Dal 23 novembre al 7 dicembre si è svolta a Gorizia l’annuale rassegna di cinema e cultura africana “Sguardi sull’Africa”, proposta da CVCS, Caritas e l’associazione Jobel.
Tale iniziativa ha voluto approfondire alcuni temi legati all’Africa e alle sue contraddizioni, nell’arco di tre diversi appuntamenti, con l’intento di gettare appunto uno sguardo sull’immensità africana, senza alcuna pretesa di voler esaurire la complessità in cui ci addentra quando si parla di questo immenso, enormemente ricco ma tormentato continente.
Ha inaugurato la rassegna la mostra fotografica “Le vittime della nostra ricchezza” di Stefano Stranger, allestita presso la Mediateca “U. Casiraghi” dal 23 novembre. Raccontando il ciclo della raccolta, produzione e smaltimento del coltan, un minerale utilizzato nella fabbricazione di cellulari, computer e altri dispositivi elettronici, il progetto fotografico del giovane reporter torinese esplora le miniere del Congo in cui migliaia di persone, spesso bambini, estraggono il minerale a mani nude per pochi dollari, rischiando la loro vita.
“L’area del Nord Kivu è una landa di prati”, come ci racconta Stefano Stranger, però al suo interno questo paesaggio bucolico viene spezzato dalla presenza di campi profughi pieni di famiglie che scappano dai villaggi limitrofi a causa dei continui legati al controllo del coltan e dai disordini causati dai ribelli.
La mancanza sostanziale di alternative per sopravvivere e lo scarsissimo livello di scolarizzazione costringe la popolazione di tutto il territorio ad essere schiava all’interno delle proprie terre e a lavorare come minatori, con livelli di sicurezza pari a zero.
I villaggi a ridosso delle miniere, come ad esempio Rubaya, sono abitati da centinaia di famiglie spezzate, dove una vedova o una madre spesso non possono nemmeno piangere il corpo del proprio caro, sepolto e abbandonato dentro le voragini della montagna. I diritti e i sostegni a queste donne da parte delle compagnie minerarie sono inesistenti; gli aiuti per sopravvivere arrivano soltanto dalle ONG che operano sul campo.
Nella stessa serata sono stati proiettati al Kinemax di Gorizia due documentari: “Maisha”, realizzato dalla Fondazione Buon Pastore e “Muwavita - nata in tempo di guerra” di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini.
“Maisha” porta a casa il premio per la categoria “Best Documentary Short Film” al prestigioso Festival de Cinema i Drets Humans (13a edizione del Festival per i Diritti Umani di Barcellona), e ci accompagna all’interno delle miniere di rame e cobalto, cosiddetti “minerali digitali”, nella zona dell’ex-Katanga, Congo. Il documentario testimonia il programma delle Suore del Buon Pastore per l’apertura di una scuola per bambini ex minatori e presenta la cooperativa agricola “Maisha”, nata per sopperire al fabbisogno alimentare di una dozzina di famiglie.
“Muwavita - nata in tempo di guerra” è una delle opere finaliste al Premio Giornalistico Internazionale Marco Luchetta. Il Premio vuole essere un riconoscimento dei lavori giornalistici che meglio sono riusciti a comprendere e comunicare il dramma e la sofferenza di quanti nel mondo sono vittime indifese della violenza. Il documentario è ambientato a Goma, la città principale del Nord Kivu in Congo. Denuncia le violenze che le donne sono costrette a subire e il loro percorso di guarigione e di reinserimento nella società.
Il secondo appuntamento, “Alternative alla migrazione clandestina: esperienze in Costa d’Avorio”, del 30 novembre, ha coinvolto come relatrici Federica Ferro, rappresentate del CVCS e dell’associazione Jobel per i progetti in costa d’Avorio, e Federica Ricci operatrice dalla cooperativa Murice ed esperta di migrazioni.
L’incontro voleva informare il pubblico sul progetto che CVCS e Jobel stanno realizzando in Costa d’Avorio per lo sviluppo economico delle comunità di Djebonoua e dei villaggi limitrofi con l’obiettivo prioritario di rendere queste comunità autosufficienti e autonome, eliminando così uno dei motivi principali per cui giovani migranti intraprendono il loro viaggio verso l’Europa, con tutti i rischi che ciò comporta.
La proiezione del reportage “L’imbroglio” di Amedeo Ricucci, ha seguito l’interessante incontro. Un reportage in presa diretta in cui, per la prima volta, le telecamere riescono ad entrare nei porti libici della ‘Tratta’, a Sabratha, Motred, Zawiyah, raccontandoci chi sono i grandi boss del traffico dei migranti, come operano e di quali complicità godono a livello locale e nazionale.
Nel reportage viene inoltre documentato il lavoro della Guardia Costiera libica, con le sue contraddizioni ed ambiguità, ed infine la dramattica situazione dei Centri di Detenzione per i Migranti in Libia, che getta una luce inquietante sulla mafia che li gestisce e sulle continue violazioni dei diritti umani.
Giovedì 7 dicembre, la rassegna si è conclusa con “Africana, una storia che ci riguarda”, una breve ma intensa performance di teatro sociale organizzata da “Fierascena” ed incentrata su alcuni stimoli offerti dagli approfondimenti in calendario – squilibri nord-sud del mondo, prelievo del coltan in Congo per l’industria occidentale della telecomunicazione e aerospaziale, drammatica e costante difficoltà di accesso all’acqua.
La rappresentazione teatrale è stata preceduta da alcuni laboratori organizzati da Elisa Menon e Marco Fabris di Fierascena, che hanno coinvolto un piccolo gruppo di migranti africani attualmente residenti al CARA di Gradisca e giovani del posto, riuscendo così a creare un gruppo misto per provenienze. I ragazzi hanno avuto modo di confrontarsi tra di loro, riuscendo anche a sfatare alcuni pregiudizi.
Lo spettacolo è stato molto emozionante e partecipato anche da parte del pubblico, coinvolto attivamente in una parte della performance. La serata si è conclusa con un piccolo rinfresco a tema offerto dalla Bottega Equomondo di Gorizia.
Dal racconto di una volontaria che ha partecipano al progetto teatrale:
“Risate e divertimento, tristezza e commozione ci hanno accompagnati in questo percorso di unione. Come tutte le cose anche questa avventura è giunta al termine e quando penso a cosa mi ha lasciato dentro, mi sento di dire che l’energia e la forza che si genera quando si lavora assieme per un obiettivo comune è il motore che muove ogni cosa. Quando i pregiudizi e le paure vengono lasciati fuori dalla porta e ci si sente in simbiosi, uniti tutti dalla nostra umanità, ci si riconosce semplicemente come uomini uguali seppur nella nostra diversità”.■