Mai come in questo ultimo anno le due città sorelle di Gorizia-Gorica-Gurize e Nova Gorica hanno avuto modo di essere oggetto di speculazioni filosofico-culturali sulla loro funzione presente, passata e futura, sulla loro ideale convivenza e sui legami già costruiti o ancora da costruire.
Tra realtà e percezioni
La realtà è ben diversa da quello che la carta e gli ideali di stampa ci affibbiano. Se da una parte infervora ancora la polemica sulla cittadinanza onoraria a Benito Mussolini che il comune di Gorizia ha anacronisticamente confermato, dall’altra si sta ancora discutendo sul senso della scritta riguardante Josip Broz - Tito sulle pendici del Sabotino. C’è chi vorrebbe rimuoverla in un ambito di reciprocità. Se da una parte si cerca la memoria condivisa, forse in modo un po’ pacchiano, dall'altra parliamo di GoBorderless e allo stesso tempo il confine, che fino a poco tempo fa restava dopo cinquant’anni solo una linea immaginaria, è presidiato da pattuglie di polizia che pur facendo il proprio lavoro in modo professionale, infondono un senso di minaccia, pericolo. Come se fossimo a rischio. Probabilmente non meno di quanto non lo siamo stati venti anni fa quando Schengen spazzò via i rimasugli di un confine superato… Se in una Gorizia, città policulturale già dal periodo della sua Contea, affermatasi come tale anche durante il periodo asburgico, il bi- (meglio ancora "pluri-") linguismo è diventata cosa naturale appena negli ultimi anni, dopo una lunga pausa dettata dal regime fascista e i suoi mai assopiti toni ultra nazionalistici postbellici, la dice lunga su come lo spazio culturale sia restio a cambiamenti che lo proiettino verso un percorso condiviso, dove i diversi fattori storici possano portare ad un piano regolatore che possa dargli “radici e ali” per una visione futura e pacifica.
Storia e… storie
Se la storia ha una sua chiara e delineata direzione, o almeno sembra essere tale, la memoria del confine vissuto è meno chiara. Ci sono esperienze individuali che fanno di questo spazio un’eterotopia. E questa può essere una peculiarità che potrebbe influire positivamente sulla sua evoluzione. Inutile discutere su verità storiche che vengono prontamente smentite e ridefinite, senza ritegno. Sul fatto che il fascismo (dal quale è idealmente nato anche il nazismo) sia stato il male del XX secolo, non ci dovrebbe più essere alcun dubbio, così come sul fatto che il comunismo dell’est Europa abbia avuto una sua parte importante nella liberazione dalle grinfie nazifasciste. Così come non dovrebbe essere divisivo parlare del 25 aprile come Festa della Liberazione, non si dovrebbe avere nemmeno dubbi sul fatto che il comunismo abbia intrapreso in alcuni paesi europei anche un volto dispotico, diventando un regime a senso unico. Anche se nella vicina Jugoslavia mascherato da un’alternativa “non allineata”. Tutto ciò però non può influire su un racconto che abbia come protagonista proprio il nostro spazio culturale transfrontaliero, dove le storie di “contrabbando” hanno costruito la sua condivisione.
Il tanto erroneamente e approssimativamente citato “muro di Gorizia”, non è mai stato un muro, ma una linea flessibile e innaturale che ha contribuito alla nascita di un’altra città, in un primo momento come alternativa, ora come parte integrante di quella Gorizia-Gorica-Guriza che fu prima del secolo breve centro nevralgico di questi luoghi.
È inutile invocare una mal definita reciprocità per rimuovere la cittadinanza onoraria a Mussolini solo se venisse distrutta la scritta Tito sul Sabotino. Tali ragionamenti non comprendono la storia, non guardano al futuro, ma al passato, immutabile.
Il fascismo è un problema dell’Italia, il comunismo è un problema della Slovenia. Perché invece non pensare piuttosto a dare altri sensi a questioni storiche. Togliendo la cittadinanza a Mussolini il comune di Gorizia non avrebbe cancellato nulla, ma soltanto ribadito che è pronto a cambiare rotta verso il futuro. Agli atti sarebbe rimasta la cittadinanza da un determinato momento fino ad un altro. Un segno importante non di cancel culture, ma di visionarietà. Allo stesso tempo non vedo necessità nel cancellare la scritta sul Sabotino, che potrebbe diventare assieme ai reperti della Grande guerra un momento di riflessione su ciò che ha portato il confine. La scritta è stata posta appunto come sfida. Ora non più. Chi la legge come tale, non ha saputo cogliere i cambiamenti che il tempo ha portato. Tutto lo spazio del monte, appositamente integrato con cartelli, percorsi e quant’altro potrebbe far diventare il Sabotino un “museo a cielo aperto”, non cancellando, ma dando nuovi significati.
