Tutti i lettori e lettrici italiani sanno chi era Ervino Pocar (1892–1981): un o il personaggio chiave nel processo di ricezione delle letterature di lingua tedesca in Italia, il traduttore, cui più generazioni «devono l’esperienza fondamentale di alcuni testi che sono stati decisivi per l’intelligenza e la vita di una persona, per il […] modo di comprendere e quindi di vivere il mondo». Egli tradusse in italiano più di 300 dei più importanti scrittori, dal trovatore Walther von der Vogelweide a Peter Handke, e inoltre numerose opere filosofiche e storiche, complessivamente circa 80mila pagine, e ciò per molti anni della sua vita non come occupazione principale – Pocar era redattore capo del reparto libri e traduttore ufficiale dal tedesco, poi dirigente presso la casa editrice Mondadori –, ma nei ritagli di tempo libero.
Sono numeri impressionanti, ma per capire meglio le premesse linguistiche e soprattutto morali di questo intellettuale formatosi nella scuola goriziana di impronta austriaca bisogna sfogliare un romanzo, cioè Un altro mare di Magris. Torniamo nella Gorizia prima della Grande Guerra, a una lezione di greco:
«Arete timen pherei, la virtù porta onore. Veramente, a essere esatti secondo le buone regole della filologia, Tugend bringt Ehre. Infatti, il professor […] Nussbaumer […] voleva la traduzione in tedesco ed era naturale, in quelle aule opache del vecchio Staatsgymnasium imperialregio di Gorizia, fra i banchi regolari e uguali come i fogli del calendario sul muro»…
Della sua formazione in quel rinomato Liceo, si sentì orgoglioso non solo il nostro Pocar, che lo frequentò dal 1903 fino al 1911, ma anche il protagonista del romanzo, il misterioso Enrico Mreule, che, come Pocar, ebbe un geniaccio per le lingue. Un vero goriziano, per vivere di vita naturale nel proprio mondo, poliglotto e plurinazionale, dovrebbe conoscere l’italiano, il tedesco, il friulano e lo sloveno. Ma sentiamo di nuovo Magris:
«Il professor Nussbaumer aveva ragione a pretendere la traduzione dal greco in tedesco […] le due lingue […] in cui si può chiedere dove nascono e spariscono le cose. Con l’italiano è diverso […] quella è la lingua […] dell’accomodamento con l’insostenibile […]. La lingua della vita, insomma, e dunque conciliante e insolvente come lei [...]».
Mreule, amicissimo di Carlo Michelstädter, fu comunque poco incline all’accomodamento con l’insostenibile, cioè con la guerra imminente, e si ritirò in Patagonia dove rimase fino al 1922, per sparire nuovamente, come il nowhere man dei Beatles, sitting in his nowhere land, making all his nowhere plans for nobody.
Nel frattempo, dopo la cosiddetta «redenzione» del 1918 a Gorizia ormai italiana si era formato un gruppo di giovani idealisti dal coraggioso pensiero riformista raccolti intorno alla splendida figura dell’editore Nino Paternolli. Pocar, conseguita nel ’17 la laurea a Vienna, dal 1919 insegnò nel suo vecchio ginnasio di Gorizia, intitolato ormai a Vittorio Emanuele III. Si associò, come Biagio Marin, al glorioso cenacolo dell’Editore senza frontiere e diede un importante contributo come opinion maker al tentativo di ricostruzione della civiltà isontina distrutta dalla tragica guerra.
Sennonché, nel nuovo torbido clima centralistico della burocrazia ministeriale romana importato nelle terre irredente, la carriera scolastica di un personaggio moralmente intransigente come Pocar prese una piega poco fortunata. Si spezzarono man mano le speranze: l’affermarsi del fascismo segnò il tramonto definitivo della cultura multietnica nell’Isontino. Pocar si rifiutò di trasformarsi in «Pocarini». Nel ’23 perse tragicamente l’amico, il magnanimo Paternolli, durante una comune arrampicata sul monte Podanovec. Nel ‘24 partì per Milano, città che per la sua dimensione europea gli sembrava adatta al dialogo interculturale, al suo progetto di trarre, con sempre crescente responsabilità, le conseguenze del suo status di figlio bilingue della frontiera. Sentiamo, per l’ultima volta, Magris:
«Ervino Pocar, che l’ha visto cadere dalla roccia, parte per Milano. La virtù porta onore, sui banchi del vecchio liceo […] l’ha imparato anche lui, riportando pure ottimi voti. Fra i compagni di quella scuola Ervino ha capito che amare vuol dire ascoltare, e leggere vale più di scrivere, se proprio si vuole prendere la penna, meglio tradurre […] lasciar stare l’esibizione personale e porsi al servizio di parole grandi».
