Ai tempi dell’Austria c’era la Principesca Contea, poi, con l’Italia, Provincia. Gorizia, per secoli, è stata il centro amministrativo,
nonché punto di riferimento di un territorio,
il Goriziano,che abbracciava sostanzialmente l’intero bacino idrografico dell’Isonzo, dalle sue sorgenti alla foce, includendo tutti i suoi principali affluenti, tra i quali la Baccia, l’Idria e il Vipacco. Poi, con il secondo dopoguerra, il primo vero trauma geografico:
il nuovo confine di Stato, tra Italia e Jugoslavia. Una linea bianca tracciata nel 1947 con la calce, che, passando anche attraverso la città di Gorizia, decurtò l’allora Provincia di più di due terzi del territorio storicamente di sua competenza. E, infine, il colpo di grazia: la soppressione della Provincia stessa, nel 2015, a opera della giunta regionale guidata da Debora Serracchiani, nel tentativo di anticipare quella riforma costituzionale – nota con il nome “Renzi-Boschi” – che, però, non avrebbe superato il vaglio del referendum confermativo del 2016.
Tra i primi provvedimenti attuati dal regime di Mussolini, dopo la Marcia su Roma, ci fu proprio la soppressione della «slavizzante» Provincia di Gorizia
Essa venne quindi sostituita, prima, dalle Unioni territoriali intercomunali (Uti) Collio-Alto Isontino e Carso-Isonzo-Adriatico e poi, nel 2019, dall’Ente di decentramento regionale di Gorizia (Edr Gorizia), che almeno ha ripristinato la dimensione territoriale antecedente la riforma Serracchiani, sebbene con poteri e competenze molto più limitati. In realtà, non è la prima soppressione che subì il Goriziano a livello di ente intermedio tra Comuni e Regione. Va ricordato che, tra i primi provvedimenti attuati dal regime di Mussolini, dopo la Marcia su Roma, ci fu proprio la soppressione della «slavizzante» – come veniva allora definita dai vertici fascisti – Provincia di Gorizia, con la sua conseguente spartizione tra Udine e Trieste. Quattro anni dopo sarebbe stata ricostituita, su nuove basi, perdendo comunque territori importanti come Aquileia e Cervignano, passati alla Provincia di Udine e che tutt’oggi continuano a far parte dell’Arcidiocesi di Gorizia.
Nei cassetti del Parlamento, a Roma, è già stata depositata la proposta di legge costituzionale con la riforma dello Statuto della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, approvata dal Consiglio regionale lo scorso 31 gennaio
All’indomani delle elezioni regionali del 2 e 3 aprile, molti segnali indicano che le Province riaffioreranno come un fiume carsico, con competenze e poteri molto simili a quelli precedenti alla riforma Serracchiani. Nei cassetti del Parlamento, a Roma, è già stata depositata la proposta di legge costituzionale con la riforma dello Statuto della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, approvata dal Consiglio regionale lo scorso 31 gennaio. Una riforma che prevede la reintroduzione, nel nostro ordinamento, di «enti di area vasta a elezione diretta».
Tra
le considerazioni espresse dalla giunta guidata dal presidente Massimiliano Fedriga vi è quella secondo cui «vi sono alcune funzioni che non possono non essere allocate a un livello intermedio e che le Province fanno parte della storia istituzionale della Regione, non solo quali enti di decentramento amministrativo statale, ma anche come enti dotati di autonomia politica e quindi in grado di esprimere un indirizzo politico per la comunità territoriale di riferimento». Ma a differenza della riforma del 2016, approvata all’unanimità dal Consiglio regionale, questa è stata approvata solo dall’attuale maggioranza, composta dai gruppi di Lega Salvini, Forza Italia, Progetto Fvg e Fratelli d’Italia, mentre hanno espresso voto contrario il gruppo del Partito democratico, Movimento 5 stelle, Patto per l’autonomia, Civica Fvg e il gruppo misto.
Bisognerà pertanto vedere quando si creeranno le condizioni perché, a Roma, la riforma sia poi approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, come previsto dalla Carta per l’approvazione di leggi costituzionali. Con la semplice maggioranza assoluta, invece, sarebbe necessario ricorrere a un referendum costituzionale per l’approvazione definitiva della modifica, con tutte le incognite del caso.
