Ora che i barbari si sono stallati in casa, Romani e Persiani sono nella stessa stanza, e si ignorano.
Si sono combattuti per anni, con valide ragioni. Hanno lottato, argomentato visioni e soluzioni diverse. E hanno difeso la frontiera, colpendo a morte quelli che l’hanno valicata. I “disertori”. Non solo per l’una; anche per l’altra parte. Che puntualmente sono caduti, senza lasciare valida traccia di sé, anche perché la terra di mezzo non paga, non riceve consensi. È, appunto, la terra di nessuno. Così come non ha padri, non lascia figli.
Sembra, e lo è ormai, un arcaismo quel “centro che guarda a sinistra”, definizione di un altro uomo di frontiera, Alcide Degasperi, parlamentare eletto il 20 giugno 1911, nel collegio di Fiemme - Fassa - Primiero-Civezzano, alla Abgeordnetenhaus di Vienna.
Ora che il “cambiamento” è la parola-chiave che ha occupato tutti gli spazi, ci chiediamo quale sarà la prossima che la sostituirà. In apparenza più rassicurante della “rottamazione”, che in realtà ne inseguiva le ragioni profonde di distruzione – sostituzione riprendendo uno slogan che era partito, venti anni fa, per vendere più automobili; poi, per evadere le cartelle esattoriali; infine, per far partire un trenino, via via sempre più allungato, e infine deragliato sul referendum.
I proclami dei nuovi capi devono allarmare soprattutto noi che abbiamo sopportato per un secolo i danni del confine calato come il piombo sull’alto Adriatico. Ricorda Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri” che fino alla Grande guerra si girava da un paese all’altro con una facilità incredibile. Le lettere venivano consegnate due volte al giorno. Uscivano i giornali della sera. Non erano richieste impronte digitali e rilievi oculari per un passaporto. Trieste era piena di immigrati italiani (da non perdere “Lassù nella Trieste asburgica. La questione dei regnicoli e l’identità rimossa”, di Marina Silvestri, LEG, 2017). Gorizia, con memoria abusata, la “Nizza austriaca” (quanti hanno veramente letto uno scritto dello statistico boemo Czoernig?).
“Eredità comune”, vale a dire constatare che il patrimonio di strategia e visione politica – che vede il futuro di Gorizia solo nello spazio ampio europeo competente, e di cui ha fatto sempre parte – costituisce ormai stabilmente patrimonio di tutti i governanti della città.
Da Brancati a Romoli e Ziberna, trascolorati gli accenti della “campagna acquisti” elettorale, non v’è chi metta in discussione la prospettiva di apertura ed unità della città e del territorio goriziano. Da parte italiana e slovena, pur nelle difficoltà di entrambi i Paesi, si lavora con convinzione per dare contenuti agli strumenti di organizzazione territoriale: non si parla più di GECT (Gruppo europeo di cooperazione territoriale), lo si usa; si studia il modo di creare una Zona economica speciale europea. Parlamentari di due schieramenti (Brandolin, Fasiolo e Pettarin) ci si sono cimentati e continueranno a lavorarci. “Eredità comune” significa che, con i barbari nel salotto, Romani e Persiani devono ritrovare la visione di futuro e i mezzi adeguati per non essere cacciati in soffitta. Non possono continuare a lungo la confusione e le ambiguità di questi giorni.
Per questo desta allarme la continua retorica, e possibile azione, antieuropea che accomuna i nuovi governanti italiani. Gli espliciti modelli sono quei paesi dell’Est (erano stati – ma non volevano tornarci? – “centro” Europa?) che respingono responsabilità comuni e vociano per continuare ad attingere alla cassa comune.
L’Italia, insieme agli altri Stati membri occidentali e settentrionali, ha contribuito generosamente allo sviluppo di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. L’Italia ha favorito attivamente l’ingresso nel 1995 dell’Austria, che oggi, riprese le vesti di “ridotta alpina”, si destreggia tra est ed ovest invitando a Vienna Putin ma negando la volontà di levare le sanzioni causate dall’annessione della Crimea e della destabilizzazione dell’Ucraina. Un paese, quest’ultimo, dove cent’anni fa combattevano i soldati di queste zone, oggi giustamente riscoperti e ricordati dai loro discendenti e da alcune amministrazioni comunali del Friuli orientale.
Ora che il “cambiamento” è la parola-chiave che ha occupato tutti gli spazi, ci chiediamo quale sarà la prossima che la sostituirà. In apparenza più rassicurante della “rottamazione” riprende uno slogan che era partito venti anni fa
Regione ed amministrazioni locali non devono farsi travolgere dal gorgo di nazionalismo e chiusura che paga elettoralmente fin troppo bene. I danni della rinascita dei confini rigidi e della caduta della cooperazione transfrontaliera ricadrebbero non sulle spalle di Roma, bensì su quelle di Gorizia e di Trieste.
Com’è successo due volte con due guerre mondiali. Ci è bastato. ■