Precursori ed esempi
L’approccio che sto illustrando è appunto ciò che mi aspetto da un’illuminata gestione del territorio.
“Dare nuovi significati” implica pensare da contemporanei, guardando la storia globale, non dimenticando le proprie esperienze, ma maturando la convinzione che una rilettura del territorio vada fatta soprattutto potenziando ciò che lo rende migliore. E la risposta a tutto ciò può essere soltanto la cultura, che nella costellazione delle conoscenze umane ha un’utilità effimera, ma eleva lo spirito umano a ciò che trascende la mera prosa del quotidiano, sia esso personale o collettivo.
La lingua della cultura è infatti comprensibile a ogni essere umano che possa aprire la propria mente e non rimanere radicato nelle proprie convinzioni, ma auto educarsi a sentire “l’altro” e le sue ragioni.
Il Goriziano ci dà esempi illustri di personaggi che hanno contribuito ciascuno a suo modo a oltrepassare barriere fisiche e ideologiche, guardando oltre la realtà storica e cercando non solo convivenza e collaborazione che sono le basi culturali, ma anche il perdono, la profondità, la ricerca di valori che incarnino lo spirito della cultura e dell’arte, vista come educazione all’umanità. Se la componente umana nella cultura non viene presa in considerazione, quest’ultima diventa sterile. I personaggi che Gorizia-Go-rica-Guriza ha contribuito a far nascere, educare, creare e che prendo qui come esempio hanno mostrato la parte umana nella loro arte, nel loro lavoro, nel loro modo di concepire l’essere goriziano, che non è ormai più una questione di nazionalità, ma di forma mentis.
Donne e uomini della tempra di Ljubka Sorli, Celso Macor, Zoran Music, Cecilia Seghizzi, Stanko Jericijo, Luigi Fogar, Francisek Borgia Sedej, Luigi Tavano con la loro opera hanno tracciato il percorso che potrebbe essere il comune denominatore del nostro futuro transfrontaliero: la cultura come linguaggio condiviso, dove l'identità che ci accomuna viene data dal livello qualitativo della cultura che riusciamo a creare, diventando così cittadini del mondo ma ben radicati in uno spazio non solo geografico, ma umanistico, che implica una visione piena, profonda sia dello spazio in cui viviamo che delle sue idee e propone una sintesi ed un dialogo che possa costruire la società del futuro, quella che i sopraelencati hanno voluto lasciare a noi.
Quali prospettive?
Indubbiamente la parte più difficile di questa riflessione sta nel dare corpo ad un progetto duraturo e permanente che possa rimanere ben radicato nell'area e nell'ambiente che ci circonda, trapassato da un confine artificiale che già troppo ha segnato il nostro percorso.
Sicuramente sarebbe opportuno un confronto con gli amministratori di entrambe le parti della città gemella, o come suona in sloveno dello "somestje", termine intraducibile che indica unione e allo stesso tempo indipendenza di due città, ma bisogna sottolineare che il manico del coltello (una volta tanto!) sta dalla parte di chi con la cultura è a contatto quotidianamente.
Non solo la produzione culturale ma anche quella artistica della quale il nostro territorio porta eminenti modelli, dovrebbe essere protesa verso la ricerca della qualità, non della popolarità, ripensando modi e stili nel presentare le peculiarità culturali, storiche e sociali del territorio. L'arte, dunque, come elemento veicolare, come linguaggio comprensibile, che tende a legare elementi a prima vista diversi, ma accomunati da ciò che è fondamentale a ciascuno di noi: essere uomini e donne, uniti dallo stesso destino. Perché ciò che ha costruito il nostro spazio culturale condiviso non sono stati i conflitti, ma ciò che gli ha superati. Perchè se saliamo il colle del castello di Gorizia oppure l'altura della Kapela, volgendo lo sguardo attorno a noi, possiamo vedere come la geografia non tolleri il confine ma inglobi lo spazio in un'armonia coesa.
La nostra umanità, intesa nel suo termine più esteso, derivante dal latino humanitas, saprebbe cogliere l'idealismo che l'arte vuole insegnarci.
La capitale europea della cultura non sarà cosa di oggi, nemmeno di domani. Forse di dopodomani. Ma per essere sicuri che questo succeda, occorre impegnarci con molta coscienza.
La qualità è ormai l'unica cosa che possa contare e che possa salvare il mondo. Perché implica intensità, complessità, ricerca, consapevolezza. E non dà spazio a ciò che è approssimativo e superficiale il che è in totale contrapposizione con il messaggio che ci passa la società odierna dove occorre apparire per essere. Per l'arte invece, è imprescindibile prima essere. Nel pieno significato del termine.
Ed è ciò che mi auguro per il futuro di questo territorio che nel mondo ci invidiano, perché guardano ad esso da una prospettiva aperta e spontanea. Forse sarebbe il caso lo facessimo anche noi. ■