Per il centenario della Grande Guerra, tra le innumerevoli iniziative pubbliche, locali e internazionali, la storia della prima guerra mondiale è stata ricordata e studiata in ogni suo aspetto, da quello diplomatico a quello militare, e benché sia stata giustamente definita “il suicidio d’Europa”, sui responsabili del suo inizio si è amabilmente glissato; tuttavia c’è un altro capitolo che non credo sia stato, se non forse appena accennato, come nelle pubblicazioni sulla corrispondenza di guerra dei soldati al fronte, relativo alla lingua d’uso.
Sino alla proclamazione del Regno d’Italia, come noto, l’italiano era ancora lingua scritta; nell’uso quotidiano a Torino come a Milano e a Napoli ciascuno usava il proprio dialetto e quando i governanti ricevevano un ambasciatore o un ospite di riguardo la lingua d’uso era il francese o il tedesco, non diversamente nelle transazioni commerciali con i forestieri. Lo stesso Re Vittorio Emanuele II in famiglia o quando riceveva l’on. Giolitti o il generale Badoglio si intratteneva con loro appunto in dialetto piemontese, cosa che non potrà fare più tardi col Duce, che era “romagnolo”.
Le statistiche ci dicono che, ancora agli inizi del XX secolo la maggioranza degli italiani, soprattutto al sud, erano analfabeti; né si può dimenticare che una parte dei “letterati” aveva frequentato soltanto il corso inferiore della scuola elementare, per cui tra analfabeti “doc” e analfabeti di ritorno la maggior parte degli italiani non era in grado di esprimersi in “lingua”; gli altri, quelli cioè che erano stati a scuola, dovevano di necessità usare anch’essi il dialetto, sia perché così si era sempre fatto e soprattutto per farsi capire; che poi l’italiano non fosse lingua parlata lo prova il fatto che nessuno andava a Firenze per imparare a esprimersi correttamente in “lingua”; se infatti così fosse stato l’italiano sarebbe stato pronunziato alla “toscana”, come “hasa per casa”, tanto per fare un esempio; in realtà qualcuno a Firenze, per imparare la lingua, ci andava, ma erano pochi intellettuali, come il goriziano Carlo Michelstaedter e, prima di lui, don Lisander, il quale mette appunto in bocca a un contadino della Brianza quel “la c’è la Provvidenza” che non è proprio il massimo per un “lunbard”.
Che poi l’italiano fosse pronunciato con cadenza dialettale si ritrova in varie testimonianze: don Bosco, poco dopo la proclamazione del Regno d’Italia, scrive per i suoi insegnanti un libricino, poco noto anche ai suoi devoti, nel quale spiega come si debba pronunciare correttamente l’italiano; lo stesso santo nelle sue memorie (...), dove spiega ai parroci di Torino le ragioni che lo avevano spinto a dar vita all’Oratorio per i giovinetti abbandonati, sottolinea che principalmente per l’uso del dialetto, di cui i parroci si servivano per spiegare il catechismo, sarebbe stato sbagliato avviare tali giovani, per lo più forestieri, nelle singole parrocchie, in quanto per la maggior parte non erano torinesi, e quindi non ne comprendevano il dialetto, perché della Savoia, della Val d’Aosta, della Svizzera, di Biella, Novara e della Lombardia; don Bosco del resto teneva ogni sera lezione, per i suoi ragazzi di italiano e di francese; in altre parole all’epoca i parroci spiegavano in dialetto il catechismo, che era redatto in italiano, per cui i fanciulli un po’ d’italiano lo imparavano proprio in parrocchia.
Più di mezzo secolo più tardi a Padova, il Direttore di un Istituto Convitto, cioè di un collegio senza scuole interne i cui collegiali frequentavano le scuole pubbliche, nel commento al regolamento interno dell’istituto (...) esorta i giovinetti ad usare sempre e bene la lingua italiana in questi termini: voi credete di parlare italiano, in realtà voi balbettate quattro parole traducendo i modi di dire dal dialetto, spesso con orribile pronuncia ; per tali motivi i suoi maestri, cioè gli istitutori o prefetti, erano autorizzati a NON rispondere ai convittori che si fossero rivolti loro in dialetto, che restava proibito anche nelle conversazioni tra collegiali.
La pronuncia poi: tra i veneti la Z era inesistente, sostituita dalla S, e per i lombardi la U, quella francese; mentre le doppie e la sintassi quelle del popolino; il capitoletto si conclude con l’esortazione ai giovinetti ad esprimersi sempre in lingua italiana, ma con la sottolineatura di non parlare italiano, ma di usare invece il dialetto, in quelle vostre famiglie dove non ci sia l’abitudine di adoperarlo (l’italiano appunto) affinché non lo intendano come affermazione di superiorità e di sprezzo ; a conferma che l’uso del dialetto, e siamo nel 1910, era ancora largamente diffuso e non solo tra gli analfabeti; e l’Istituto Solitro non era un Orfanotrofio, ma un collegio che ospitava ragazzi dei ceti medio alti.
Soltanto durante la Grande Guerra, quando confluirono al nord milioni di soldati, da ogni regione d’Italia e dai paesi alleati, l’uso parlato dell’italiano diventò necessità per capire e farsi capire, anche se Cadorna e poi Diaz, quando impartivano a voce gli ordini, ai propri brigadieri, lo facevano in piemontese o in napoletano.
La Radio e il Cinema prima, la televisione più tardi, hanno reso l’italiano lingua parlata a scapito del dialetto finito, come una buona tazzina di caffè diluita in una brocca d’acqua di Firenze.