“Patria è un qualcosa di più profondo del possesso, è un qualcosa di terra e di sottoterra, è una pianura seminata a largo, radici e spazi non hanno recinti e paletti bianchi, è un posto dolce dei padri e avi e fratelli, anche sinistro per i traditori che odiano e battagliano sul colore della pelle e sul suono delle parole; è un incrocio della storia, un ritrovarsi insieme per canali scavati dalla mano di Dio, buono e disubbidito.” (Celso Macor, da “I fucs di Belen”, 1966 vol. II, pag. 310-312).
Celso Macor, 1998-2014): è il tempo che, dopo la scomparsa, ha impegnato il Centro studi e la rivista Iniziativa Isontina, oltre ad un gruppo di amici e di estimatori, a ritrovarsi per riflettere insieme, soprattutto per rileggere e meditare aspetti e dimensioni diverse del suo pensiero, della sua poetica e della sua testimonianza di laico credente, di politico e di uomo di cultura del Goriziano.
La stagione che si avvia al quarto quinquennio di convegni annuali si propone, con l’ultimo appuntamento del 3 dicembre scorso, un significativo confronto con uno dei temi che hanno appassionato la vita e l’opera di Macor e che, come titolo, aveva la seguente tematica “Lacerazioni nella vita ed in famiglia”. Dinamiche da cogliere alla luce delle provocazioni del tempo presente e, in particolare, delle responsabilità del domani.
La prima fra queste non poteva che essere l’omelia tenuta da Papa Francesco in occasione della preghiera i cimiteri di Redipuglia. Una provocazione alla quale ha tentato di dare eco il giornalista del Tg3 regionale Cristiano Degano. Facendosi interprete della storia del giornalismo radiotelevisivo, Degano si è introdotto con un video che elaborato per ricordare i cinquanta anni di televisione in Regione, per sottolineare il dato emergente nelle parole emblematiche - “A me che importa?” - del Papa Francesco; mettendo le stesse in continuità con le espressioni accorate dei suoi predecessori in visita alle Chiese della regione (Paolo VI nel 1972, Giovanni Paolo II nel 1992, Benedetto XVI nel 2012 e papa Francesco nel 2014). Un preciso atto di accusa - diventato uno slogan più volte ripetuto - quello del papa Francesco contro l’ipocrisia di giustificazioni artefatte (guerra giusta o non giusta) e contro un atteggiamento irresponsabile di presa di distanza; la guerra (tutte le guerre) interpellano e interrogano l’uomo ed il credente soprattutto nelle sue responsabilità morali oltre che per il fatto di rischiare di dare vita ad una terza guerra mondiale strisciante già in svolgimento.
Tutte le guerre ci riguardano direttamente e, come ha scritto Hemingway, “la campana suona per tutti”. Degano ha concluso facendo propria la proposta di compiere, a ricordo del centenario e delle parole del Papa, alcuni segni: come ad esempio, la riabilitazione dei fucilati di Cercivento. Una riabilitazione che riguarda esplicitamente i quattro alpini carnici come segno di riconciliazione e di respingimento della guerra come soluzione dei conflitti. Effetto primo della ripresa di coscienza che il Papa auspica a Redipuglia e che nasce da un preciso passaggio: condividere le lacrime di mea culpa e di purificazione.
La seconda parte dell’incontro, particolarmente nutrito, è stata animata da ptre protagonisti Mirella Heba (Albania), Alina Bacosca (Romania) e da Ivan Snidero, assessore di Cervignano e volontario nel Terzo mondo (Bolivia), coordinati dalla direttrice della rivista “Conflitti”, Paola Cosolo. Quattro le domande del dialogo: la prima, sulla specificità delle “dinamiche conflittuali”: la seconda, sui “conflitti tra giovani e ingiustizie sociali”; la terza, sui “conflitti nelle migrazioni” e, infine, sulle “ingiustizie verso i migranti”.-
I partecipanti della tavola rotonda ha risposto con grande partecipazione alla ricerca di offrire spunti per l’approfondimento e la condivisione di così rilevanti emergenze: l’esperienza nei Paesi dell’Est - in rapporto alla libertà, bene fondamentale - è stata per tutti negativa in quanto una limitazione nel pensiero oltre che nelle azioni, nel viaggiare e nel godere anche delle piccole cose; nel Terzo mondo, la disparità sociale (per gente che vive oltretutto in condizioni atmosferiche difficili) diventa causa provocatrice di molteplici conflitti.
