“Sono nato in una strada dell’Europa” precisava Celso Macor in un breve ma intenso saggio lirico dedicato al suo mondo.
Ad essere precisi Macor ha scritto quella frase in friulano sonziaco e suonava quindi: “Soi nassût tuna strada da l’ Europa”; avveniva negli anni ’80 dopo aver deciso di scrivere le sue poesie, i suoi racconti e le sue prose liriche soltanto nella parlata di una comunità linguistica molto ristretta. Parlava d’Europa, di civiltà, di grandi poeti come Gregorčič e Hofmannsthal ai suoi compaesani d’un tempo lontano, parlava in sonziaco sapendo che fra la gente solo pochi ormai capivano ogni sua parola.
Parole di un mondo sempre più antico che non esisteva più come le singole cose che tante parole di Macor continuavano a nominare, accendendo queste parole per illuminare un’ultima volta, nel ricordo, quelle cose.
Celso Macor è stato soprattutto un coraggioso autore di confine e al contempo l’ultimo grande poeta del Goriziano, e in quanto tale conosciuto da pochi. Ha lasciato un vuoto impressionante.
“Mi dicono poeta (...) per i graffi che lascio nel deserto bianco della carta spargendo pensieri gravi per inutile testamento da trascrivere sulla terra della sepoltura; e dipingo il nulla e mi tormento a tirar linee che si perdono come note di violino e fumo di camini, come sprazzi di comete che si affrettano per il cielo trapunto di stelle e niente si turba per il singhiozzare e nessuno ti domanda qualcosa e tu ti arrabbi e dai cornate per niente: poeta, l’hai voluto tu”: è la versione italiana di alcuni versi in friulano di una sua lirica.
Più che cinquantenne aveva cominciato a scrivere in dialetto sull’onda dell’emozione provocata dalla tragedia del terremoto che allora sembrava aver dato l’ultima spallata buona a far crollare gli ultimi residui di un’identità culturale friulana. Fu Ervino Pocar, un suo grande amico, germanista e traduttore goriziano, a scegliere il titolo della prima raccolta di versi, Impiâ peraulis (accendere parole), e a scriverne la prefazione.
Negli anni novanta Celso Macor ed io, in campo letterario, abbiamo fatto un tratto di strada insieme, io da suo piccolo editore, lui da mio grande autore. E così sono stato testimone di eventi molto belli non documentati però, e solo rievocabili.
Come dimostrano i suoi scritti, la lettura che egli dava delle vicende storiche e culturali del Goriziano negli anni sessanta e settanta era in realtà all’avanguardia
Penso ad esempio, al profondo silenzio con cui il foltissimo pubblico catalano del Teatro Romea a Barcellona, in una laterale de Las Ramblas, aveva ascoltato Macor leggere i suoi versi in friulano di Psalm – era il più composto e il meno eccentrico fra i tanti poeti che da ogni parte d’Europa erano stati invitati a partecipare al VI Festival di poesia di Barcellona nel 1990; penso al pathos con cui un attore del Burgtheater di Vienna aveva letto la versione tedesca del suo saggio Dulà che la furlania ‘a finìs nella sala dei ricevimenti del castello Metternich a Grafenegg, in Austria, davanti a una platea di persone venute appositamente dalla capitale austriaca; o alla grande emozione durante la cerimonia del premio Tiene assegnatogli da una giuria presieduta da Davide Maria Turoldo; oppure al calore delle serate a Visco, dove alle presentazioni dei suoi libri accorrevano a centinaia; o anche all’elegante atmosfera di un incontro nella galleria Falke a Bleiburg in Carinzia per una lettura pubblica assieme ad alcuni autori sloveni che avevo pubblicato in italiano.
Nel ricordo, ora sono belle pure le serate come quella per la presentazione del volume di prose friulane Tiara a Tarvisio, dove non era venuta nemmeno una persona, o quella di Chiusaforte dove almeno ne erano venute tre. Al ritorno, anche se non era andata bene, in macchina comunque si parlava, si affinavano altri progetti e si faceva un po’ di autoironia.
Un pregiudizio diffuso ne ha fatto un uomo chiuso nel passato del suo mondo. Schivo e riservato in pubblico, alla scrivania si dimostrava invece battagliero e critico non solo verso gli avversari della sua area politica, l’aspetto mite e dolce spesso così in contrasto con la severità di giudizio di cui poteva essere capace. Con un tono antico e a volte sentimentaleggiante denunciava la sconfitta della verità, ma sapeva anche ammettere la propria sconfitta. Se rievocava l’ambiente contadino friulano di ieri, sapeva parlare poi anche dei drammi e delle delusioni della contemporaneità.