Quando nel 1967 il settantacinquenne Pocar, dopo una parabola di vita integerrima anche nel Ventennio, entrò in contatto epistolare con Celso Macor, 33 anni più giovane di lui, il più anziano aveva già svolto parecchia parte del suo servizio all’intesa fra i popoli.
Anche Macor a quell’epoca si era già prodigato per la comunità come giornalista, funzionario del Comune di Gorizia e direttore di diverse riviste. Scriveva clandestinamente poesie. Galeotto tra i due fu un articolo di Macor su Giulio Kugy, lo scopritore delle alpi Giulie. L’austro-triestino Julius Kugy, leggendario patriarca dell’alpinismo orientale, mecenate, raffinato musicista e caparbio sognatore della scabiosa trenta, cioè del «fiore azzurro» in versione giuliana, fu una figura emblematica per ambedue i corrispondenti: Pocar l’aveva tolto dall’oblio con le traduzioni in italiano, Macor, provetto alpinista lui stesso, lo venerava altrettanto.
Mentre i due uomini schivi e riservati nelle loro missive si avvicinano lentamente e rispettosamente uno all’altro, conducono, ciascuno per sé, una lotta in forma di dure, a volte dolorose fatiche per portare a termine grandi progetti autoimposti: il progetto di Pocar, ormai noto internazionalmente e insignito di prestigiosi riconoscimenti, ma anche angustiato dai vari acciacchi della vecchiaia, di mettere la chiave di volta alla già enorme mole della sua opera di mediatore; il progetto, o meglio la lotta del quarantenne Celso Macor, all’apice della creatività, ma straziato dai suoi plurimi impegni professionali e civili, di trovare la forma ideale per la sua poesia, alta e responsabile, scritta nel dialetto delle origini isontine.
Lo «sfondamento» dei sentimenti o, meglio, il passaggio da reciproca, cordiale stima e disponibilità – colorata di sincera riverenza nei confronti dell’anziano maestro da parte di Macor – a profonda e duratura amicizia avviene nel 1975:
«Ho letto con trepida commozione – scrive Pocar – di te… pagine terse, limpide… ornate […] di ardimenti stilistici, pagine spesso accorate, tinte di malinconia, e sempre umane, sempre cariche di una bontà… nobile. Permettimi, caro amico: diamoci del tu…»
L’amicizia si accende dunque nella chiara riconoscenza del valore dell’altro, potremmo anche dire della sua «virtù». Siamo tornati all’inizio delle nostre considerazioni: «la virtù porta onore», sì, ma porta anche amicizia, che è in questo senso un costrutto di alta morale.
I due interlocutori hanno ormai riempito la misura compiuta dell’amicizia. Ci sono, così ci dicono i filosofi fin dall’Etica Nicomachea di Aristotele, tre categorie di amicizia: quella dell’utile, quella del piacere e quella perfetta, basata sulla virtù. Le prime due sono interessate e quindi non durature, perché si sciolgono al venir meno dell’utile o del piacevole che ne ricaviamo. La terza invece non è «sbilanciata» in favore di uno solo dei due poli della coppia. Gli amici appartenenti a questa terza tipologia si spronano infatti a vicenda a fare sempre del proprio meglio, ognuno dei due è poi utile all’altro nel perseguimento di un obiettivo comune: la realizzazione del Bene.
