Abbattere muri. Costruire ponti solidi a livello pratico. Siglare alleanze politico - amministrative. Lavorare ad un piano pluriennale coinvolgendo le scuole e "ridisegnando" i loro programmi basati su collaborazioni fattive e nuove. Rendere possibile la conoscenza della "lingua del vicino" secondo quanto già prevede l'UE agevolando i giovani e puntando sull'arricchimento culturale e linguistico, spinta valida anche per il mondo dell'educazione e del lavoro. A parlarci di come dare corpo a tutte queste azioni è la dottoressa Julija Cotil, ora studentessa magistrale al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste e collaboratrice del settimanale sloveno Novi Glas. Le abbiamo rivolto alcune domande per approfondire questi temi.
Come vive l'Unione Europea una giovane studentessa della Minoranza Slovena in Italia? All'avvio di Go! 2025 abbiamo ascoltato da parte dei presidenti Sergio Mattarella e Nataša Pirc Musar l'invito a superare difficoltà e differenze senza dimenticare la storia. È possibile? È vero? Questo tipo di "narrazione" non rischia di far passare l'idea che qualcuno sia stato dalla "parte sbagliata della storia" rispetto all'altro?
«Per quanto riguarda la risposta alla prima domanda, io mi sento di dire che secondo me chi fa parte della minoranza può veramente essere una fonte di ispirazione per gli ideali europei. Nel senso che si tratta veramente di una delle poche realtà che rappresenta proprio i principi dell'Unione Europea, che li vive. E lo fa per forza di cose, partendo dal fatto che uno dei principi appunto dell'Unione Europea, presuppone per una convivenza pacifica, che si conosca la lingua del vicino. Noi lo viviamo letteralmente. Io sono di madrelingua slovena quindi la mia lingua è lo sloveno, però conosco abbastanza bene l'italiano, vivo in Italia. L’ho imparato a scuola ovviamente ma l'ho anche vissuto. È frutto degli incontri di ogni giorno. Non è come impararlo da un corso».
«Cioè io letteralmente vivo entrambe le lingue, vivo entrambe le culture, le sento entrambe molto vicine, io sono il risultato di un mix. Quindi non potrei mai, come dire, nutrire dell'odio o rinnegare nessuna delle due. Una ovviamente mi è molto più vicina, nel mio caso quella slovena, però non posso negare che elementi dell'altra non facciano parte del mio modo di essere. Il mio essere slovena è diverso dal senso di appartenenza di un cittadino della Repubblica Slovena, vivere in Italia ha inevitabilmente influito su ogni aspetto della mia vita. Questo è già rappresentato dal fatto che tutta la mia formazione l’ho vissuta nelle scuole slovene in Italia, poi a Trieste all’università, con professori italiani, con un certo tipo di prospettive. Siamo un mix per forza di cose. Siamo la dimostrazione, ma proprio l'incarnazione, se scegliamo di esserlo, dei principi europei».
«Vivere le culture», qui sta la chiave?
«Sì, vivere entrambe le culture, conoscerle. Vuol che sei in contatto con almeno due culture, quindi quella del tuo vicino e del territorio adiacente. Quotidianamente le due culture fanno parte di te, ecco tutto. Io penso che conservare e vivere questa unicità sia già di per sé un buon punto di partenza per costruire un mondo di pace. Proprio perché noi viviamo entrambe le culture e le lingue ogni giorno non possiamo fare a meno di nessuno».
Cosa può rafforzare il sentimento di appartenenza europea?
«Mi rendo sempre più conto che possiamo essere veramente preziosi nel ricordare cos'è l'Europa, cosa sono i valori europei, cioè il fatto di conoscere il tuo vicino, di vederlo come tuo, come dire… concittadino appunto, anche se vive dall'altra parte del confine, anche se parla un'altra lingua. Questo vale soprattutto in questi tempi, quando è sempre più difficile cercare ed incontrare l'altro perché diverso da noi. In quest’anno speciale e particolare mi sono resa conto che conoscere entrambe le lingue è essenziale per costruire dei ponti efficaci e duraturi, ma non è ovviamente poi solo questione di lingua, ci sono tanti altri modi per conoscere. Porto il mio esempio di Scout su conoscenza e incontro: tutto questo avviene per esempio durante le attività che facciamo ogni anno. Ci sono occasioni molto preziose, nelle quali vari gruppi scout dell’Agesci Gorizia, l’associazione slovena ZSKSS e l’associazione della comunità slovena in Italia SZSO si incontrano. In queste situazioni la non conoscenza della lingua emerge come un ostacolo non facile da superare se si vuole organizzare un pomeriggio denso di attività. Nonostante questo, le comunità capi coinvolte crediamo nell’importanza di questi progetti che sono diventati ormai tradizione e ai quali non intendiamo rinunciare. Ogni ostacolo può essere superato, se c'è la volontà».