In attesa di questo passaggio cruciale, la redazione di
Iniziativa Isontina ha voluto sentire l’opinione di alcuni dei principali protagonisti coinvolti nella gestione della transizione dall’ex Provincia di Gorizia all’attuale Edr, passando per le Uti. In ordine, quindi, sono stati intervistati
Enrico Gherghetta, ultimo presidente della Provincia,
Michele Martina, che ha diretto il commissariamento regionale della Provincia a seguito della sua soppressione,
Rodolfo Ziberna, che in qualità di sindaco di Gorizia è succeduto a Ettore Romoli come presidente dell’Uti Collio-Alto Isontino, e, infine, il sindaco di Staranzano
Riccardo Marchesan, che ha presieduto l’altra Uti costituita nel Goriziano, denominata Carso-Isonzo-Adriatico.
L'INTERVISTA
Innanzitutto, si è sondata la loro opinione sulla riforma Serracchiani: l’abolizione delle Province fu una scelta positiva?
La bocciatura è stata netta da parte di quasi tutti gli interpellati, a cominciare da
Gherghetta, che non è andato certamente per il sottile: «Una stupidaggine inutile: lo dimostra il fatto, che non si è risparmiato un euro e il cittadino non ha tratto alcun beneficio. La definii all’epoca una “legge porcheria”. La Provincia di Gorizia, poi, era un gioiello riconosciuto da tutti. Avevamo i conti in ordine, avevamo ridotto molto bene i costi per i cittadini e distribuivamo contributi. Fu una scelta sbagliata, fatta in un momento sbagliato. Lottai contro quella riforma andando anche controcorrente, al punto da dimettermi dalla Direzione regionale del Partito democratico. Io e chi la pensava come me perdemmo perché c’era un’ondata dell’opinione pubblica, pilotata anche dai mass media, per cui sembrava che le Province fossero il male assoluto. Invece non lo erano per niente».
Su una linea simile, sebbene con toni diversi e più istituzionali, la risposta di
Martina, che ha gestito da commissario l’ente nella fase della sua soppressione: «La Provincia era l’erede di un secolare ente territoriale che, in un passato non troppo lontano, non solo aveva una considerevole estensione territoriale, ma, nell’ordinamento imperial-regio, aveva competenze addirittura di rango legislativo e non solo amministrativo. Si trattava tuttavia di un’eredità storica contrastante con l’esiguità della realtà amministrativa degli ultimi settant’anni, nel corso dei quali comunque l’ente era riuscito a rappresentare degnamente la particolarità di una comunità piccola, ma variegata. Il commissariamento della Provincia, dal 1° dicembre 2016, e la successiva liquidazione dello stesso hanno quindi privato il nostro territorio dell’ultimo suo ente di area vasta di natura elettiva, che rappresentava anche l’ultimo baluardo nei confronti di una nuova possibile spartizione del Goriziano tra i poteri forti di Trieste e Udine».
Anche da parte di
Ziberna una netta censura sulla riforma:
«Le Province avevano circa un centinaio di competenze. Adesso, per fare un esempio, le scuole hanno la proprietà in capo ai Comuni, mentre la gestione è in capo all’Edr. Ma la manutenzione delle scuole dovrebbe rimanere a un ente intermedio, come le Province, per una ragione banale: le scuole, soprattutto quelle superiori, fanno riferimento a un’utenza di area vasta, non certamente circoscritta a quella di singoli Comuni. Un altro esempio che faccio riguarda le strade. La Provincia gestiva oltre 2mila chilometri di strade, mentre la Regione, attraverso Autovie venete, circa 700. Il costo della gestione provinciale era inferiore del 30-40% rispetto a quella regionale. Le strade sono state date a chi le gestisce meglio e a prezzi più bassi? No, affidate tutte alla Regione, con un calo generale della qualità e della quantità degli interventi».