Come dimostrano i suoi scritti, la lettura che egli dava delle vicende storiche e culturali del Goriziano negli anni sessanta e settanta era in realtà all’avanguardia. Non erano certo dei conformisti Celso Macor e i suoi amici dell’Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei negli anni Sessanta, in tempi di cortina di ferro e di angoscianti contrapposizioni ideologiche e nazionalistiche che sembravano aver cancellato per sempre la vocazione storica e geografica di Gorizia all’interculturalità. Se si vuole conoscere il Macor vivo e aggressivo, problematico e coinvolgente, a volte incerto e dubbioso e a volte sicuro e convinto, si leggano fra le tante le pagine che riferiscono di una passeggiata con Ungaretti sul Carso, della sua polemica sulla celebrazione della “Vittoria”, o quelle che parlano del problema del confine a Gorizia, delle sue critiche alla Società filologica friulana o dei suoi incontri con grandi personalità.
Apparivano addirittura scandalose quaranta anni fa tante frasi di Celso Macor, coraggioso redattore di un piccolo foglio locale, il settimanale della diocesi di Gorizia, ‘Voce Isontina’: aveva polemizzato un giorno persino con il presidente del consiglio Spadolini sul senso della Vittoria e della Redenzione, un grande tema in cui si scontravano necessariamente significati diversi e tra di essi conflittuali come la verità e la menzogna, la virtù militare e l’onestà intellettuale, l’amore di patria e la barbarie della guerra ossia la difesa della propria terra e della propria casa e l’aggressione distruttiva e assassina per una conquista.
Per affermare quello che diceva e ripeteva Macor ci voleva allora veramente molto coraggio. Ha scritto infatti nel 1981:
“Ma quando Spadolini afferma che “repubblicanesimo e irredentismo sono la stessa cosa” rischia di mescolarsi all’irredentismo che era anche di D’Annunzio, grande poeta, ma delirante e blasfemo predicatore del “sangue privilegiato di cui il nostro Iddio volle darci testimonianza”, che chiamava “beati i giovani che son affamati ed assetati di gloria perché saranno saziati” e tacciava di viltà e di vergogna i soldati che cadevano prigionieri, spesso perché feriti (...). Irredentismo era anche quello di Marinetti che nel manifesto futurista del 1909 aveva scritto “vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo”. Ora quella guerra, tanto necessaria e difendibile, come è apparsa dalle parole di Spadolini, ci ripropone la dimensione di un massacro costato in pochi giorni, solo per quel che riguarda la conquista di Gorizia, con gli assalti a valanga umana, decine e decine di migliaia di morti e la distruzione della città. Non parliamo poi dei danni inutili contro la nostra gente dovuti all’ignoranza di certi responsabili militari, degli errori di Cadorna, delle fucilazioni sommarie di soldati (S. Maria la Longa) e di civili (Villesse, Lucinico). (...) Siamo contro le guerre di ieri, nonostante gli errori storici degli stessi cattolici, perché solo così possiamo essere contro le guerre di domani. Ci sarà sempre qualche ‘vate’ dalla parola facile a portare giustificazioni ed a suonare la diana delle ‘rivendicazioni nazionali’. “A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri”: sono le parole del proclama di re Vittorio Emanuele III nel 1915 che possono dare ulteriore misura di quanto l’irredentismo non fosse solo repubblicano, ma anche monarchico, oltre che dannunziano e prefascista”.
Non tutte le opinioni, si sa, sono eguali, anzi: ci sono opinioni fondate che si reggono su dati e riescono ad offrire una spiegazione convincente della realtà che ci sta intorno; e ci sono opinioni infondate che dipendono esclusivamente da chi le impone, da una autorità, che il tempo può rivelare priva di autorevolezza.
La nostra generazione non ha conosciuto la guerra ed è stata testimone di un eccezionale progresso economico e civile. Non solo, ma ha avuto anche l’opportunità di conquistarsi forme di conoscenza più libere ed è forse proprio per questo che una tragedia ormai così lontana brucia e indigna ancora come brucia e continua a indignare.
La sua è la testimonianza di un uomo di confine, di un confine tracciato dalla violenza, imposto e inventato dove non era mai esistito. Ha voluto testimoniare soprattutto la propria esperienza e la propria riflessione sulla civiltà e sul destino della sua terra, che vedeva ricoperta di segni e di simboli universalmente leggibili contro la guerra e contro le divisioni, contro i nazionalismi e i localismi
Celso Macor giornalista è stato cronista e commentatore puntuale dei fatti politici e culturali più importanti degli ultimi quarant’anni nell’Isontino. Le raccolte dei suoi editoriali e dei suoi saggi in italiano raccolti nel volume Identità e incontri nonché i racconti e i versi in friulano riuniti nei due volumi de I fucs di Belen si configurano infine, a ben vedere, come una narrazione continua e come il diario interiore di un intellettuale cattolico che al tono dell’editorialista locale appassionato alternava anche quello poetico dello scrittore attraverso il quale i luoghi parlano di sé. Macor non si nascondeva dietro la scrittura. In ogni discorso mette in campo anche i suoi sentimenti, la sua fede, la sua memoria e le sue emozioni: è questo il suo stile, che nella sua forma più elaborata si ritrova nei testi delle sue monografie sull’Isonzo e sulle Alpi Giulie – lui alpinista da sempre – e in particolare nella biografia di Ervino Pocar, la quale va letta come la testimonianza di una profonda amicizia documentata del resto da un inteso scambio epistolare fra i due.