«Modi di fare, usanze e tradizioni possono essere approfondite insieme. Sono molto grata di far parte della minoranza perché ho la possibilità di conoscere due mondi, di conoscere due culture e quindi di poter essere lievito per entrambe. In questo sta la ricchezza che l'Unione Europea ci dà e allo stesso tempo ci chiede di non spegnere perché non è mai un processo ovvio».
Cosa chiedi ad una sempre più rinnovata Ue?
«Che ci protegga, in un certo senso che ci dia e garantisca dei diritti e la possibilità di vivere questa vita che sto facendo adesso, che è una vita veramente molto ricca, è una vita fantastica. Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo. Soprattutto negli ultimi mesi mi sto rendendo conto appunto che questa cosa non è assolutamente scontata. Ho qualche certezza, nutro delle aspettative ma anche delle ansie. Da una parte l'Unione Europea è importante ed essenziale per la mia vita, nella mia vita quotidiana. Dall'altra parte oggi mi sembra molto fragile perché nonostante tutti i principi solidi su cui si basa, adesso fatica a proporsi come Unione in un mondo frammentato e diviso. Spero che noi, cittadini europei, sapremo incarnare ogni giorno i valori e gli ideali dell’Unione Europea — democrazia, solidarietà, rispetto — diventando così una base solida, una colonna di pace in un mondo sempre più segnato dall’odio. Se l’Europa cerca il suo ruolo nella politica globale, è da noi, dalla vita quotidiana, che deve partire il cambiamento: la responsabilità è prima di tutto nostra, di ciascun cittadino».
E sulla narrazione della storia delle due comunità e del loro riavvicinamento, cosa puoi dirci?
«La questione della narrazione, il riavvicinamento delle due parti, “la parte sbagliata della storia” sono argomenti di cui abbiamo discusso con il nostro Clan Scout già quattro anni fa. Dopo un anno di discussioni, di incontri con politici, storici, ed esperti siamo giunti alla risultato che non può esserci una conclusione, nel senso che non è possibile capire e giudicare, e narrare in modo completamente obiettivo. Una situazione così complessa come la nostra storia, come la storia del nostro confine, come la storia di queste due culture, che sono convinta di essere fortunata nel viverle, è difficile da intendere. Go! 2025 porta con sé l’abbattimento non solo fisico dei confini ma cerca di narrare questa nostra storia complessa anche come un'attrazione turistica».
«Lasciando stare per un momento la storia passata, guardiamo per un attimo all'inaugurazione della Capitale Europea della Cultura, ma anche a tutti gli eventi collaterali. Le stesse proposte sono una narrazione, ci sarà una narrazione di queste due città che non so a cosa porterà a lungo termine, ma spero che riusciremo veramente a trarne il meglio. La Capitale della Cultura è un’opportunità, una spinta che forse ha forzato questo tipo di eventi, di collaborazione e ci dice che si può fare qualcosa di più, che questo è solo l'inizio».
Sei cauta sull’avere certezze…
«Sono un po’ scettica per quanto riguarda la narrazione e il superamento delle difficoltà, delle differenze, senza dimenticare la storia, non so… a parole è tutto bellissimo ma non vorrei che le collaborazioni si fermassero con il 2025 o che solo una parte della popolazione consoliderà quei risultati in modo ancora molto più efficace di quello che stava già facendo prima delle iniziative di GO!2025. Lo dimostrate per esempio voi con l’impegno da giornalisti cattolici del Fvg. Create ponti concreti con la minoranza slovena. È già un grande passo. Un altro esempio locale è il Coro di Emil Komel, insieme a molte iniziative sportive e culturali già attive e ben radicate sul territorio, per le quali il confine — anche linguistico — non è mai stato un ostacolo, ma al contrario un’opportunità per sviluppare attività ancora più stimolanti e significative. Sono tutte occasioni in cui si conosce la persona e si crea un rapporto di fiducia, di amicizia e si progetta per crescere. Guardiamo comunque con speranza al futuro ed impegniamoci tutti insieme!». ■