Una voce fuori dal coro, invece, quella di
Marchesan, ma per una ragione legata a una particolare esperienza amministrativa:
«L’unione di Comuni, in questo territorio ha una storia antica, di cui la Città Mandamento costituisce solo un esempio tra i più recenti, oltre a essere stata un modello preso in considerazione dalla giunta regionale proprio per l’istituzione delle Uti. Non posso definire come negativa l’esperienza delle Uti, pur con tutti i loro limiti. Per esempio, lavoravamo molto attraverso le Intese per lo sviluppo: dei piani annuali che venivano portati all’attenzione della Regione per la realizzazione di opere sul territorio vasto della Uti. Diverse sono state le rotonde, le ciclabili e le strutture sportive fatte con fondi Uti. Ci si trovava intorno al tavolo, tra tutti i sindaci, per rappresentare ciascuno le proprie necessità. C’era una distribuzione omogenea tra tutti i Comuni del territorio. Tutti avevano ottenuto qualcosa da fare».
La domanda logicamente conseguente è stata riguardo la reintroduzione delle Province: in quale forma e con quali competenze si può auspicare un loro ritorno capace di offrire un reale contributo alla qualità amministrativa del territorio?
Netto il giudizio dell’ultimo
presidente della Provincia: «Sono d’accordo sul loro ripristino. Non si possono fornire le stesse competenze, ma andrebbero aumentate. Le Uti avrebbero dovuto essere una realtà di passaggio, perché avrebbero voluto creare dieci o venti grandi Comuni in tutta la regione. Una strategia fallita su tutta la linea: non fu fatta neanche una fusione tra Comuni. Paradossalmente, invece di puntare a ridurre il numero di unità amministrative locali, si sarebbe potuto prendere le già esistenti Province, aggiungendone magari una nuova per la Carnia, e aumentarne le competenze. Si sarebbero così create cinque unità amministrative forti con la capacità di pianificare il territorio, mentre i Comuni avrebbero potuto lavorare più serenamente. Le Uti si sapeva che non avrebbero funzionato, prima ancora di inventarle. Forse hanno funzionato solo in montagna, per la presenza della preesistente struttura della Comunità montana. Da appassionato di matematica, non posso non richiamare il paradosso dell’equilibrio di John Nash, Nobel per l’Economia del 1994 per aver elaborato la Teoria dei giochi. Se attorno a un tavolo ci sono dei sindaci, tutti allo stesso livello, questi decideranno sempre al ribasso, pur di non avvantaggiare il vicino».
Un po’ diverso, invece, il disegno auspicato dal
sindaco di Gorizia per il ritorno delle Province, degli enti ben più snelli nelle competenze, rispetto a quanto vorrebbe Gherghetta: «Il mio sogno sarebbe stato una Provincia strutturata per fornire ulteriori servizi ai Comuni più piccoli. Ci vorreb-be, a livello provinciale, un potente ufficio tecnico, composto da ingegneri, architetti, geometri, in grado di seguire tutto. Non scalfirebbe nemmeno la sovranità di ogni singolo Comune, perché è quest’ultimo a dire “cosa”, “quando” e “come”. Ogni Provincia dovrebbe essere dotata, quindi, di un fondo di rotazione destinato ai vari Comuni e di un Ufficio tecnico, che sia capace di progettare. Non solo: servirebbe anche un Ufficio provinciale esperto in gare e contratti. La normativa è in costante evoluzione e serve personale specializzato che riduca di conseguenza il rischio costante di soccombere nei frequenti ricorsi al Tar. Di grande utilità, infine, sarebbe un corpo di polizia provinciale che operi nei Comuni sprovvisti di polizia locale, con altre competenze delegate dal settore ambiente, per i sopralluoghi, i controlli e i presidi, per le misurazioni ambientali».
Di opinione simile, l’
ex commissario regionale: «In passato le Province esercitavano una serie di funzioni eterogenee e in certa misura inutili (pensando alla presenza della Regione come ente di programmazione); è indispensabile che l’eventuale ricostituzione di un ente intermedio sia veramente accompagnata da una seria valutazione sui suoi compiti, che non possono essere più doppioni o sovrapposizioni antieconomiche perché le risorse non sono infinite. Penso che si debba pensare a funzioni e servizi che siano realmente di aiuto e supporto ai Comuni che si trovano in prima linea nei servizi da rendere al cittadino, ma che ormai sono quasi vicini al collasso e con le strutture a disposizione non riescono più a far fronte alle necessità. Si potrebbe, quindi, individuare una serie di funzioni amministrative che il Comune, liberamente, potrebbe scegliere di affidare alla Provincia o di gestire in proprio, se ce la fa, sul modello delle centrali uniche di committenza».
