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HOME > Articoli e notizie:Guardare avanti rileggendo la Costituzione

Guardare avanti rileggendo la Costituzione

Sessanta elettori su cento hanno rigettato le riforme della Costituzione approvate dal Parlamento

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L’impresa era irta di ostacoli; il rischio della sconfitta per una proposta che, non avendo accettato eleganti compromessi parlamentari, aveva il peso di un testo discutibile e, soprattutto, di scarsa agibilità politica. La campagna referendaria ha fatto il resto per la vuotezza dei temi, la virulenza dei toni e la volgarità del linguaggio, con la novità dei nuovi mezzi di comunicazione. Il prevalere di argomenti polemici ha spinto a posizioni estreme, ad alleanze improbabili e, soprattutto, ha desertificato la politica in generale, pur in presenza di una partecipazione molto consistente alle urne.
 
Al centro della contesa – e fuori della consultazione elettorale – sono stati invece i principi costituzionali e quei valori che costituiscono il patto di convivenza democratica fissato dalla Carta costituzionale e che riguardano appunto la domanda di sicurezza, il tema dell’occupazione e del lavoro, la lotta alla povertà, la richiesta di giustizia e di liberazione dai vincoli della partitocrazia e della burocrazia, la cultura e la solidarietà. “Semplificare, snellire, velocizzare, liberalizzare va bene. Ma per che cosa?” Non è bastato il riferimento agli altri Paesi ed alle loro richieste, come non è bastata la domanda di riforme da parte dell’Europa. Solo la quotidiana coniugazione di principi e di riforme poteva suffragare un progetto realistico. Non è stato, occorre voltare pagina.
 
Vinti e vincitori, e non solo le alleanze spurie costituitisi, sono chiamati prima di tutto a ripensarsi. A guardare in avanti, soprattutto. Compito che non riguarda solo il Parlamento, i partiti, le istituzioni e la società tutta, ma anche ogni singolo cittadino, chiamato a partecipare attivamente alla vita politica per evitare che prevalgano i mezzi di una democrazia plebiscitaria ma anche per porre le basi di una nuova democrazia che sia insieme rappresentativa delle varie fasce sociali di Paese, enti intermedi compresi, e, comunque, tutti i cittadini che sentano e vivano la coscienza di far parte di una comunità, di una Patria, in base a doveri da assolvere e diritti da allargare e implementare.
 
Vinti e vincitori, e non solo le alleanze spurie costituitisi, sono chiamati prima di tutto a ripensarsi

Da qui il bisogno di ritornare senza ironie e autoreferenzialità allo spirito che ispira la Carta costituzionale e ai valori condivisi che essa esprime. Non basta, e non basterà mai, soffermarsi al “regolamento di condominio”, ma è indispensabile trovare le strade per una diversa applicazione della Costituzione, nel settantesimo della sua approvazione dopo la tragedia della dittatura fascista.
 
La Repubblica – ha scritto un commentatore – “fondata sul lavoro” (art. 1) come invenzione di Amintore Fanfani, la dottrina delle “formazioni sociali” (art. 2) come luoghi di crescita della persona, su attribuzione di G. Dossetti, il principio della pari dignità e del contrasto alla disuguaglianza (art. 3) come mediazione di A.Moro, la “funzione sociale della proprietà” di E.Taviani sono solo alcuni esempi di tali principi fondanti. Fra l’altro, insieme all’impegno per la pace, essi sono il risultato di una mediazione laica che ha permesso la convergenza con altre sensibilità (socialisti, comunisti e liberali) nella prospettiva non di compromesso banale ma di una vera e propria, compiuta, sintesi politica.
 
La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora ad escludere cose mediocri per fare posto a cose più grandi

A quelle intuizioni, si sono aggiunte nel tempo altre mediazioni e contributi che vengono da diverse componenti culturali e politiche elaborate dal 1948 in avanti. La caduta dei regimi e cambiamenti culturali, ma, soprattutto, il Concilio con le sue intuizioni e la sua capacità di rappresentare un tempo di aggiornamento e di riforma, hanno espresso sintesi culturali e utili mediazioni politiche.
 
Tale ampia visione fa comprendere il limite pauroso con il quale si sono approcciate le domande di riforma, oggetto di referendum: sostituire il fondamento del lavoro con il libero mercato, utilizzare alcuni articoli su famiglia e scuola in senso utilitaristico (consenso cattolico), spingersi ad un uso comodo delle maggioranze parlamentari (potere); senza parlare dell’esigenza giusta della valorizzazione delle autonomie (che non sono privilegi) e del federalismo. La stessa sussidiarietà, insieme con la libertà di iniziativa, è stata dimenticata; la riforma della scuola impone di ripartire dall’educazione civica, dalla etica della formazione. In una parola, bando alle scorciatoie e lasciamoci - tutti - interrogare dalla Carta, fondamento delle istituzioni e della democrazia.
 
