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HOME > Articoli e notizie:Laudate Dominum! Che il popolo canti

Laudate Dominum! Che il popolo canti

A Vicenza si è svolto il 29.mo Congresso nazionale di Musica sacra organizzato dall'Associazione italiana Santa Cecilia

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Una società che canta è una società che si esprime e sa farlo. È, volendo dare un’accezione limitata nella sua generalità, l’espressione più intima dell’anima. Da ognuno, dal singolo, nel canto, si può trasformare in un richiamo corale, unito, più voci che si intrecciano e si uniscono. Sia un canto sacro o profano, parla di un’emozione, di emozioni, della forza di fare rete e di comunicare assieme. Perché la musica, sotto forma di espressione vocale, è una forma di comunicazione ancor più potente di altre modalità. Esce da un corpo ed entra in un altro tramite un altro senso. E la musica non è come il caldo e il freddo che, togliendo o aggiungendo vestiti, possono essere calmierati: essa entra nel fisico dall’udito senza chiedere permesso e coinvolge ogni fibra facendo scaturire emozioni, creando l’innata necessità, spesso, di rispondere al ritmo musicale muovendo qualche parte del corpo.
 
Ed è chiara, dunque, la visione di Sant’Agostino che, ascoltando il popolo di Milano cantare nelle liturgie, si era meravigliato e aveva coniato non solo la sua più nota espressione ma anche il suo stupore nell’aver sentito l’intreccio di voci degli inni ambrosiani – mentre nella sua Ippona la comunità cantava molto di meno – perché la parola, nel canto, assume un’altra espressione.
 
In uno spirito di studio, di comprensione e di rinnovamento, dunque, con premesse che hanno voluto ribadire la linea tra i fatti del 1923 e l’oggi, il 2023, si è svolto a Vicenza, negli ambienti del Seminario maggiore, il XXIX Congresso Nazionale di Musica Sacra organizzato dall’Associazione Italiana Santa Cecilia. Un appuntamento arrivato a cent’anni dal Congresso che, sempre a Vicenza, nel 1923 vide confrontarsi importanti studiosi e musicisti giunti da tutta Italia. «Laudate Dominum! Che il popolo canti», questo il titolo del Congresso che ha voluto dare ampio risalto alle figure di monsignor Ferdinando Rodolfi e di don Ernesto dalla Libera, il primo vescovo di Vicenza dal 1911 al 1943 e il secondo direttore della Schola Cantorum del seminario vicentino dal 1908 al 1968: entrambi impegnati in prima fila per un rinnovamento della musica sacra dell’epoca ancora impregnata fortemente da caratteri ottocenteschi operistici, profani e di poco acchito con la cornice sacra nella quale venivano eseguiti.
 
Tornando al congresso vicentino del 3-4-5 novembre 2023 va ricordato che il titolo stesso rimanda a un lungo percorso di riforma e di lavoro «sul campo». “Che il popolo canti” è la lettera pastorale del vescovo Rodolfi, che nel 1919 “ordina” a Dalla Libera una riforma della musica nella diocesi e gli chiede «una messa semplice, che per lui vuol dire con poche note - come confessa il musicista in una intervista a Candiolio nel 1976». E nel 1920, scegliendo dal Kyriale romano le parti più semplici, Dalla Libera consegna al suo vescovo la Messa Breve diffusa anche oggi in tutto il mondo cattolico.
 
Dalla collaborazione tra i due grandi «iniziò quella resurrezione-liberazione che vide finalmente il canto liturgico scrollarsi le incrostazioni laiche e profane della musica e dello stile operistico che purtroppo avevano invaso le navate delle chiese e offuscato cultura e buon gusto del clero e della gente», scrive Adriano Toniolo nel 1993.
 
Nel 1923 monsignor Dalla Libera preparò a Vicenza, divenuta ormai un centro di rinnovamento e di stimolo, il redicesimo congresso nazionale dell'Associazione italiana di S. Cecilia (ne era stato uno dei fondatori, nel 1908), che diede l'avvio a quella splendida stagione vicentina che prosegui anche dopo il 1935, anno del trasferimento a Roma della sede dell'associazione. Monsignor Dalla Libera fu il vero animatore e il deciso organizzatore del movimento, del cui spirito permeò tutta la vasta organizzazione delle forze cattoliche.
 
A Vicenza, insomma, lo spirito dei due, Dalla Libera e Rodolfi, è stato nuovamente ripreso con ancor più vigore. «Per parlare di partecipazione attiva del popolo, l’Actuosa Participatio citata dal Sacrosantum Concilium, bisogna andare a fondo – ha ribadito nel suo intervento introduttivo monsignor Giuliano Brumotto, vescovo di Vicenza – perché un bel canto, sia ascoltato che condiviso, dall’assemblea tocca le emozioni e i sentimenti che sono fondamentali nella liturgia». Secondo Brumotto «la musica è fondamentale per completare la riforma conciliare».
 
