Ricordo ancora i carri armati salire lungo via Scodnik per assestarsi nel parco della ex Gil. Era il 1953, ritornava improvviso il clima di guerra, goriziani con il fiato sospeso tra i presidi militari. Fu l’ultima vera crisi con la Jugoslavia, nata in seguito all’inasprimento dei rapporti con Tito sul problema di Trieste. Grandi emozioni, ma tutto per fortuna si risolse in pochi giorni. Una città dolce e mite, nei secoli culturalmente aperta e ricettiva, condannata a vivere i più drammatici eventi del Novecento. In campo internazionale, conosciuta come «la Nizza austriaca», era diventata
la «piccola Berlino», uno dei luoghi simbolo della Guerra fredda.
Le ferite sanguinavano, l’Occidente guardava alla stazione Montesanto e alla stella rossa che campeggiava sulla sua facciata, come la porta d’ingresso di un altro mondo - «il mondo del male» veniva definito - che cominciava lì e arrivava fino a Vladivostok.
Il confine mostrava un volto arcigno, divideva strade, case, aie, a Merna un cimitero, le ronde dei graniciari passavano lente a fianco di via Ciconi dove di tanto in tanto qualche cittadino dei Paesi dell’Est, con una corsa e un salto, riusciva a eludere la sorveglianza e a superare il filo spinato per chiedere asilo politico. I rumori dei treni che manovravano alla stazione, spesso amplificati dai refoli di bora, di notte percorrevano le strade e raggiungevano le case, agitavano il riposo. Dove c’era l’Italia ora c’era la Jugoslavia, molte difficili cose era accadute.
Certi argomenti erano tabù, gli eventi legati al Ventennio fascista e alla Seconda guerra mondiale gravavano sul confine come una cappa di piombo, Gorizia aveva perduto il 90 per cento della sua provincia e
solo dal 16 settembre 1947 i goriziani avevano potuto salutare l’entrata delle nostre truppe e issare il tricolore sul castello. Per politici e amministratori l’impresa difficile, se non impossibile in quel contesto, era di dare una risposta al senso di incertezza e di solitudine che attanagliava la città e che frenava slanci e volontà.
Agli inizi degli anni Sessanta, ci incontravamo spesso in Riva Corno, nei pressi del museo. Mauro e Giancarlo non avevano papà, Ivan e Sandro frequentavano le scuole slovene, Carla portava il nome di una zia morta poco dopo la nascita in una baracca di Wagna, passava Gimmy con la pelle nera, dalle Casermette scendeva Annamaria che aveva capelli neri lucenti e una carnagione ambrata, segni dell’El Dorado che aveva perduto, il nonno di Genni aveva conquistato Gorizia nel ‘16 ed era rimasto in città trasferendo poi al figlio l’arte del falegname, Marietto era chiamato Mandi perché nell’osteria dei nonni si parlava solo friulano. Tutti insieme, tutti uguali, goriziani.
Il futuro dei giovani era uno dei principali problemi della classe dirigente: andava arginata la tendenza a guardare altrove, lontano dalla propria città. Da dove cominciare? Scrollarsi di dosso il passato significava superare un confine che non era fatto solo di sbarre e filo spinato, ma di condizione psicologica, di diffidenza ideologica, di
avvenimenti storici ancora vivi e dolorosi per italiani e sloveni. Ma a poco a poco un vento nuovo cominciò a spirare nei rapporti italo-jugoslavi Gorizia e Nova Gorica ne beneficiarono, nacque la politica della distensione.
La Ostpolitik che agli inizi degli anni Settanta doveva portare il cancelliere tedesco
Willie Brandt al Nobel per la pace fu inventata a Gorizia, molti anni prima. Lo ripeteva con orgoglio
Michele Martina,
il sindaco che contribuì in modo decisivo a costruire l’anima nuova di Gorizia «praticamente senza incontrare alcuna vera opposizione», amava sottolineare. Vivere quegli avvenimenti fu un privilegio. Indimenticabili
i primi incontri oltre confine, alcune cene con gli amministratori sloveni.
Oltre a Martina c’erano Celso Macor, Renato Tubaro, Giannino Ciuffarin, Sergio Tavano con un giovane cronista al seguito. Si respirava un’
atmosfera di clandestinità, ma si capiva che
attorno al tavolo c’erano solo e soltanto goriziani e che idee, intese, realizzazioni non avrebbero incontrato ostacoli. Il passato, comunque incancellabile, non doveva soffocare più.
Nel
nuovo clima transfrontaliero il volto e il ruolo di Gorizia cambiarono, la città uscì dall’angolo in cui la storia pareva averla confinata per sempre. Il dopoguerra era stato lungo e difficile, ma finalmente riguardava il passato. In ambito regionale e anche al di là di questo limite geografico,
il nome di Gorizia rifiorì. L’impegno culturale accompagnava e supportava tutte le novità, in qualunque campo si manifestassero, era una specie di robusta intelaiatura per mettere in sicurezza le scelte. Fu una delle caratteristiche del periodo,
Iniziativa Isontina – nata nel cruciale 1958- si vanta di aver sempre fatto la sua parte. Erano anni di grandi eventi internazionali: nel 1962 la crisi di Cuba, nel 1963 la
Pacem in Terris. L’
enciclica di Papa Giovanni fu letta come un incentivo alla linea politica dei cattolici democratici goriziani che già in sede locale si avvalevano del pieno appoggio dell’arcivescovo Andrea Pangrazio, che doveva diventare presidente della Cei.
