A lungo s'era chiamata «ora X» la data sconosciuta e tanto cara alla fantapolitica, che avrebbe tolto dalla scena del mondo la presenza di quel grande statista che era Tito, dopo la cui morte si sarebbe iniziata — e non solo per la Jugoslavia — una nuova era: il dopo-Tito, appunto.
L'ora X ha ormai il suo giorno nel 4 di maggio e il dopo-Tito è praticamente incominciato da più di tre mesi, da quando lo «stari», il vecchio, è entrato nel buio della lunghissima agonia che ha consentito il passaggio lento e graduale del difficile giorno attraverso l'assuefazione psicologica e il rodaggio delle redini degli eredi, un gruppo il cui sviluppo vero, vertice affiorerà probabilmente in un tempo più ampio. Un simbolo non muore: si affida ad esso la speranza che quel mosaico di popoli che è la Jugoslavia, abbandonando i vecchi rancori interni, resti unito. Giuocare sugli odi antichi fra serbi e croati e sloveni, fra popoli ex austro-ungarici e popoli di discendenza ottomana come quelli del sud, oppure soffiare sul fuoco del Kosovo, demograficamente albanese, o della Macedonia, contesa dalla Bulgaria, può essere utile oggi solo a chi spera dalla disintegrazione della Jugoslavia nell'aprirsi dell'occasione per un suo recupero a Mosca dopo lo scisma coraggioso del 1948, che ha segnato un distacco cui la Russia non s'è mai rassegnata. E c'è chi spera questo anche in Jugoslavia.
Sono, quelle della divisione, carte più pericolose delle armi; le invasioni infatti non premiano, come l'esperienza afghana insegna. Sono vie sotterranee che è difficile misurare. Né è facile predire oggi, come potrebbe apparire logico, se il «terzo mondo» passerà ora dalla guida di Tito a quella di Fidel Castro, fedele al Cremlino. Sono fili che le mani di Tito rassicuravano; sono alcune delle grandi linee dell'arco di storia che quest'uomo è venuto a tracciare per propria qualità, ma anche per coincidenza di eventi ed equilibri.
Questo momento difficile, di nuovi tentativi di riapertura del capitolo della spartizione del mondo, questo esplosivo muoversi strategico da terza guerra che collega Kabul a Teheran, il Medio Oriente all'Africa e che incrocia le rotte del petrolio, fanno pesare di più il vuoto che la scomparsa di Tito ha lasciato, specie quando la mancanza di una legge morale e politica, il rifiuto delle convenzioni internazionali, passano sopra tutto e la logica della forza soltanto — e della paura — sembra imporsi in un'era avviata a nuova barbarie.
Il suo ruolo è coinciso con le speranze di pace del mondo, con la fiducia crescente in un rapporto di solidarietà nuovo fra popoli ricchi e popoli poveri: resta soprattutto per questo un simbolo nel mondo inquieto
Il suo ruolo è coinciso con le speranze di pace del mondo, con la fiducia crescente in un rapporto di solidarietà nuovo fra popoli ricchi e popoli poveri: resta soprattutto per questo un simbolo nel mondo inquieto. E balza in tanto ruolo a figura ciclopica quest'uomo di cui la Jugoslavia va giustamente fiera, un uomo di provenienza umile, fattosi da sé con intelligenza e intuito, lottando.
Nel maggio, a Gorizia, a stento si andava lugubramente consumando quel genocidio da rivincita che va alla storia come i «quaranta giorni di Tito»
Qui, in terra di frontiera, la storia si fa più complessa ed il suo ricordo più contrastato, pur nel riconoscimento unanime. Nel maggio, a Gorizia, a stento si andava lugubramente consumando quel genocidio da rivincita che va alla storia come i «quaranta giorni di Tito», un'occupazione terribile segnata da arresti e trucidazioni che le buche carsiche ed i mancati ritorni hanno documentato. Una risposta pagata dalla gente di confine come prezzo di vent'anni di politica cieca e colpevole, di cui essa non poteva rispondere e invece vi fu chiamata inerme ed indifesa.
E dura e sofferta fu anche la battaglia dei confini, iniziata ancor prima che finisse la guerra con pretese ambiziose su tutta la regione giulia, di cui Porzus è solo un episodio; una battaglia che finì senza vincitori né vinti, lasciando città morte, corpi senza testa. Una lotta che salì ben oltre il 1947, quando si decise la sorte di Gorizia, fino al '54, fino a quel Memorandum di Londra che segnò il destino di Trieste e dell'Istria. Fu da allora che l'abilità e la lungimiranza di Tito seppero lasciar sciogliere la ruggine in favore di quel tempo nuovo di comune interesse che doveva trasformare il confine difficile in un punto d'incontro e di collaborazione, un tempo che con le intese di Osimo del 1975 avrebbe portato, con il progetto di una convivenza pacifica e costruttiva, anche il definitivo assetto dei confini, sancendo così quel notevole successo diplomatico che la trattativa del dopoguerra aveva posto in premessa.
Infine, la vantaggiosissima firma di un accordo con la Comunità economica europea che rompe un isolamento economico pericoloso, portando la Jugoslavia — pur nel rispetto della sua posizione preminente di paese non allineato — a un dialogo con l'Europa che correggerà certamente i troppi problemi di un disequilibrio che è andato crescendo, sia nella bilancia dei pagamenti sia in un precipitare preoccupante dell'inflazione.
La Jugoslavia porta più d'altri i segni di una storia che corre; ed ha avuto l'indiscutibile fortuna di un uomo di alta e prestigiosa qualità politica, che nella storia del mondo ha saputo inserirsi, anche rischiando, come nel 1948; una qualità che ha saputo dosare con durezza (ricordiamo Gilas ed altri) quand'era necessario, con fermezza (ricordiamo i richiami all'unione ed al superamento delle acredini etniche), e facendosi amare per il servizio reso al Paese, un Paese giovane di storia e diviso, che ha saputo per la prima volta esprimersi come popolo uscito dal riscatto dell'epopea partigiana, un popolo al quale Tito ha additato la via impervia ma originale di un sistema socialista di autogestione che, altalenando tra le complesse situazioni di assestamento politico ed economico di un mondo verso la crisi, ha saputo contenere i propri difetti e le contraddizioni — che pure erano e sono tanti — entro limiti ragionevoli, realizzando un lento ma costante progresso.
Lascia, in tanto merito, e dall'alto di una statura di livello mondiale che la storia contemporanea gli riconosce francamente, un'eredità difficile che l'opposizione ancor viva del fuoruscitismo, sparso in mezzo mondo, di domobranci e belogardisti è ancor pronta a rendere più difficile, rischiando di allearsi per assurdo ai falchi d'oriente, sempre attenti al momento favorevole.
Noi, gente di confine, speriamo che la Jugoslavia sappia superare ogni difficoltà e continuare la strada della pace e del comune lavoro.
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L'ultima commemorazione delle vittime dell'occupazione titina di Gorizia del maggio del 1945. DANIELE TIBALDI