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HOME > Articoli e notizie:Michele Martina - Vita, personalità, opere

Michele Martina - Vita, personalità, opere

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VITA, PERSONALITÀ, OPERE
Renzo BOSCAROL
 
La “gorizianità” - l’essere goriziani, “portatori” di quello che più recentemente è stato definito con intuizione acuta come “lo spirito di Gorizia” - è insieme un dono ed una caratteristica che segna le persone nel profondo loro essere e non solo quello di coloro che sono nati a Gorizia secondo i dettami dell’anagrafe. Michele Martina, il senatore Michele Martina, è un testimone accreditato e riconoscibile di tale spirito perché, nella sua personalità, come nella sua opera, sono riconoscibili più di una delle dimensioni che caratterizzano tale prerogativa. La gorizianità e lo spirito di Gorizia, prima di ogni altra cosa è un modo di essere e di porgersi, un modello di vita e di proporsi che privilegia insieme il tutto e la singola dimensione, che ha a cuore uno stile di asciutta semplicità e ama rispecchiarsi nelle diversità che cogliendo i singoli elementi di una complessa ricchezza, ama l’equilibrio e soprattutto ha a cuore, nel silenzio, la bellezza e pienezza. Possiamo chiamarlo “homo mittel-europeo” in quanto nello spirito di Gorizia trova insieme la propria configurazione e anche il modo di pensare più autentico.
 
Michele ebbe i natali a San Pietro (09/10/1926 - 22/01/2014) da Giuseppe e Vittoria Vidmar. Salentino il padre, slovena la madre. Un duplice dato che gli ha consentito insieme di vivere l’apertura e il legame con questa nostra terra appunto quel “Goriziano” per il quale ha speso la lunga vita e ha servito con l’animo del figlio riconoscente e, insieme, del testimone che non si lascia travolgere dagli eventi ma li recupera e li vive sempre pensando al futuro. L’ambiente di vita e di studio, di formazione e di approccio alla vita, è il rione di Sant’Antonio, l’associazione parrocchiale ACI (e sportiva) di Sant’Ignazio, un impasto di nostalgia - con spunti di quotidianità caratterizzata da una dignitosa povertà di mezzi, anche se intessuta di relazioni familiari e paterno interesse - ricco di proposte. Studio presso le scuole superiori di Udine (Malignani) severo e vita di gruppo; introduzione alla vita associativa in quella esperienza specifica che era l’Azione Cattolica collegata a Gorizia e in provincia con le esperienze del movimento cattolico di Mons. Luigi Faidutti.

Michele Martina, insieme ad un gruppo di coetanei e anche a persone più anziane, è presto insignito dallo stesso arcivescovo Carlo Margotti della responsabilità di presidente diocesano dei giovani della Azione Cattolica. Una rapida carriera dentro ad un percorso che lo vede assumere servizi nella dimensione parrocchiale e diocesana accanto alla figura centrale dell’assistente locale e diocesano don Stefano Gimona che coopera con un gruppo qualificato di giovani vice- assistenti (don Ennio Tuni e don Francesco Plet su tutti). Azione precisa e sacrificio il motto di un progetto educativo che aveva una forte caratterizzazione laicale (assumere le proprie responsabilità in diretta), ma precisa qualificazione spirituale ma non spiritualista, un esigente proposta di mettere in gioco la propria esistenza portando i pesi ed i contrasti della vita con determinazione. Dentro all’associazione due altre determinate vocazioni: la educazione al senso di patria e all’impegno per la pace che rimangono i due itinerari caratterizzanti la formazione del tempo. Due dimensioni - patria e pace - che assumono un significato notevole nelle iniziative giovanili e che troveranno continuità nel futuro della vita. La sperimentazione in diretta del dramma e delle conseguenze della guerra, oltre a schiacciare tante speranze, imponeva un franco appello alla pacificazione degli animi, alla giustizia ed alla riconciliazione, al dialogo in coerenza con il dettato della fede e della conoscenza. Una lezione che troverà manifestazione lungo tutta l’esistenza ma che è assolutamente intrinseca alla vocazione cristiana e alla militanza politica. Del resto Martina, prima di questo servizio, si era avvicinato al mondo della resistenza (1943-1945) ad una età appena dopo l’adolescenza cogliendovi insieme una provocazione: come essere presente in una fase così delicata che chiedeva alle coscienze più sensibili una risposta coraggiosa e coerente che probabilmente si trasmetteva tra quelli che diventeranno i leaders del movimento cattolico regionale (Trieste e Udine potevano contare su figure di rilievo, protagonisti nel movimento di resistenza e poi attori principali dell’azione politica e amministrativa).
 
