In occasione di questo incontro con coloro che hanno responsabilità pubblica nel nostro territorio, vorrei ispirarmi anzitutto a una recente lettura di un saggio pubblicato qualche anno fa in italiano, ma risalente al 1997, di un noto studioso francese, deceduto nel 2005, Paul Ricoeur, un filosofo appartenente alla corrente della fenomenologia e della ermeneutica, molto attento ai temi sociali. Un credente, un cristiano non cattolico, ma protestante per altro citato da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’
sulla cura della casa comune (al n. 85).
Ciò che mi ha particolarmente interessato nel breve testo di Ricoeur, intitolato nella traduzione italiana “Il dialogo delle culture”
(1), è il fatto di sintetizzare in formule molto puntuali, ma, per quanto capisco, estremamente evocative l’evolversi della problematica del confronto-scontro interculturale nell’Europa moderna a partire dalle guerre di religione fino ai giorni nostri.
All’epoca di quelle guerre, che hanno insanguinato l’Europa per un secolo tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600 a seguito della nascita del protestantesimo, la formula che esprimeva la soluzione di tolleranza nel confronto con l’altro, trovata con la pace di Vestfalia che pose fine alla guerra di trent’anni, era:
«sopporto mio malgrado ciò che disapprovo, perché non ho il potere di impedirlo».
Un passaggio successivo, che Ricoeur attribuisce a personaggi come Erasmo, Melantone, Leibniz impegnati in una mediazione ecumenica, si può sintetizzare in questa seconda formula:
«io disapprovo il vostro modo di vivere ma mi sforzo di comprenderlo senza potervi aderire».
Un’ulteriore maturazione nello sviluppo del pensiero europeo, che cercava di non uscire dalla via maestra della tolleranza, è individuato dal filosofo francese nell’epoca dell’illuminismo dove il confronto culturale non era più interreligioso – tra cattolici e protestanti –, ma tra gli illuministi che, a partire dalla ragione, ritenevano gli uomini religiosi dei superstiziosi, e gli stessi credenti che rivendicavano invece la trascendenza della verità a fronte della pretesa della ragione. La formula in questo caso è:
«io disapprovo il vostro modo di vivere, ma rispetto la vostra libertà di vivere come meglio credete perché vi riconosco il diritto di manifestare pubblicamente questa libertà».
Il passaggio seguente, avvenuto almeno in parte in epoca più recente, consiste nel riconoscere di non possedere da soli tutta la verità, ma che anche gli altri possano avere una parte di essa. La formula sintetica è:
«io non approvo né disapprovo le ragioni per le quali voi vivete in modo diverso da me, ma forse queste ragioni esprimono un rapporto al bene e al vero che mi sfugge a causa della finitezza della comprensione umana».
Ricoeur cita come atteggiamento intellettuale che sta a fondamento di questa convinzione una frase di un altro filosofo esponente del personalismo francese, Gabriel Marcel:
«non sono in rapporto di possesso nei confronti della verità, ma spero di essere nella verità».
C’è infine un’ultima evoluzione che porta ai giorni nostri, un quinto stadio «in cui
– sono parole di Ricoeur – il riconoscimento delle differenze diventa indifferenza».
L’unico limite è il non nuocere ad altri. La formula è:
«accetto tutti i possibili modi di condurre la propria vita a condizione che non sia fatto torto ad altri, a condizione che non si nuoccia apertamente a terzi».
È chiaro che si tratta più che di un’evoluzione di una involuzione. Con questa impostazione, infatti, si rinuncia a qualsiasi confronto con l’altro che, pur faticoso, possa però farmi avanzare nella mia ricerca del vero e del senso e possa far crescere una società nella condivisione o, per lo meno nella ricerca, di valori comuni. Secondo il nostro filosofo, una società basata su questo principio minimalista dell’indifferenza e del non nuocere, non può che evidenziare due preoccupazioni: la sicurezza a livello sociale, la salute a livello personale.