Per il
sindaco di Staranzano, invece, permangono molte perplessità sull’opportunità di questo passo indietro: «Esprimo una forte contrarietà nel fare una cosa per poi disfarla e rifarla di nuovo, perché fare e disfare è un gran lavorare senza nulla creare. Dal momento che abbiamo superato le Province si sarebbe dovuto procedere in un’altra direzione. Tant’è vero che cinque Comuni, tra cui quello di Staranzano, continuano a fare comunità attraverso convenzioni. È pacifico, però, che tutti i Comuni sono oggi in grosse difficoltà e hanno bisogno di una qualche forma di aggregazione. A suo tempo sarei stato molto dubbioso sulla necessità di doverle superare, ma se vengono riproposte dalla Regione in maniera elettiva, si vorrà riprendere il modello soppresso. Bisogna certamente alleggerire la Regione dalle sue attuali competenze».
In merito alla selezione dei vertici decisionali del nuovo ente di area vasta, l’unico a non auspicare un sistema di elezione diretta è
Ziberna: «Anche se l’orientamento generale è quello di ripristinare anche il precedente sistema di elezione diretta dei consiglieri, avevo proposto un sistema di elezione di secondo grado simile a quello adottato in tutte le altre Regioni».
Più favorevole all’elettività
Martina: «Se si concorda sul fatto che le Province debbano tornare a rappresentare la ricchezza e la diversità, culturale, linguistica, storica delle aree della nostra regione, allora l’elettività servirebbe teoricamente a mantenere più viva e partecipe la comunità territoriale di riferimento e, soprattutto, a garantirle pari dignità rispetto agli alti livelli amministrativi elettivi. Ma il rischio, lo ribadisco, è di preoccuparsi più di ripristinare organi elettivi che dei contenuti del nuovo ente e tale rischio va arginato con decisione».
Non hanno espresso dubbi al riguardo né
Marchesan, né
Gherghetta. E per quest’ultimo, infatti: «L’elezione diretta è l’unica cosa che dà potere al popolo, in compatibilità con la Costituzione italiana. Inoltre, per ridurre il rischio di una scarsa affluenza alle urne, si può concentrare le elezioni per più enti nella medesima tornata elettorale». Un parere sostanzialmente condiviso anche dal sindaco di Staranzano.
In vista di Go! 2025, non poteva mancare una domanda su quale apporto avrebbe potuto dare all’evento un ente come la Provincia, se non fosse stato soppresso nel 2016.
Se
tutti concordano più o meno sul fatto che avrebbe aiutato nel coordinamento tra i vari Comuni del territorio, più spinta è stata l’opinione di
Gherghetta, in virtù della sua esperienza diretta di presidente: «Le strade a Gorizia sarebbero state già completamente riasfaltate. Avremmo avuto un territorio più efficiente per l’imprenditoria e con una vera cultura ambientale. La Provincia di Gorizia aveva vinto ben 42 progetti europei, tessendo rapporti che si estendevano dall’Istria all’Austria».
Nessun rimpianto, invece, da parte di
Marchesan, che ha colto l’occasione per rivendicare la grande capacità del Comune da lui amministrato nel tessere relazioni con le comunità d’oltreconfine: «Staranzano ha una lunga storia di rapporti con la Slovenia, che affonda le radici nei tempi della Resistenza all’occupazione nazifascista. Più di quarant’anni fa, nel 1977, fu siglato proprio su queste basi il gemellaggio con il comune sloveno di Renče-Vogrsko, inserendoci tra i fautori della caduta dei confini che portavano a incomprensioni e inimicizie. Sulla base di queste considerazioni ritengo che Staranzano possa offrire molto in vista della Capitale europea della cultura 2025, anche in termini di progettualità. Proprio quest’anno inaugureremo la prima edizione del Festival dell’Acqua, tra l’11 e il 14 maggio, con lo scopo di favorire la conoscenza del Basso Isontino e del suo peculiare rapporto con le acque e, in particolare con l’Isonzo, che sfocia proprio nel territorio comunale, in località Punta Sdobba. Guarda al futuro l’incontro in programma con il sindaco di Bovec, che unirà simbolicamente la fonte e la foce dell’Isonzo e punterà a costituire la base per la progettazione di un patto di fiume transfrontaliero».
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