* * *
 
Il senatore con gli intimi conversava su questa che egli stesso riteneva un’intuizione confessando la tremarella di quando gli capitò di dover imbracciare il mitra senza doverlo, fortunatamente, mai usare. La sentiva come una provocazione per la sua coscienza e lo stesso fu anche per i suoi compagni di strada. Erano anni della guerra e anche della scuola: una formazione tecnica che gli consentirà di raggiungere la maturità e poi di iscriversi all’Università. Scelta di grande impegno e, per lui ed altri coetanei, anche di riscatto e di investimento per il futuro. Ebbe la possibilità di frequentare e affrontare alcuni esami con maestri del diritto e dell’economia. Fu un sacrificio anche questo per lasciare spazio ad altri in famiglia... ma anche perché il servizio diretto in politica richiese un impegno totale e totalizzante. Nessuna rinuncia e abbandono, anzi un rammarico manifestato più volte, ma una scelta che vide coinvolta la vita di altri amici.
 
Un impegno pesante (militanza e lavoro), che contraddistingue il cammino della giovane classe politica che arriverà al 30/03/1954 con una vera e propria rivoluzione che metterà da parte la precedente classe politica e amministrativa. Due le ragioni che stanno alla base di tale scelta: assunzione della responsabilità da parte dei governi DC; in secondo luogo assunzione di una nuova politica sul piano amministrativo (riferimento al sociale e occhio alle trasformazioni culturali) e, in terzo luogo si imponeva la ridefinizione della politica sul confine. Tale scelta va considerata coerente con le convinzioni dell’ispirazione cristiana (allargamento del dialogo con il metodo del confronto), della scelta politica (essere un luogo concreto di incontro sul confine che era poi la cortina di ferro più chiusa del Mondo) e culturale (testimoniare la democrazia in confronto con la politica del socialismo reale, prima del comitato centrale delle repubbliche sovietiche e poi del comunismo di Tito). Un confronto diretto e impegnativo frutto di non pochi ritiri spirituali e confronti nei quali don Tuni, don Brandolin e don Tavano ebbero un ruolo risolutivo. Interlocutori reali in un processo di crescita e di formazione che hanno segnato la vita di una generazione. Molte e significative le letture che hanno accompagnato la formazione, ma anche la maturità di Michele Martina e della sua stagione di vita; un posto significativo lo hanno avuto i classici della cultura italiana e poi le lettere del filosofo progressista Teilhard de Chardin che ha lasciato spazio ad una teologia meno deduttiva per privilegiare invece quella induttiva; la tesi dell’Umanesimo integrale; la lezione dei professori La Pira e Fanfani, in primo luogo; la lezione di Dossetti; la scuola di Ardigò e di Pietro Scoppola (fra l’altro senatore come Martina). Un posto significativo la letteratura che ha insegnato l’esigenza assoluta di superare il nazionalismo (Stuparich e gli altri, Magris e la saggistica dove hanno un nome i principali autori contemporanei). Una frequentazione che lo vedeva lettore interessato e partecipe. Martina seppe lavorare concretamente cercando sia appoggi a questa linea sia in Regione che a Roma o comunque là dove poteva esserci e vivere un contesto culturale: non aveva una concezione egemonica della politica né tanto meno personalistica fino al protagonismo. Una scelta tanto innovativa e impegnativa - in diretta contraddizione con le dimensioni nazionaliste e irredentiste presenti in una parte rilevante del partito degli anni cinquanta - esigere di buttare il cuore oltre all’ostacolo e di darsi una configurazione culturale ed etica che troverà nella mozione del congresso DC del 1954, la formulazione secca e decisiva: “aprire le porte e le finestre per respirare aria nuova” che poi, a Gorizia, era insieme antica e nuova, quella di un territorio, il Goriziano, che Celso Macor definirà sempre con puntuali parole di poeta e di intellettuale come una terra e una gente per la quale chi ci vede dall’altro ha donato tesori di bellezza e di unicità, ma anche un contesto che nella diversità invita all’unità e alla collaborazione. Martina recupera insieme la lezione, - oltre che l’amicizia degli eredi del popolarismo di Faidutti e Sturzo - lega la propria azione a quella radice consentendosi di non perdere una preziosa eredità e di rinsaldare il partito e la sua azione culturale e politica in una stagione ricca di suggestioni ma soprattutto carica di provocazioni. Quando tutto - la Guerra fredda prima e quello che aveva precedentemente guastato relazioni e rapporti interpersonali, familiari e amicali oltre che doveri sociali - sembrava andare male in nome della divisione e insieme ad altri amici si impegnò a riannodare i fili troncati dalla dura legge della guerra perduta e - prima ancora - delle violenze patite ed imposte con la forza, non spaventandosi della potenza di una ideologia che, ultima, pretendeva di ergersi come nuova padrona di menti, cuori e volontà.
 
