Se non lo hanno fatto cavaliere, questa sarebbe l’ora.
Stiamo parlando dell’Autore di questo saggio, Edo Calligaris. Il motivo? Lo scrupolo che mette nel suo lavoro di cronista. Sembra poco? In un’epoca, quando spesso l’informazione nasconde, più o meno larvatamente, intenti pubblicitari, nel senso più vasto, e meno nobile, dell’aggettivo, lui va controcorrente, mostrando non solo la faccia – lo fanno quasi tutti – ma anche la coscienza.
Bianchi, rossi, verdi, l’intero spettro dei colori… nelle sue cronache, ognuno trova spazio, e sempre ha un trattamento con i due caratteri: scrupolo e coscienza.
Non solo il lettore benevolo, ma semplicemente il lettore, qui troverà esempio di tale metodo. Seria ricerca d’archivio; testimonianze orali; documentazione fotografica; ricerca delle informazioni spinta all’inverosimile, andando indietro nel tempo e ramazzando lo spazio, a rilevare le più minute tracce.
C’entra col periodo che stiamo vivendo, denso di commemorazioni, che dovrebbero richiamare tutti a senso di responsabilità e riflessione, per la vita comune, prima di mettere in movimento lingua o penna, o tasti?
C’entra, eccome: qui si parla di simboli, di patria; di periodi magmatici della storia, quando tali parole, non rettamente intese, soverchiarono il loro significato, sconfinando nella oppressione di altri simboli e di altre patrie.
Qui da noi, stendardi o bandiere sono stati vissuti con parsimonia dopo la grande guerra.
Si parlava di caduti? E si doveva considerare un numero esiguo di persone, certamente convinte, legate al sentimento di nazione più che di stato.
Intendiamoci, i numeri qui non hanno senso, se si vuole valutare lo spegnersi di una vita per un’ idea, ma si capisce l’imbarazzo per chi vedeva celebrazioni, per qualcosa di parzialmente sentito, mentre il totale dei morti rimaneva lontano, perlopiù in terre sconosciute, e senza che si proferisse verbo, per loro, o che si adoperasse acquasanta. “Pilo”, probabilmente il vocabolo deriva dalla parola latina che segnalava un’arma da lancio di circa un metro e mezzo e, stranamente, non compare nel vocabolario friulano; forse è un termine di cultura veneta; ce lo fa intendere la presenza di “pili” a Trieste, Rovigno, Torri del Benaco e Gardone, nella villa del “Vate”...
Non sempre hanno il pennone alla sommità, però il verticalismo sì, magari monumentale.
Qui da noi ce ne sono; il più suggestivo quello di Palma; dal Seicento, un pennone di galea (era della Serenissima!), poi si “politicizzò” in un ventaglio: francese, con tanto di scritte da albero della libertà, nella splendida base monumentale; austriaco; degli insorti quarantotteschi italico e, a sua volta, monarchico e repubblicano. Infine, popolarmente chiamato “Mario”, talché lo festeggiano tutti i Mario di Palma.
Così politico anche ad Aiello, prima con scritta inneggiante all’imperatore d’Austria, dettata da un poeta di San Vito al Torre, che - dopo la grande guerra - virato all’italianità, scrisse versi di coerenza pari alla bandierina in cima al pennone. Andirivieni di simboli anche qui, fra inizio grande guerra, Caporetto e Italia. Ce ne sono ancora di “pili” nei nostri paesi; per brevità va citato quello, con basamento artistico, di Ruda (disegnato da Cesare Spanghero, in anni relativamente recenti); anch’esso fu spostato, magari di pochi metri, e nobilitato in maniera monumentale rispetto a quello degli Anni Trenta.
Francescano quello di Visco, prodotto da dopoguerra; prima, con diplomatica dedica ai “caduti di tutte le guerre”, mentre nei monumenti oltre il vecchio confine c’erano sempre elenchi completi; ora, ma da non moltissimo, con tutti i nomi, in esibita e storica sincerità.
Passate le sbornie (almeno si spera) nazionalista e fascista, che misero in difficoltà, come racconta il libro, anche l’Autore del pilo romanese - lo scalpellino medeense Mario Granzini - ora (e, a Romans, grazie soprattutto al lavoro culturale e umano del “Fain” e degli “Scussons”), si è recuperato il rispetto per tutti quelli che per la Patria morirono, volontari o comandati… anche per la maggioranza.
Patetica la storia del fondatore Aurelio Colonnello, che ritornerà a riposare nella sua Romans; e Calligaris gli rende giusto onore. È curiosa la vicenda per giungere questo pilo, oscillante fra italica - defatigante - vicenda burocratica e scrupolo di ottimi amministratori, comunque sempre in un mare di calda umanità.
La storia ci parla, ma la dobbiamo conoscere (e quest’opera è una tessera nel mosaico); solo così daremo, o ridaremo, giusti meriti e onori a ciascuno, senza mai tacere la verità.■