Ma altri eventi straordinari accadevano a Gorizia, primo fra tutti
la presenza di Franco Basaglia all’ospedale psichiatrico, l’istituzione negata. La rivoluzione terapeutica dell’equipe basagliana era seguita con interesse dagli occhi di tutto il mondo, in città suscitava polemiche. Ma la liberazione del malato mentale e il superamento del manicomio attraverso una rete di servizi territoriali esterni restano uno degli emblemi della sanità del Novecento, un orgoglio per la città dove tutto ha avuto inizio.
Anni di polemiche e di eventi, anche piccoli, ma significativi. C’è tutta un’aneddotica. Ricordiamo per esempio le dure reazioni di alcune componenti della comunità cittadina allo spettacolo in cui veniva cantata
O Gorizia tu sei maledetta, la canzone antimilitarista composta secondo tradizione dopo la conquista della città nel 1916, in una battaglia in cui
morirono più di ventimila italiani e diecimila austriaci. L’eco delle proteste perdurò per diverso tempo. E va ricordato anche l’illustre oratore che, parlando di quello che accadde a Gorizia e provincia negli anni del fascismo e della guerra, dimenticò di citare
il rastrellamento dei nazisti che il 23 novembre del 1943 strappò dalle loro case 45 ebrei goriziani poi deceduti ad Auschwitz. Dopo le leggi razziali la presenza ebraica si era ridotta a un’ottantina di unità e dopo il rastrellamento a poco a poco la comunità di Carlo Michelstaedter si estinse.
Una delle parole-chiave degli anni Sessanta fu Mitteleuropa. Gorizia aveva una vocazione mitteleuropea, il suo spirito transfrontaliero e la sua storia la legavano ai paesi che avevano vissuto le vicende dell’
Impero austro-ungarico e ne avevano colto il caratteristico clima soprattutto della fase del suo declino. Insomma,
il mondo di Kafka e Svevo, oggi di Magris e di Tomizza. Gorizia stava già dimostrando la sua vocazione internazionale con
il concorso di canto Cesare Augusto Seghizzi, che dal 1963 richiamava cori da tutta Europa, anche da paesi comunisti non sempre inclini a praticare le manifestazioni in occidente.
Nel 1966 nacquero gli Incontri culturali mitteleuropei. L’aver dedicato il primo alla poesia fu un colpo di genio. I poeti d’Austria, Germania, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Ungheria, Italia, furono invitati a parlare di apertura, di dialogo, di civile convivenza. L’accusa di essere un‘iniziativa con intenti nostalgici, ripiegata sul passato, venne smentita clamorosamente sia dalla qualità delle presenze, sia da un dibattito centrato sull’attualità della situazione geopolitica europea e sulle sue possibili trasformazioni.
Biagio Marin disse che il convegno era un appello a ciò che nell’uomo era alto e universale.
Gorizia aveva bisogno di una definitiva pietra miliare sulla strada delle grandi scelte degli ultimi anni, di qualcosa che rendesse onore ai suoi dolori e ai suoi sacrifici e indicasse una prospettiva. E Gorizia la trovò nella poesia, nello
spirito di Giuseppe Ungaretti, il poeta soldato che per la prima volta ritornava sui campi di battaglia. Forse è esagerato dire che esiste una Gorizia prima e una Gorizia dopo il discorso di Ungaretti in castello. Ma le parole del poeta furono il definitivo sigillo alla Gorizia nuova:
«Il nome di Gorizia non era il nome di una vittoria, non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega, ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico».
Il convegno ebbe uno strepitoso riscontro in Italia e all’estero, colse di sorpresa la Regione, in particolare Trieste, che si rese conto di essere in ritardo. Oggi, comunque, sappiamo come è andata, che fine hanno fatto i propositi e gli ideali di allora.
La Jugoslavia non esiste più, goriziani e triestini raggiungono Pola senza bisogno di documenti viaggiando anche in autostrada, la moneta è comune,
Gorizia e Nova Gorica, città senza confini,
celebreranno sé stesse nel 2025. Niente di tutto ciò poteva essere immaginato negli anni Sessanta del secolo scorso. La Storia, con le sue sofferenze e le sue tragedie, ci guarda e sorride.
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I gonfaloni del primo Incontro Culturale Mitteleuropeo, svoltosi nel catello di Gorizia nel 1966. Archivio Icm

Michele Martina, sindaco di Gorizia, durante il primo Incontro Culturale Mitteleuropeo del 1966. Archivio Icm