* * *
 
Battersi per la democrazia, la solidarietà, per la crescita e lo sviluppo dei popoli, significava battersi per ricostruire in prospettiva l’unità nella diversità della terra del goriziano, gettare fonti di dialogo, riallacciare rapporti e relazioni in una comunità che era stata divisa da odi e divisioni oltre che attraversata da visionari che avevano come unico mestiere quello di soffiare sul fuoco per riattizzare le fiamme delle ritorsioni e delle vendette.
 
Questo legame con i vecchi popolari, ma anche con altre espressioni del mondo liberale soprattutto, non resta unico. Martina opera concretamente per darsi, appena partito per Roma come giovane deputato DC, uno spessore culturale e una prospettiva culturale più piena: Gorizia ospita una serie di pomeriggi di grande spessore e rilevanza nel mondo culturale e politico, delle istituzioni. È insieme un riallacciare legami e rapporti, soprattutto riaccendere luci e fuochi, per un tentativo di uscire dal ghetto e dal vicolo cieco dove una insensata guerra aveva cacciato Gorizia e la sua terra.
 
Emblematico quello con Carlo Bo, il professore venuto a Gorizia e che aveva lasciato a bocca aperta i suoi giovani ricercatori goriziani dal modo con il quale egli aveva commentato la loro richiesta di risposte concrete a tante domande che solo nel tempo troveranno attenzione e risposta. In questo contesto caratterizzato poi dall’amicizia di Martina con il segretario della DC del tempo, l’on. Rumor, testimone delle nozze con la signora Lidia, figlia dei dottori Danelon, nasce un rapporto dentro al partito che è un rapporto che porterà a quella caratterizzazione decisiva del partito verso quella impostazione che caratterizzerà l’azione della DC a guida del pensiero politico di Aldo Moro. Un rapporto che per Martina sarà di lavoro a “Il Popolo” e di collaborazione ricca di incontri personali e di stimoli che si trasformerà nel forte impegno per assicurare a questa terra una rappresentanza (insieme agli altri parlamentari locali) qualificata per iniziative che riguardavano Gorizia, Monfalcone, il Collio, Grado e la Bassa. Un impegno mai settoriale ma sempre a vasto raggio: non interventi a pioggia, ma proposte nel tempo a problemi considerati unitariamente.
 
