Gorizia, libro aperto di storie di convivenza tra comunità e di scambi culturali, ha un passato ricco di stravolgimenti politici e sociali, dovuti, tra i tanti motivi, al fatto che è un territorio anfibio che segna il confine tra l’Italia e la Slovenia.
Dal momento che il presente, anche in riferimento a GO! 2025, può essere ben compreso solo se lo si guarda in rapporto ai modelli antichi, non possiamo non partire da una contestualizzazione storica di base. Delineeremo, infatti, a grandi linee, gli stravolgimenti dal punto di vista politico e sociale che hanno maggiormente condizionato il territorio, partendo dal Medioevo e arrivando fino ai giorni nostri.
Al territorio goriziano, che comprendeva il Collio, il Carso e l’area limitrofa al fiume Isonzo, viene riconosciuta storicamente per la prima volta un'unità nel 1001, grazie ai patriarchi di Aquileia.
Poi, appena nel Cinquecento, l’ultimo duca Leonardo di Gorizia muore senza discendenti e lascia l’eredità a Massimiliano I d'Asburgo. A quel punto nel 1508 la Repubblica di Venezia decide di dichiarare guerra all’Austria, richiamando i propri diritti feudali e di successione ai conti goriziani. Nell’anno successivo, l’esito della battaglia di Agnadello sancisce la conferma della presenza asburgica a Gorizia, destinata a durare fino al Novecento, eccetto la parabola napoleonica ottocentesca. Il Novecento, per la «nizza asburgica», è il periodo più ricco tra tutti di queste trasformazioni politiche e territoriali che hanno segnato profondamente la sua storia. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, con il trattato di Rapallo del 1920, Gorizia entra ufficialmente a far parte del Regno d›Italia, ma, nonostante ciò, il suo destino resta incerto e diviso. La città viene, infatti, suddivisa in due zone differenti nel periodo postbellico, a seguito del Secondo Conflitto Mondiale e della Guerra Fredda.
La Zona A diviene un baluardo per contrastare l›espansione del comunismo, con gli americani che tutelano la minoranza slovena nell’uso della lingua e nell’educazione scolastica, pur ostacolando i rapporti diretti con la Slovenia, forse per evitare che la città divenisse un punto di contatto troppo forte tra i blocchi. Al contrario, la Zona B passa sotto il controllo della Jugoslavia, che intraprende una politica molto più aggressiva di assimilazione, mirando a includere il territorio goriziano all›interno del nuovo sistema socialista, reprimendo con durezza qualsiasi forma di dissenso (specialmente da parte della componente italiana che cercava di mantenere le proprie radici culturali e storiche in un contesto politico critico).
Nel 1954 la stipula dell’Accordo di Londra porta ad una nuova riorganizzazione del confine tra Italia e Jugoslavia, segnando la fine del periodo di divisione del goriziano in zona A e B. Gorizia viene quindi unificata nuovamente sotto il controllo dell›Italia, ma le tensioni tra comunità si affievoliranno appena con la promulgazione del Trattato di Osimo nel 1975, per poi perire del tutto con la disgregazione della Jugoslavia. Infatti, dopo la dichiarazione d’indipendenza della Slovenia nel 1991 e l'ingresso di questa nell›Unione Europea nel 2004, con la successiva adesione alla zona Schengen, nasce un equilibrio tra le comunità presenti a ridosso del confine.
Queste le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia d’inaugurazione di GO! 2025: «In un mondo caratterizzato da crescenti tensioni e da conflitti, dall’abbandono della cooperazione come elemento fondante della vita internazionale, Slovenia e Italia hanno saputo dimostrare che è possibile scegliere la via della cooperazione. Nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale, un sopravvissuto ad Auschwitz, Roman Kent, ha osservato «non vogliamo che il nostro passato sia il futuro dei nostri figli». Con questo spirito abbiamo affrontato le pagine del dopoguerra, per scriverne una nuova e nulla può far tornare indietro la storia che Slovenia e Italia hanno costruito, e costruiscono, insieme. In questo percorso due elementi hanno fornito un contributo determinante: la comune appartenenza all’Unione Europea e la cultura condivisa dai nostri popoli».
Proprio alla luce di quanto detto dal Presidente della Repubblica, bisogna ora capire che cosa significa ed implica il termine confine. Il vocabolario Treccani ci dà questa definizione: «Sostantivo maschile, dal lat. neutro dell’agg. confinis “confinante”, comp. di con- e del tema di finire “delimitare". 1. a) Limite di un territorio, di un terreno. Nel linguaggio giur., c. fondiario, quello che delimita l’estensione della proprietà fondiaria circoscrivendo lo spazio entro cui il proprietario può esercitare pienamente il suo diritto. b) Limite di una regione geografica o di uno stato; zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di una regione e cominciano quelle differenzianti».
Il termine confine, però, può essere interpretato anche in diverse direzioni, dal momento che intercorre più periodi storici e culturali, sin dal mondo classico. Partendo proprio dalla tradizione latina, Hermes, il giovane dio amante degli inganni e dei viaggi, ha tra i tanti compiti quello di favorire il superamento dei valichi di cui non ne incoraggia unicamente il superamento, ma ne protegge anche la loro varietas. I latini, questo confine, lo chiamavano limen, un sostantivo neutro della terza declinazione che nella letteratura viene utilizzato sia in senso fisico (come soglia, porta, confine) che simbolico (come punto di transizione, passaggio, o limite). Ecco alcuni esempi di utilizzo: 1) Limen virtutis, id est medium aequum, in quo manere oportet. Nel De Officiis Cicerone usa limen con un’accezione morale. 2) Limine fatiscens caelum ac terras. Nel De rerum natura Lucrezio utilizza il termine confine in un contesto cosmologico, come un passaggio verso un altro stato dell'esistenza. Navigando sempre nel mondo latino, ma spostandosi in età imperiale, un autore che dà un’accezione interessante al termine limen è Seneca, che ci insegna che si può scegliere, davanti ad una soglia, di non valicarla e mettersi in gioco.
In conclusione, come dobbiamo porci quindi di fronte al futuro rispetto al nostro di confine? Secondo la Costituzione, precisamente l’articolo 52, difendere la Patria, e quindi anche i propri confini, è un dovere sacro del cittadino. Lo Stato ha quindi il compito di garantire ai cittadini il Bene comune, che è il raggiungimento di una felicità terrena ma anche e soprattutto spirituale ed eterna. Dobbiamo, quindi, essere consapevoli della nostra storia e della nostra identità di città mitteleuropea, e ridurre sempre di più le distanze e migliorare la comunicazione tra le diverse realtà, non dimenticandoci chi siamo. Bisogna, quindi, trovare una condizione di medietà tra la visione totalitaristica che fa dei confini un grosso limite e quella troppo progressista, che vuole eliminare definitivamente i confini, non tenendo conto delle identità dei popoli. Insomma, la formula è: né barriera, né “anazionalità”. ■