Per capire Macor, il suo contesto, per cogliere le condizioni cui si fa riferimento bisogna infatti capire anche la storia di Gorizia nel Novecento. E proprio la scarsa conoscenza delle vicende del passato di questa terra che non ha permesso a Macor di ottenere la notorietà e il prestigio che meriterebbe almeno entro i confini regionali
Celso Macor non deve restare nella memoria soltanto quale cantore della civiltà contadina e gloria locale di una piccola patria come già qualcuno si era subito premurato di archiviarlo dopo la sua morte. La sua è la testimonianza di un uomo di confine, di un confine tracciato dalla violenza, imposto e inventato dove non era mai esistito. Agli altri, a tutti, ha voluto testimoniare soprattutto la propria esperienza e la propria riflessione sulla civiltà e sul destino della sua terra, che vedeva ricoperta di segni e di simboli universalmente leggibili contro la guerra e contro le divisioni, contro i nazionalismi e i localismi.
Ogni suo scritto sembra prendere forma soprattutto dalla volontà di costruire la memoria della sua gente: la leggenda, come diceva lui, della storia di un popolo fatta di incontri, convivenza, scambi e sintesi in un’unità superiore, un microcosmo quasi, in cui appunto di rispecchiava l’Europa:
Al Friûl di soreli jevât ‘l è un paîs di confin cul fevelâ inrichît da armoniis dai lengàz e da culturis di dongia messedadis tal so vivi.
Poco fondata si dimostra, dunque, quella sua immagine di pessimista lamentoso e di nostalgico evocatore di un passato mondo rurale, del quale peraltro in una poesia lui stesso ammetteva di sentirsi addosso ancora il puzzo di letame. La sua opera rivela, invece, una grande passione civile ispirata a un’etica cristiana e a ideali di giustizia e solidarietà sociale, un entusiasmo per la montagna e per la natura in genere e la fascinazione esercitata su di lui dalla grande cultura mitteleuropea.
Leggendo meglio Celso Macor si delinea la personalità di un autore coraggioso che ha vissuto come un impegno lo scrivere del proprio mondo: così coraggioso da farlo a volte anche in un friulano autentico ormai completamente comprensibile soltanto ad un pubblico composto da qualche centinaio di lettori (che comunque possono agevolmente consultare la traduzione italiana in appendice), ben sapendo che con il riaccendere quelle parole, se ne sarebbe in qualche modo prolungata l’esistenza.
Ha scritto Sergio Tavano a proposito dello scrittore di Versa: “Il Macor non cede al vuoto del disincanto, che è forma di rinuncia, ammissione di debolezza, della debolezza e dell’inefficacia della parola, del pensiero, della possibilità almeno di protestare. Sul meridiano europeo del nulla, su questo meridiano, che corre sopra Gorizia Lubiana, Vienna e Praga, egli preferisce il versante della positività, non quello dell’imbelle nichilismo.
L’assillo etico è volto dal Macor a definire e soprattutto a salvare l’identità d’un popolo e d’una cultura, di quel popolo e di quella cultura che si racchiudono e si addossano all’Isonzo, di quel ‘sonziaco’ che si distingue per ragioni linguistiche ma soprattutto storiche rispetto al Friuli veneto, che proprio perché fu veneto ricevette modelli e impulsi di più alta retorica del Friuli goriziano.
Il Macor non è mai contro veri o presunti oppressori o persecutori: egli afferma i valori d’una specifica identità storica e culturale cogliendola nella singolare e densa vicenda vissuta lungo l’Isonzo”.
Per capire Macor, il suo contesto, per cogliere le condizioni cui si fa riferimento bisogna infatti capire anche la storia di Gorizia nel Novecento. E proprio la scarsa conoscenza delle vicende del passato di questa terra che non ha permesso a Macor di ottenere la notorietà e il prestigio che meriterebbe almeno entro i confini regionali. Non lo si può capire bene, perché si sa poco di Gorizia, perché il Novecento ha reso Gorizia una città non interessante, costringendola a rinunciare e a perdere il suo vero fascino la sua originalissima unicità.
L’iniziativa rievocativa pubblica promossa questa primavera dal circolo “Mario Fain” e il gruppo di ricerca “I Scussons” di Romans - assieme alle associazioni “Iter Aquileiense” di Mariano del Friuli e “Terre di confine” di Visco non è stata pensata soltanto come momento commemorativo.
Si è creata, infatti, l’opportunità di affrontare ulteriormente la conoscenza del poeta grazie all’ultima fatica di Gabriele Zanello, che continua il suo studio e l’analisi profonda dei preziosi frammenti e degli inediti conservati nell’archivio Macor e, nel contempo, di riflettere su un altro aspetto che contraddistingue la prosa italiana di Celso, grazie all’opera di Rienzo Pellegrini , che ha raccolto una serie di saggi descrittivi del territorio e ne propone un’ analisi letteraria. alla scoperta della lettura del paesaggio. ■