È questo il tempo - fine anni 50 - della maturazione e gestazione del centro studi dedicato al senatore monfalconese Antonio Rizzati e alla rivista Iniziativa Isontina. Centro e rivista sono pensati non come una emanazione partitica, ma come una voce libera da vincoli e, soprattutto, capace di interpretare e dare voce ad altre voci e tendenze. Pur rimanendo dentro al filone del cattolicesimo democratico e sociale a questa iniziativa, sono chiamati a collaborare anche persone di altra sensibilità: soprattutto non fa velo la diversità, anzi viene riconosciuta, ascoltata e, ad essa, offerto spazio per essere conosciuta e diffusa. È quello “spirito di Gorizia” che mai è stato sepolto, che ritorna. È appunto, la gorizianità che si esplicita e si manifesta. Rompendo gli schemi e professandosi nel tempo come riferimento che, per la verità, trovava difficoltà ad esprimersi e manifestarsi dentro al mondo cattolico, per riprendere tra il 1962-1967 attraverso la voce e la forte personalità dell’arcivescovo Andrea Pangrazio. Un padovano capace di intuire la gorizianità e di farsene testimone, dando sostanza e spinta ai discorsi attorno alla vocazione di Gorizia, terra europea e mitteleuropea; vocazione al dialogo, a gettare ponti, a superare confini imposti da una guerra insensata; vocazione al confronto oltre quindi alla dialettica per ristabilire collaborazioni e per rispondere alla domanda della popolazione italiana, friulana, slovena bisiaca e gradese come agli altri gruppi presenti sul territorio. All’inizio della rivista e del centro culturale, risponderà la diocesi con un giornale ricostruito “Voce Isontina” nel quale troveranno ospitalità le penne di Celso Macor, don Maffeo Zambonardi, Pasquale de Simone, Arnolfo de Vittor, Mafaldo Cechet, Renato Iacumin e altri.
 
Una coalizione per aiutare la rinascita della città e dell’Isontino. Il dopo elezioni politiche proponeva la prima elezione del consiglio regionale e l’inizio della Regione a Statuto Speciale: un vero e proprio avvenimento che era vissuto come una realizzazione della carta costituzionale e che vedrà Gorizia al centro del progetto in quanto sono soprattutto i suoi uomini DC (unitamente alle figure di Udine e Trieste) a guidare i passi per la approvazione al Parlamento della legge di costituzione che vedeva riconosciuti in regione autonoma la specialità cioè quella di essere composita nelle diverse popolazioni, culture lingue ed etnie che la compongono e soprattutto nelle sue esigenze di rispondere cioè alla domanda di partecipazione democratica, di sviluppo economico e sociale, di liberazione dai vincoli di emarginazione e, infine, di valorizzazione della sua specialità di essere terra di incontro e di pace sulla cortina di ferro. Dopo la conclusione del mandato parlamentare in un contesto politico nel quale le battaglie fecero alcune vittime soprattutto all’interno del mondo ecclesiale e politico: lo sconto per l’apertura a sinistra all’interno della DC si concluse con alcuni disimpegni e un inizio di contrapposizioni. Martina era ancora al centro del partito in una posizione che gli consentirà di concorrere per l’incarico di sindaco di Gorizia. Nella seduta inaugurale che lo eleggeva primo cittadino - dopo aver ricordato con riconoscenza l’opera svolta dai predecessori con parole riconoscenti e ammirate - ebbe modo di definire come preciso profilo della sua opinione politica e di governo della città, l’obiettivo di sviluppare la collaborazione transfrontaliera e la pace.
 
Ma sono le linee programmatiche dell’amministrazione comunale (ottobre 1965) a definire l’ambito e le peculiarità della giunta comunale (con un invito alle opposizioni a collaborare attivamente) sia in premessa... che al primo punto che è così definito: “Linee per una più efficace presenza economica e culturale di Gorizia nella realtà italiana e internazionale”.
 