Il Bene che accomunava i due goriziani, distinti per l’età, era il desiderio di riprendere i fili che raccordavano la generazione di Paternolli, di Marin o di Pocar stesso – appunto la generazione dello Staatsgymnasium – con la generazione di quanti, negli anni Sessanta del Novecento stavano «rileggendo il destino culturale e storico della città isontina», volevano, cioè, difendere una tradizione civile, umanistica e multinazionale, che poteva sì essere stata interrotta dal fascismo e dagli orrori della guerra, ma anche essere ripresa giusto negli anni del carteggio e progettata su «un futuro coerente con la propria vocazione geopolitica». Sto pensando naturalmente agli anni del pionierismo politico-culturale degli Incontri culturali mitteleuropei, quando alcuni uomini coraggiosi, di vera buona volontà cristiana, stavano trasformando la loro terra di confine lacerata e isolata in una terra ponte tra le «due Europe», allora divise da un’assurda cortina di ferro. Macor era, insieme al teologo ecumenico Sergio Katunarich, al sindaco Michele Martina, allo storico d’arte Sergio Tavano, tra gli animatori e fondatori di quell’impresa straordinaria; Pocar, residente a Milano, vi partecipò con generosità.
Naturalmente l’amicizia dei Buoni non esclude l’utile o il piacevole, anzi li promuove insieme al progresso del Bene. Così Macor giornalista seguì fedelmente e mise nella giusta luce ogni frutto dell’incredibile, perenne operosità di Pocar, inoltre agevolò in ogni modo il «rimpatrio» di questo figlio di Gorizia allontanatosi materialmente, ma mai spiritualmente dalla sua città. Dall’altra parte Pocar fece la levatrice, o per rimanere dai classici, il filosofo maieuta del primo ciclo di poesie di Macor, Impiâ peraulis. Per lungo tempo egli fu l’unico testimone e il migliore «complice» di questa straordinaria impresa letteraria e filologica (convenzione grammaticale, ortografia!). In «lettere che […] assumevano le dimensioni di un lenzuolo», come disse scherzando Ervino, possiamo seguire la lotta appassionata del poeta con le parole, le sue fasi alterne di scoramento o di riguadagnata creatività, e dall’altra parte l’amoroso zelo con cui il patriarca a Milano rispolvera le sue competenze dialettologiche friulane e il costante ottimismo con cui prevede la futura vita intramontabile delle nascenti composizioni nei confronti del sempre scettico Celso, che ama, per nobile impaccio, minimizzare il suo valore:
«Jo no soi poeta: jo ziri di impiâ peraulis / tal cûr di frut»
[Io non sono poeta: io cerco di accendere parole nel cuore bambino].
Ed Ervino risponde:
«Più lo leggo […] più mi convinco che hai scritto un libro […] immortale» .
Impiâ peraulis poteva uscire nel 1980 con una bella premessa di Pocar e un’approfondita presentazione di Sergio Tavano.
A quel punto la lotta di Celso con la parola si rallentava, quella con il tempo di Ervino, che in quell’anno compiva ottantotto anni, si accelerava. Il grande mediatore aveva ancora tanta «carne da mettere al fuoco», stava portando a compimento una vastissima Antologia austriaca e gli ultimi due volumi del progetto Tutto Kleist:
«Non devo chiudere bottega. Nonostante tutto, credo di potere ancora reggermi in piedi, sia pure per poco».
I due non celavano più i profondi sentimenti che li legavano, né lesinavano parole di altissimo reciproco riconoscimento, Celso era convinto che senza l’amico i «poemetti friulani non avrebbero mai visto la luce»17. Non ci resta che inchinarci davanti alla perfetta saldatura intellettuale e umana tra due esponenti straordinari della civiltà goriziana.◼
NOTA BIOGRAFICA
Renate Lunzer è nata a Vienna e ha studiato filologia classica, italianistica e germanistica all’Università di Vienna, dove dal 2000 ha insegnato come professoressa associata di letteratura italiana e teoria della traduzione) presso l’Istituto di lingue e letterature romanze.
Ha effettuato vari soggiorni di studi in Italia (Università di Udine, Università cattolica del Sacro Cuore, Milano), in particolare dal 1993 al 1997 per un progetto di ricerca finanziato dalla Fondazione statale austriaca per le ricerche scientifiche (FWF) sulla presenza culturale austriaca nella Venezia Giulia dopo il 1918.
Profonda conoscitrice della letteratura italiana contemporanea, ha posto al centro delle sue ricerche la letteratura giuliana del Novecento, occupandosi in particolare dei rapporti fra cultura italiana e cultura austriaca, dell’Irredentismo e della letteratura della Grande Guerra.
È traduttrice di opere letterarie italiane con particolare riguardo alla letteratura triestina e friulana (Claudio Magris, Giani Stuparich, Giorgio Voghera, Celso Macor ed altri).