Preoccuparsi di tutelare la propria sicurezza e la propria salute e basta, rinunciando al confronto anche conflittuale ma paradossalmente costruttivo con l’altro, può garantire il futuro della nostra società? O non porta piuttosto a chiudersi in una fortezza dove resistere finché si può ispirandosi al primo principio ricordato – «sopporto mio malgrado ciò che disapprovo, perché non ho il potere di impedirlo»
– ma con il rischio sempre più incombente di un conflitto aperto? È una domanda molto seria per la nostra società.
A questo punto viene da chiedersi se di fronte a questa situazione della nostra cultura e, in generale di quella europea di cui facciamo parte, esistono delle proposte. Penso di sì. Le ha espresse in modo molto incisivo papa Francesco in un recente discorso rivolto ai partecipanti di un convegno significativamente intitolato “Re-Thinking Europe” (
2)
. Anche in questo caso si può ricavare una formula, proprio dalle parole del Papa:
«Persona e comunità sono le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano: dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace».
Ci sono quindi anzitutto due fondamenta: la persona e la comunità. Circa la persona, Papa Francesco afferma che l’Europa deve ricordare «che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante».
Quanto alla comunità, papa Francesco sottolinea che «l’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. [...] La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità».
Ci sono poi i mattoni dell’edificio della società europea. Vi accenno in modo sintetico, sempre usando le parole del Papa. Il primo mattone è il dialogo, che papa Francesco presenta riproponendo l’immagine dell’agorà delle città greche: «Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agorà antica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio».
Il secondo mattone è l’inclusione. L’Europa deve essere «una comunità inclusiva, libera da un fraintendimento di fondo: inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato. Al contrario, si è autenticamente inclusivi allorché si sanno valorizzare le differenze, assumendole come patrimonio comune e arricchente. In questa prospettiva, i migranti sono una risorsa più che un peso. [...] Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole, ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura».
Quanto alla solidarietà papa Francesco afferma: «Essere una comunità solidale significa avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali, a partire dagli anziani e dai disoccupati. Ma la solidarietà esige anche che si recuperi la collaborazione e il sostegno reciproco fra le generazioni».
La definizione di sviluppo viene ripresa dall’attuale pontefice a partire dalle parole di un suo predecessore, papa Paolo VI: «Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo».
Infine l’ultimo elemento della costruzione della società europea è la pace: «Essere operatori di pace significa farsi promotori di una cultura della pace. Ciò esige amore alla verità, senza la quale non possono esistere rapporti umani autentici, e ricerca della giustizia, senza la quale la sopraffazione è la norma imperante di qualunque comunità. La pace esige pure creatività. L’Unione Europea manterrà fede al suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini».
Fin qui la proposta di papa Francesco per l’oggi dell’Europa e quindi anche dell’Italia e della nostra realtà locale di cui, in misura diversa e in ambiti differenti ma non estranei tra loro, portiamo la responsabilità. Ho voluta inserirla in un percorso che parte da lontano, in un cammino faticoso che sembrava aver portato la società europea a maturare per così dire la formula giusta per gestire le differenze, nel rispetto reciproco e nell’apertura al frammento di verità che ognuno può possedere. Non ho citato il Natale, né esplicitamente il messaggio religioso, ma non è difficile vederlo in filigrana sotto quanto si è detto.
Vorrei concludere con un’ultima formula, una formula di augurio:
il Natale, che celebra il Dio che ha assunto il volto di un uomo, sia per ciascuno di noi l’occasione per vedere nell’altro, in ogni uomo in ogni donna, un riflesso del volto divino.
Gorizia, 20 dicembre 2017 - Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo
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1 P. RICOEUR, Il dialogo delle culture, in P. RICOEUR, Ermeneutica delle migrazioni. Saggi, discorsi, contributi (a cura di R. Boccali), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013, pp. 93-99.
2 Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla conferenza “(Re)Thinking Europe”, organizzata dalla Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato - 28 ottobre 2017.