Come si esce da questa “situazione” nella quale il Paese si è incagliato? Società e persone, comunità nazionale e cittadini? Compiti diversi e responsabilità diverse.
 
Una prima responsabilità è da assegnare alla comunità cattolica, alla chiesa che è in Italia. Ai cattolici e ai cattolici democratici specificatamente. Il vescovo di Roma e Papa Francesco, non da ieri e ben prima del referendum, ha richiamato tutte le chiese – e quella italiana in specifico, e quindi quella delle singole chiese particolari – a guardare alla storia con gli occhi degli ultimi, nella consapevolezza che questo sguardo “fa” la storia. Allora, non basta parlare di “periferie da raggiungere” o di “una chiesa in uscita”, occorre appunto stare nella storia.
 
È la grande – inascoltata – lezione del Concilio. Il che significa, come scrive padre Sale su “La civiltà cattolica” n. 3990: “La chiesa al tempo di Francesco ha chiaramente manifestato l’intenzione di non voler più dare adito a sospetti di collateralismo con il potere politico – archiviando una pratica che nel passato anche recente, almeno in Italia, non era stata talvolta disdegnata dalle gerarchie ecclesiastiche per difendere i cosiddetti interessi cattolici, riconoscendo l’autonomia dello Stato e rispettandone l’ambito di competenza e di azione nello spazio pubblico. La rispettosa neutralità che la Santa Sede ha conservato nella recente questione della riforma referendaria, come pure su altre materie, sta a dimostrare come questa modalità di rapporto sia ormai completamente tramontata”.
Alla Chiesa - intesa sempre nella prospettiva conciliare - spetta l’alto compito, che è poi la sua missione, di assicurare al Paese “una qualità della vita cristiana profonda” (dunque nessun rapporto pattizio). Tale compito ha due valenze : mostrare che la Chiesa sta lontana dal potere,e produrre coscienze formate oltre ogni opportunismo. In secondo luogo, secondo Alberto Melloni, spetta alla Chiesa, sempre del Concilio, un ruolo: quello di “ricucire il Paese”, “prendere ago e filo e cucire un Paese ferito.” Una missione teologica e pastorale che sta al centro di quella “riconversione” di ogni azione della Chiesa e che non teme invasioni e non si lascia imprigionare ma collabora a “costruire” insieme uomini e donne di Stato e cittadini per il domani.
 
Intanto ai cattolici democratici – a questa rivista che in loco tenta di esprimere le esigenze del cattolicesimo democratico – spetta un compito preciso: dare corpo a una cultura e una politica tipica di uno Stato moderno e secondo la carta costituzionale. Senza rivendicare in modo stucchevole il patrimonio passato, occorre con energia “avere l’orgoglio delle proprie ragioni” e mettere a punto tale progetto insieme con quanti ci credono e intendono collaborare.
 
Raccogliendo la lezione di Aldo Moro, il quale nella Pasqua del 1977 scriveva: “Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiamo il proprio libero spazio intangibile, nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri per fare posto a cose più grandi”.
 
La strada da seguire passa attraverso la ricerca sociale (vedi Toniolo), la valorizzazione della democrazia di prossimità (Sturzo), il ragionare sistematicamente (Moro). Un ritorno alla dinamica del vedere - giudicare e agire che potrebbe oggi tradursi in un progettare ( avviare un processo deliberativo), sperimentare (il processo progettato), valutare (cioè misurare l’efficacia civica del processo una volta concluso).
 
Un metodo - nuovo ed antico insieme - per rendere saldo un cambiamento reale: la democrazia rappresentativa punta al consenso (mobilitazione per la vittoria elettorale); la democrazia diretta cerca soprattutto l’assenso (abbiamo tutti sperimentato che il SI/NO dei referendum non sempre va di pari passo con le sfumature della realtà); la democrazia partecipativa, invece, proprio perché promuove il senso, ha il compito di avviare processi misurabili, capaci di ascoltarsi fra di loro, invita a esplorare i mondi di riferimento, abitua e obbliga al dialogo e incannala il conflitto attraverso un sostanzioso confronto.
 
Inizi un dibattito - noi diremo meglio un percorso ragionevole - che torni ad essere comprensibile nel linguaggio e praticabile perché dentro ad un metodo rigoroso, in vista di un obiettivo: quello di formare alla cittadinanza responsabile, diffusa e solidale. Buon 2017. ■
data di pubblicazione: 31-12-2016
autore: Renzo Boscarol | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.72 | tema: EDITORIALE
tag redazionali
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