«Il nostro mondo ha bisogno di bellezza, quella che unisce le generazioni e le fa comunicare tra di loro e non muore mai». È la Musica Sacra che il prefetto del dicastero per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, il cardinale Artur Roche, vede come la bellezza «intramontabile», per rimodulare il pensiero. «Pio X ebbe ottime illuminazioni per far partecipare il popolo alla liturgia», così ancora Roche che ha sottolineato come l’Ars celebrandi «non è solo strettamente osservare le rubriche ma nemmeno fantasiosa interpretazione, l’arte non è posseduta né possiede l’artista, così anche la musica. Canforò, direttori di coro, organisti svolgono un ministero che include anche «far partecipare il Popolo di Dio: siete i custodi della bellezza nel mondo. Nel vostro lavoro paziente e umile, spesso non capito, c’è bisogno di dedizione e sacrificio. Ma richiede anche amore per scritto e la sua Chiesa», così Roche.
 
Ma da Vicenza sono arrivate anche proposte concrete che possono essere attuate anche nel presente più contemporaneo: «Nel solco di quanto detto da Papa Pio X nella Inter Sollicitudines del 1903, monsignor Rodolfi aveva iniziato scuole per il canto di fanciulli e fanciulle nel catechismo: un’iniziazione cristiana attraverso la musica che è parte integrante della liturgia», così monsignor Gianmarco Busca, vescovo di Mantova e presidente della commissione episcopale per la liturgia Cei. Una fede che si espande anche e soprattutto con la musica: «Fidei canora confessio, diceva Sant’Ambrogio, quindi una fede che si intreccia anche con gesti e parole».
 
A suor Elena Massimi fma il primo intervento dei giorni di congresso. «Spesso cediamo al dualismo “O musica o liturgia”, stesso scontro dei tempi di Rodolfi», così Massimi. «Ma la sua soluzione di insegnare il canto nel catechismo fu ottima. Oggi abbiamo grossi problemi di formazione musicale nelle scuole che si riflettono in tutti gli ambienti, anche in quelli liturgici. Ma è la partecipazione del popolo che rende la liturgia solenne». Per suor Massimi «dai dibattiti conciliari bisogna ricomprendete gli articoli dei documenti usciti dal Concilio: la rottura con quanto c’è stato è stato un errore, ovvero togliere quanto è stato portatore di fede e di preghiere per secoli».
 
È degli anni ’70 l’inserimento nella liturgia di strumenti come la batteria o la nascita delle Messe Beat: «lo stesso Giombini commentava come fosse stato inserito tanto dopo, non essendo musica sacra. Se negli anni ’70 c’era la consapevolezza che alcuni repertori erano sbagliati e dottrinalmente incriminabili oggi questo non c’è. Cinquant’anni fa si discuteva e si litigava ma era un buon segno, ovvero che c’era dialogo. Oggi non sentiamo di questi scontri». Per l’oggi suor Elena ha riportato la necessità di un dialogo tra cultura cattolica e musica contemporanea seppur in un «difficile contesto musicale odierno».
 
Tornando alla figura di monsignor Rodolfi, va ribadito che si era trovato a Vicenza in una situazione non semplice da gestire. Come ha raccontato monsignor Francesco Gasparini, storico e direttore del Museo diocesano di Vicenza, «la situazione in diocesi non era semplice ed era divisa, con cristiani che non conoscevano il cristianesimo. In quel momento liturgia e musica erano compiti da portare a termine». È in un contesto simile che parte, nel 1912, il primo opuscolo «Che il popolo canti» con istruzioni semplici: il popolo doveva rispondere al sacerdote che celebra, accompagnare le liturgie con messe gregoriane e mottetti in grado di essere imparati e compresi da tutti. Da qui, nel 1920, la richiesta a Dalla Libera per la composizione di una Missa Brevis in grado di essere cantata da tutti». Ad accogliere tali indicazioni una diocesi, quella vicentina, dove già dal 1908 esisteva in movimento ceciliano che avrebbe portato al congresso e alla costruzione del nuovo organo della cattedrale di Santa Maria Annunciata nello stesso anno, il 1923.
 
