -1290.
Hans Kitzmüller, Un capitolo dimenticato della letteratura goriziana in lingua tedesca. Il settecento e l’ottocento in Cultura tedesca nel Goriziano, a cura di Liliana Ferrari. Istituto di storia sociale e Religiosa, Gorizia, 2009, pagg 167-184.