I dati Istat - resi noti la settimana dopo Pasqua -riguardanti la condizione delle famiglie sono stati per alcuni giorni al centro dell’attenzione dei giornali. Oltre un milione di famiglie italiane (1.130.000, per la verità con un aumento rispetto al 2012 di quasi duecentomila situazioni) risultano essere senza reddito da lavoro con un incremento del 18 per cento rispetto al 2012. Quasi mezzo milione riguarda famiglie composte da coppie con figli; oltre 200 mila i nuclei privi di reddito con un monogenitore; quasi trecento mila sono i single. Le famiglie in cerca di lavoro nel 2013 sono aumentate del 56 per cento.
Il tenore di vita è in picchiata, titolano i giornali che sprecano le riflessioni dei sociologi. Siamo il Paese a più alta diseguaglianza d’Europa, dove il 10 per cento delle famiglie possiede il 50 per cento delle ricchezze e meta delle famiglie possiede poco o niente; il tasso di occupazione è inferiore di 10 punti rispetto all’Europa (che diventano 20 punti rispetto all’Europa del Nord). Come in Romania, in Italia lavorano appena 55 cittadini su 100 in età di lavoro (in Svezia 75).
Questi alcuni elementi indicativi del decennio di recessione che pesa come un macigno sulle famiglie e sulla gente. E, prima di essere dato statistico, rappresenta bene la dolorante condizione di uomini e donne, genitori e figli. La Caritas italiana aveva preceduto queste rilevazioni con puntuali segnalazioni che indicavano rischi e pericoli; soprattutto aveva indicato che le prospettive della crisi, lungi dall’essere in via di esaurimento, stavano portando ad altre pesanti diseguaglianze. Con una puntualizzazione: dietro alle cifre nude e crude occorre almeno sforzarsi di vedere i volti delle persone, la condizione di famiglie, di anziani e figli. Di essere umani.
Cosa fare? Le ricette non mancano e così anche le tesi più sconcertanti, basti pensare al rincorrersi di ipotesi che, in mondi casi, si riducono a slogans buoni forse a riempire le pagine dei giornali, ma non certo a rispondere alla situazione. Innovazione (cosa voglia dire lo sanno in pochi!), riforme o riformismo (e non mancano le tesi strampalate di quanti pensano ad una vera e propria rivoluzione). Il riferimento non è certo alle rivoluzioni dello scorso secolo: popoli e nazioni hanno pagato un prezzo non modesto, soprattutto dal punto di vista ideologico.
Intanto è accaduto che è aumentato il numero dei poveri e anche dei ricchi (anzi ricchissimi). Un editoriale di queste settimane propone questa conclusione: “innovare significa evolvere il pensiero per poi applicarlo, sfuggire alle trappole delle elites dominanti, osservare la realtà per scoprire cosa possa migliorare la società... Ma per fare questo, occorre rimettere l’uomo al centro di tutto.” In una parola, darsi un progetto “salvaguardare le prospettive della civiltà” e, insieme, attrezzarsi per mettere fuori gioco quanti preferiscono costruirsi nemici ai quali accollare lo colpe (come l’euro, l’età, il sesso, la politica, gli evasori...), consentendo così che falsi obiettivi possano distrarre dall’infastidire i manovratori.”
Una chiave di lettura - ad esempio - viene dal magistero della Chiesa sul sociale. Un magistero multiplo - nel senso che, accanto a quello dei documenti, si aggiunge quello della “prassi pastorale” - legato quindi a luoghi e tempi dove più forte e insistente è la immedesimazione dei credenti. L’ultimo documento della Chiesa, ripetendo che “la conversione cristiana esige di riconsiderare specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune” (n. 182) può essere di aiuto: “Gli insegnamenti della Chiesa sulle situazioni contingenti sono soggetti maggioritari o nuovi sviluppi e possono essere oggetto di discussione, però non possiamo evitare di essere concreti perché i grandi principi sociali non rimangano mere indicazioni generali che non interpellano nessuno”. Ricavare “conseguenze pratiche perché possano incidere anche nelle complesse situazioni odierne” è la conclusione con riferimento proprio al compendio della dottrina sociale della Chiesa.
Con quale prospettiva? La lettera “Evangelii gaudium” (numeri 186 e ss.) parla esplicitamente di quella che chiama “l’inclusione sociale dei poveri”. Una questione grande, afferma papa Francesco, (insieme alla questione della pace e del dialogo sociale), che comprende tre capitoletti il primo “Uniti a Dio ascoltiamo un grido” che invita appunto a non restare sordi al grido biblico dei poveri consapevoli che “ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società”.
Una prospettiva che prima di tutto deve “farsi carne” come si legge al n. 193: “L’imperativo di ascoltare il grido dei poveri si fa carne quando ci commoviamo nel più intimo di fronte all’altrui dolore” afferma l’autore che aveva pregato perché uomini e donne - credenti - si scrollassero di dosso l’indifferenza di fronte al male ed alla tragedia dei poveri. Nei numeri seguenti, la lettera si fa ancora più chiara: “dall’ascolto dei grido dei poveri, alla testimonianza del Cristo uomo all’inizio della sua missione” ... fino alla affermazione finale che suona così (n. 198) “per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica e filosofica”. Punto e a capo.
Tale sollecitudine - presente nel magistero di Paolo VI (Populorum progressio, 1975), di Giovanni Paolo II (Sollecitudo rei socialis, 1987) e di Benedetto XVI (2007) - diventa appunto un postulato - “è implicita nella fede cristologia in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà”. In altre parole: la nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze ed a porle al centro del cammino della Chiesa”, quando si tratta del progetto pastorale; ma non basta.
L’intuizione - che papa Francesco definisce “attenzione di amore” - proseguendo la riflessione del suo predecessore, diventa uno strumento critico per ripensare la società e l’economia, lo sviluppo e la civiltà del domani, le banche e il lavoro umano, la tecnologia e la innovazione. In una parola “l’economia e la distribuzione delle entrate” (n. 202-208), con un chiaro fino invito: tenere conto, anzi “avere cura della fragilità” delle persone e dei poveri. Tale scelta diventa oggetto di una dichiarazione esplicita: “Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che gli esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica ... la mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio sulla terra”.
Dunque, i poveri al centro. Condizione vera se vogliamo ricominciare a costruire una società più giusta ed umana. Di più, per i credenti, se desiderano - come è desiderio esplicito del papa Francesco - “una chiesa povera per i poveri”.