La caduta del muto di Berlino (1989), ha segnato insieme una notevole svolta: all’Est europeo (Romania e Albania) per la prima volta emerge la domanda di meritocrazia e si fa strada la fine delle nostalgie ideologiche che mette in fuori gioco il sistema e gli stessi governanti; richiede a tutti un soprassalto difficile di responsabilità e di riscatto per non cadere vittime di altri estremismi (dal comunismo al consumismo). Nell’America Latina, invece, si sviluppano diverse esperienze culturali e risulta vincente quella che mette al centro la terra come bene strumentale per il riscatto dalla povertà e per la costruzione del bene comune, cioè di una società comunitaria capace di gestire il cambiamento attraverso l’incanalamento delle potenzialità ed il miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi.
Le migrazioni - così come possono essere raccontate dalle protagoniste, giovani madri - nascono da una precisa annotazione: la molla sta nell’insopportabilità di essere considerati soldatini obbedienti e organizzati dal regime; oltre che dal desiderio di assicurare ai propri figli qualcosa di più del pane. Un prezzo pagato - specialmente dalle donne - duramente con l’affidamento dei figli alla famiglia di origine ed una esistenza dura all’estero. Infine, ha fatto capolino il tema complesso degli atteggiamenti della gente del posto verso i migranti nel nostro Paese e delle reazioni nelle comunità locali. L’elenco delle ingiustizie contro i migranti e delle richieste di quanti vivono nelle comunità locali, è lungo e diversificato. Soprattutto, sottolineano i protagonisti, “abbiamo provato da subito a far cambiare opinione nei nostri riguardi e del nostro popolo (albanese o romeno)” e questo “ non da stranieri”. “Mai cedere ad imposizioni assurde o illegali”, “essere sempre impegnati a dimostrare, per se stessi e per il proprio popolo, di diritto-dovere essere cittadini onorati”. Nella sua qualità di consigliere comunale a Buttrio, la signora Bacosca ha dichiarato di avere così “inteso esercitare una forma concreta di volontariato politico proprio per evidenziare una reale emancipazione matura e consapevole”, e soprattutto per testimoniare la qualità del servizio politico. “Aiutare gli italiani a superare la paura dell’intercultura” è l’obiettivo perché, per tanti (troppi) tenendo conto che la mobilità delle persone (oltre che delle merci) si impone ed è una condizione diventata realtà, cioè quella di far parte di un mondo unito.
La risposta a questi interrogativi, ed in specifico a quello sulla conflittualità, ha concluso l’assessore cervignanese - come insegnano le esperienze della Bolivia - va ricercata nel ritrovamento di risorse da mettere a disposizione di quanti vivono il bisogno, risorse umane ed economiche. La pratica dei valori forti, a partire dal bene comune, mettendo così le persone nella condizione di conquistare la propria libertà, è altrettanto decisiva. Indispensabile è poi la conoscenza della storia dei popoli, delle loro vicende e traversie; soprattutto occorre liberarsi dalla tentazione di identificare la parte con il tutto. Oltre alla necessità del recupero della dimensione del bene comune, un posto grande e decisivo è occupato dalla esperienza di sofferenza causata nelle persone da ogni forma di ingiustizia. Solo riconoscendo come proprio il dolore del prossimo si riscatta la libertà e la vita.
La serata è stata introdotta da una serie di letture e di testi particolarmente intensi e nei quali si è espressa fortemente la voce di Celso Macor. Si tratta, proprio nel centenario dello scoppio della grande guerra, di un messaggio profetico: la ricca proposta di letture che hanno aperto l’incontro, ha avuto luogo a cura del gruppo teatrale del Liceo Dante Alighieri di Gorizia, coordinato dal prof. Rosa Tucci e dal musicista Angelo Portelli.
In un crescendo sono riemerse le tesi che, secondo Celso Macor, consentono di cogliere il significato autentico di “patria”, le responsabilità di chi ha deciso la guerra e benedetto le armi, la forza di un appello (di quaranta anni fa...) contro la dimenticanza, la retorica delle celebrazioni, e, soprattutto, in friulano ed italiano, la forza del racconto “tre bacchette in croce”, che ricorda i caduti friulani (ma anche bisiachi, istriani, triestini ...) nelle steppe dei Carpazi.
