Ricorrendo il centenario del 1917, anno di svolta nella storia mondiale, e il 60° anniversario del trattato di Roma, che istituì la Comunità Economica Europea, preludio all’attuale Unione Europea, il goriziano Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei (ICM) ha dedicato il 52° convegno annuale, svoltosi nel capoluogo isontino dal 23 al 25 novembre scorso, alla Frattura e ricomposizione tra Oriente ed Occidente: la fratellanza può fare di tante aree un luogo unico. Pluridisciplinare come sempre l’impostazione dei lavori – cui hanno partecipato storici, filosofi del diritto, sociologi, studiosi di dottrine politiche e delle relazioni internazionali, letterati, musicologi – , che si sono articolati in cinque dense sedute, tutte concluse con partecipati dibattiti, svoltesi la prima e l’ultima nella sede della Fondazione CA.RI.GO, le altre rispettivamente nei locali dei poli goriziani degli atenei di Trieste e di Udine e nel castello di Kromberk di Nova Gorica, in questo modo, tra l’altro, dando piena evidenza e sostanza al tema di fondo dell’incontro, calato nel caso concreto e specifico della ricomposizione di Gorizia dopo le fratture della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino, con la susseguente dissoluzione della Jugoslavia e la nascita della repubblica indipendente di Slovenia. Di là da questo riferimento, dovuto, alla città ospitante, i lavori, come nel DNA dell’ICM, non si sono articolati in semplici disquisizioni di carattere teorico, poiché ogni contributo – tutti d’elevata qualità scientifica, come di tradizione in tale occasione – ha cercato di fornire precise indicazioni operative, per fare sì che la fratellanza non resti solo una bella parola, bensì divenga una concreta realtà, più auspicabile e desiderabile ora che nuove minacciose nubi s’affacciano all’orizzonte causa il persistere della tragica crisi medio-orientale, le sfide nucleari nord-coreane, la populista politica del presidente USA Donald Trump, la rinascita di correnti nazionaliste radicali nell’Europa centro-orientale (si veda il gruppo d Visegrad: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia).
Il convegno, dopo un non convenzionale saluto di Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha posto in evidenza i meriti dell’Istituto in più di cinquant’anni d’inesausta attività, sempre di prim’ordine, s’è aperto con le prolusioni generali dell’autore di queste note, 1917: anno epocale, inizio del “secolo breve”, causa l’entrata in guerra degli Stati Uniti, la rivoluzione russa, la dichiarazione Balfour sul focolare ebraico in Palestina e la sconfitta italiana di Caporetto, venendone illustrate le conseguenze di lungo periodo, e di Giulio M. Chiodi, che ha parlato de La “fratellanza” chiave interpretativa per il futuroin un’appassionante prospettiva filosofica di largo respiro, pur saldamente ancorata all’attuale realtà storica e politica.
Su I principali fattori, cause ed effetti della frattura tra Oriente e Occidente nel XX secolo, invece, incentrata la seconda sessione, in cui Gianluca Volpi ha fornito un argomentato profilo della rivoluzione russa d’ottobre; Maddalena Guiotto ha affrontato Caporetto dal punto di vista austriaco, illustrando l’ultimo anno dell’impero austro-ungarico fino alla sua dissoluzione, mentre Orietta Altieri ha esaminato i destini paralleli di due grandi intellettuali mitteleuropei, il germanista ebreo goriziano Enrico Rocca e lo scrittore austriaco Stefan Zweig, entrambi autori di opere di primaria importanza per intendere la complessità culturale ed etnica della civiltà mitteleuropea, amici tra loro e accomunati dalla tragica fine per suicidio, mentre il dibattito conclusivo era incentrato sul ruolo degli intellettuali, con pertinenti richiami alla concezione di Habermas della modernità come progetto storico, alla Metahistory. The historical Imagination in Nineteenth-Century Europe Hayden White (tr.it., Retorica e storia, Guida ed.). ai romanzi storici di Javier Cercas e al manifesto di Nuccio Ordine, tradotto in tutto il mondo, L’utilità dell’inutile (Bompiani), sull’importanza formativa dell’apparentemente inutile cultura umanistica.