Padre Marco Repeto, gregorianista, ha rimarcato come Dalla Libera non vedesse di buon occhio la riforma liturgica conciliare, «rea di aver cancellato 60 anni di impegno dell’associazione. Negli ultimi decenni vi era stata una decadenza dello spirito liturgici che si era trasformato in musica, nella perdita del sacro e l’ingresso di musiche teatrali in chiesa». D’altronde, la Musica Sacra deve avere tre caratteristiche principali: santità, bontà di forme, universalità. «Fu proprio Rodolfi a mandare il Dalla Libera a Roma a studiare, nonostante non ne fosse contento: non era mai stato in un conservatorio e fino ad allora aveva studiato musica clandestinamente. Ma a Roma riuscì ad ampliare i propri orizzonti musicali, organistici e contrappuntistici. Per Dalla Libera l’educazione della musica in seminario era fondamentale perché i futuri sacerdoti avrebbero portato la musica nelle parrocchie. Fu idea sua, poi, invitare le Scholae Cantorum a turno in cattedrale».
 
Da Vicenza sono arrivate anche proposte concrete che possono essere attuate anche nel presente più contemporaneo

«Dopo cent’anni noi diciamo che la musica è Munus Sacramentale, ma cent’anni fa la riforma era iniziata proprio dalla musica, poi diventato un «mero servizio». Per Rodolfi era necessario partire dal poco per arrivare al molto, iniziare dalle melodie gregoriane più semplici: ecco la necessità della Missa Brevis». Ma da dove si può partire oggi? Padre Repeto qualche proposta l’ha avanzata: «Dalla Libera fu, innanzitutto, meticoloso e bravo. Oggi dobbiamo ripartire dalla formazione dei seminaristi perché anche la musica è un ministero ma anche far cantare melodie gregoriane semplici al popolo per sottolineare la semplicità del canto della Chiesa orante. Ma anche la chiesa cattedrale vista come Signum Charitatis, ovvero un esempio per gli altri cori diocesani». Infine, Dalla Libera «fornisce quattro passi per il Ceciliano: preghiera liturgica, amore per la musica, associazionismo e apostolato».
 
Padre Repeto ha lanciato anche alcune proposte: «Riprendiamo in mano il bilinguismo liturgico italiano latino, previsto dal Concilio. Se ci pensiamo, per il Giubileo del 2025 l’inno è in italiano. Come faranno gli altri a cantare? Ci saranno le traduzioni, certo, ma sarebbe stato auspicabile pensare a un inno in latino che tutti avrebbero potuto cantare assieme. Stiamo facendo passi in avanti per il recupero della sensibilità ma chi era curato in quegli anni cosa ha fatto per salvaguardare questa tradizione e questa sensibilità?». Don Valentino Donella, infine, ha voluto tracciare alcune note sulla compartecipazione nella liturgia tra Schola e Assemblea. «Va chiarito – ha esordito – che non c’è la necessità di restituire al popolo il canto gregoriano, che diventa così “popolarizzato”, perché non è mai stato del popolo che, invece, ha canti propri. Si parla, allora, di un Canto religioso popolare, che deve essere breve, non superare il Re4, procedere per intervalli piccoline non alterati e seguire una melodia lineare».
 
Non c’è la necessità di restituire al popolo il canto gregoriano, che diventa così “popolarizzato”, perché non è mai stato del popolo che, invece, ha canti propri

«In quegli anni si era passati dal professionismo al dilettantismo – così ancora Donella – ovvero Cappelle Musicali che venivano sostituite da volontari che si trovano assieme per fare quanto faceva la Schola. Non solo si ingrigisce la situazione ma si tappa la bocca al popolo». Una situazione che vedeva vari compositori ceciliani cercare di riportare la musica sacra a più semplicità e sacralità. «La pastorale del canto – ha concluso Donella – comincerà nel momento in cui non ci sarà più l’anziana signora da metà chiesa che intonerà i canti con tanti brani dedicati alla Madonna e nemmeno uno alla Spirito Santo».
 
Chiaro l’intento e il messaggio partiti da Vicenza, dunque, riassunti anche nelle parole che il cardinale Pietro Parolin, celebrando la liturgia nella cattedrale domenica 5 novembre, ha rivolto a 850 coristi in servizio all’interno di una vasta “assemblea-coro”: «Vivete ciò che cantate». Un cantare bene, preparato e in grado di essere guida e accompagnamento, ma anche esempio per la vita in una comprensione del proprio essere al servizio della Liturgia, di Dio e del suo popolo. Ora come allora lo sguardo trasversale alle necessità pastorali e a quelle del popolo stesso: come recita il Salmo 77, «sempre narreremo le glorie di Dio». Cantando, allora, saranno narrate con ancor più forza e convinzione.◼
 


Don Valentino Donella durante il congresso
data di pubblicazione: 31-12-2023
autore: Ivan Bianchi | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.90 | tema: CULTURA
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Associazione Italiana Santa Cecilia musica sacra Valentino Donella Vicenza
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