All’interno di queste dichiarazioni di intenti che porteranno il sindaco Martina a passi puntuali. Si registra l’entrata nella “compagine di governo” non solo del rappresentante sloveno della presenza socialista (dott. Tomasig) al quale va il merito del superamento del regime collegiale dell’istituto cittadino Odone Lenassi, ma anche il prof. Augusto Sfiligoi: una presenza che ha conferito all’amministrazione comunale una precisa configurazione umana e culturale, un riconoscimento dopo le soperchierie del Fascismo, un rapporto anche personale che Martina viveva con grande riconoscenza. Fra gli altri ricordiamo: l’assunzione di responsabilità rispetto alla Prefettura in merito al diritto dei genitori di inserire i nomi dei figli con la propria grafia e identità. In secondo luogo, la decisione di avere rapporti diretti con le autorità slovene (presidente delle amministrazioni comunali di Nova Gorica), senza attendere “il consenso - permesso” degli organi della prefettura. In terzo luogo, la decisione di avviare contatti per la realizzazione di iniziative artistiche e sportive fra le due città, Nova Gorica e Gorizia.
 
Prendeva corpo - a partire dal 1966 - sotto la presidenza e la spinta di Michele Martina, il primo incontro culturale Mitteleuropeo dedicato alla poesia. Un vero e proprio avvenimento per la città di Gorizia e la terra del Goriziano in quanto a Gorizia (ma anche distribuiti sul territorio), venivano promossi appuntamenti in grado di coinvolgere la pubblica opinione e le comunità in questo grande progetto: Gorizia il centro di un progetto culturale le cui radici erano riconoscibili in poeti, scrittori, giornalisti e uomini di cultura provenienti dai paesi del centro Europa, portatori di storia e valori e rappresentanti qualificati della cultura dei popoli europei. Non è un ritorno al passato, ma una promessa per il futuro. Sarà Gorizia per quasi 50 anni a far convenire, grazie all’ICM, il meglio dei cervelli e dei cuori pensanti da Austria, Ungheria, Slovenia e Jugoslavia, Germania est e ovest, Polonia, Francia... progressivamente. A Gorizia potranno incontrarsi nonostante la cortina di ferro; a Gorizia scambiare conoscenze e relazioni; a Gorizia per progettare il futuro. Da questi incontri di moltissime pubblicazioni e di atti che rappresentano un vero e proprio patrimonio su tematiche diverse (dalla storia alla letteratura, dall’architettura alla medicina, dalla filosofia all’etica, dalla musica a ogni altra scienza in una verifica coraggiosa fino al tema delle minoranze nello straordinario incontro del 1989.

* * *

Due anni dopo Martina insieme a Macor e De Simone (anche in veste Direttore della rivista) sono a Berlino, nella Repubblica Democratica, per quello che Martina riterrà la testimonianza più autentica a nome di Gorizia tutta e del Goriziano. Una testimonianza al limite e nel cuore dell’est ma è soprattutto la testimonianza di una città europea a favore dell’Europa. Parole e riflessioni che si commentano da sole, tanto grande è la portata storica della loro manifestazione.
 
A questa esperienza singolare, che tocca agli uomini una volta sola in vita, si accompagna un’ultima segnalazione. Nel cinquantesimo della fine della prima guerra mondiale, dopo che il consiglio comunale accetta la proposta innovativa di ricordare l’anniversario non con un nuovo monumento ma con un’opera sociale, la ristrutturazione della casa di riposo, il sindaco Martina, valendosi anche di un testo “Gorizia 1916” (testo di De Franceschi), si impegna a rappresentarlo prima in una realizzazione riservata alle autorità, associazioni culturali e d’arma nella sala teatro della palestra cittadina. L’effetto non si fa pregare: di prima mattina, era domenica, il telefono di casa Martina annuncia una convocazione in questura. Il sindaco si presenta e viene investito da una sequela di rimproveri e di osservazioni offensive in nome di un presunto insulto alla tradizione che precedeva l’esaltazione dei miti della guerra e degli eroismi patriottici, delle glorie militari e delle esaltazioni nazionalistiche. Martina rispose in silenzio e poi sbottò - cosa per lui insolita - ribattendo le accuse e, letteralmente, cosa insolita per un uomo che ha fatto della mitezza della vita e della politica il proprio emblema, sbattendo la porta del salone e abbandonando la riunione. Solo la cortesia del questore di allora lo fa ritornare sui suoi passi, confermando davanti a tutti la sua estraneità a giudizi tanto pesanti e, soprattutto, riaffermando la sua fede nei valori sacri della patria che va onorata con la ricerca della verità e con il dialogo e non invece con ipocrite ricostruzioni che strumentalizzano la storia e, soprattutto offendono la memoria dei caduti e le ragioni del loro sacrificio.
 