La terza sessione, invece, dedicata a La cultura (mitteleuropea) nella ricomposizione dell’Europa -il dibattito ha analizzato il caso di Gorizia e Nova Gorica, da “città divisa” a frontiera aperta -, è stata aperta da un lucido intervento di Georg Meyr su L’onda lunga del 1917: la Guerra Fredda come frattura d’Europa, continente sino allora percepito come un tutt’uno unitario e caratterizzato da una comune civiltà, ma da allora segnato da crisi continue e lacerato da conflitti etnici nell’area danubiana e balcanica; Claudio Cressati, non a caso presidente dell’Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia, invece, ha portato l’attenzione del pubblico sul primo momento ricostitutivo dell’antica unità continentale, andando Alle origini dell’integrazione europea: dalla dichiarazione Schuman al Trattato Di Roma, mentre Cesare La Mantia s’è soffermato sull’Europa e la travagliata ricomposizione dei Balcani dopo la sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia nelle guerre degli anni Novanta e la fine del blocco orientale in seguito a quella dell’URSS. Tatjana Rojc, valente studiosa di tali argomenti, che ha appena pubblicato La figlia che vorrei avere (La Nave di Teseo), ambientato nella Venezia Giulia tra I e II guerra mondiale, per parte sua, richiamandosi anche al magistero di Alojz Rebula e di Boris Pahor, da lei tradotti e studiati, ha parlato con ampiezza di prospettive del romanzo dell’area balcanica tra denuncia e testimonianza, mostrando come anche l’invenzione narrativa possa costituire una preziosa fonte per la comprensione della storia, il che, d’altro canto, era stato già magistralmente documentato da Ivo Andric ne Il ponte sulla Drina; Antonella Pocecco, invece, da quella fine sociologa che è, s’è soffermata sui luoghi e i nomi della memoria della Grande Guerra, che ha segnato in profondità l’area triveneta così come tutta la penisola, dato il totale coinvolgimento nazionale in quella spaventosa prova bellica.
Nella seduta successiva, ospitata a Kromberk, le relazioni hanno avuto ovviamente come tema unitario La “fratellanza” e lo “spirito di Gorizia” per la nuova Europa, con evidente richiamo all’iniziativa del 1965 di Michele Martina, allora sindaco di Gorizia – e che di lì a poco avrebbe dato inizio all’esperienza dell’ICM – , di promuovere il dialogo con il sindaco di Nova Gorica per far cadere le barriere confinarie che separavano i due centri, superando il clima di contrapposizione ideologica e nazionale che aveva sino allora segnato i due comuni. In tale ottica Alberto Gasparini, a suo tempo tra i promotori dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, ha evidenziato il nesso tra cultura locale e destino globale, seguito da Marko Klavora, del Goriski Muzej Kromberk, che ha trattato della Grande Guerra nella memoria degli abitanti dell’Alto Isontino, e da Hans Kitzmüller, che ha illustrato i paesaggi della memoria e dell’oblio, mostrando come pure essi possano riuscire un’importante fonte storica, mentre Branko Marušič restando in pieno in questo spirito di “fratellanza”, ha ricordato il goriziano sloveno Aloizij Res, scomparso immaturamente nel 1936, cultore di Dante e della cultura italiana. Al dibattito, dedicato alla forza della testimonianza, è seguita una visita guidata alla mostra “All’inizio ci fu la linea - 70 anni di arte in città (Nova Gorica)”, mentre in serata nella chiesa di San Rocco s’è svolto uno splendido concerto dell’orchestra sinfonica Thomas Schippers – composta da bravissimi giovani – , diretta dal maestro Carlo Grandi, membro del consiglio direttivo dell’IICM, avente per tema La grande musica nei luoghi della Grande Guerra, con brani di Sibelius, Beethoven (la meravigliosa ouverture dell’Egmont), de Falla, Bartòk, Brahms.
Queste densissime giornate di studio si sono concluse con la Tavola Rotonda del 25 mattina sul tema del concerto della sera prima, cui hanno partecipato Giulio M. Chiodi, Carlo Grandi, il sottoscritto e l’architetto Silvo Stok – da tempo impegnato nel recupero e nella valorizzazione dei luoghi della Grande Guerra – , ricordando la battaglia di quel grande musicologo che è Quirino Principe, tra i promotori dell’IICM, per l’insegnamento della storia della musica nel sistema scolastico nazionale, e ponendone in evidenza il ruolo pure fuori dalla dimensione più propriamente estetica e culturale, come strumento di propaganda e di celebrazione bellica e politica, in particolare nell’età contemporanea, con l’avvento delle masse sulla scena pubblica, del che, ad esempio, s’era già lucidamente reso conto lo stesso Mazzini, ma anche d’affratellamento, come documentato nel bellissimo film Joyeux Noel, ispirato alla tregua di Natale del 1914 sul fronte occidentale.
Il convegno, seguito, inoltre, da alcune classi di istituti scolastici superiori di Gorizia e da alcuni giovani e validi collaboratori organizzativi, perché è desiderio dei responsabili dell’Istituto creare un collegamento organico e continuativo con il mondo della scuola, così da contribuire attivamente alla formazione delle nuove generazioni in una dimensione europea, è riuscito ancora una volta, nonostante tutte le difficoltà economiche, dovute all’insensibilità degli enti pubblici locali per ciò che è vera cultura, a proporre un’iniziativa d’indubbio spessore scientifico, i cui atti è auspicabile siano editi quanto prima.
(Articolo pubblicato sulla rivista “Panorama” di Fiume, Croazia) ■