* * *
 
Emergeva così un’altra dimensione dell’ uomo della Mitteleuropa: quella di essere garante davanti ai suoi concittadini - europei per vocazione e per storia - dei diritti della storia e della vita. Erede spirituale di Carlo Michelstadter (per la scoperta e valorizzazione dal quale molto ha operato), Michele Martina respinge sia l’illusione dell’assoluto, ma tiene forte con la persuasione degli argomenti l’impegno della cultura e della politica, senza lasciare spazio alla retorica del vuoto. Con il suo sostegno, e quello di altri amici, offrirà spazio e credibilità alla riscrittura della storia ad opera del maestro Camillo e opererà per la istituzione di un altro significativo istituto cittadino, dopo l’ICM, l’ISIG cioè l’istituto di storia sociale e religiosa e il Consorzio per l’università a Gorizia. A completare il quadro della passione mitteleuropea di Martina, verrà la costituzione del gruppo - e soprattutto dell’itinerario di riconciliazione - che, attraverso la purificazione della memoria, si tradurrà nelle proposte di “Concordia et Pax” sulle ferite più drammatiche del secolo breve di Gorizia e del Goriziano. Detto sottovoce, anche a chi non vuole accettare e capire, l’errore è reale dimensione umana; sicuramente da condannare e da non ripetere. Il perdono non è un atto di debolezza ma la vittoria vera contro l’odio perché si crede nella persona umana e si scommette sul futuro per la realizzazione del quale non si offre visioni edulcorate o revisioni storiche, ma il coraggio di riconoscere i limiti, il pianto per le vittime e la consapevolezza di poter compiere un tratto di cammino anche con chi ha tesi e convinzioni diverse dalle proprie; offre lo spazio della fiducia e il metodo del dialogo. Ricevendo il sindaco e la giunta di Nova Gorica, Martina dichiara apertamente il proprio punto di partenza e non nega niente della diversità, mette però al primo posto la fiducia nell’uomo, il dialogo, il dovere della politica impegnata a dare una risposta per il bene comune che non discrimina, ma accomuna nonostante i confini ideologici o geografico-amministrativi.
 
Martina - e tanti con lui - ebbe la gioia di incontrare persone come il sindaco Joøko Øtrukelj che si battevano per la riconciliazione fra le parti. Nell’estate del 200 - anno santo - in tanti siamo stati testimoni del coraggioso gesto di riconoscimento e di riconciliazione che il dott. Strukelj espresse a Circhina (Slovenia) davanti al cippo che ricorda la morte violenta di due sacerdoti diocesani e quattordici ragazzi, vittime della vendetta dei partigiani di Tito con l’accusa infamante di essere la causa della morte di altri cinquanta giovani sloveni trucidati dall’esercito tedesco. Il riconoscimento della verità rende grande la vita delle persone.
 
L’aula del Consiglio Comunale di Gorizia ha ospitato i lavori del Convegno internazionale in memoria del sindaco Michele Martina



La dottoressa Lidia Danelon - Martina con la figlia Alessandra, il senatore Francesco Russo e il Presidente Franco Jacob, a  conclusione della cerimonia di inaugurazione della rinnovata sede dell’ICM e della stanza dedicata  al Presidente Michele Martina. Sono presenti il professor Fulvio Salimbeni, il Presidente del  Centro Studi e il Direttore della rivista

 
data di pubblicazione: 30-04-2015
autore: Renzo Boscarol | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.67 | tema: SPECIALE: MICHELE MARTINA
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