Nella mattinata di venerdì 24 novembre 2017 si è svolta la seconda sessione di conferenze del cinquantaduesimo Incontro Culturale Mitteleuropeo, nella cornice della sede dell’Università degli Studi di Udine di via Santa Chiara. I relatori hanno presentato il tema della cultura mitteleuropea nella ricomposizione dell’Europa da un punto di vista sia storico che culturale/letterario.
L’incontro è stato introdotto e presieduto da Roberto De Lorenzo, già Prefetto di Gorizia, che ha espresso degli apprezzamenti generali in merito alla peculiarità di Gorizia, città che nel tempo ha e che interpreta tutt’ora un nuovo modo di pensare,chiedendo a tutti coloro che vivono nella zona di esprimersi e partecipare all’impegno del cambiamento in corso.
Il primo ad intervenire è stato il professor Georg Meyr, coordinatore del corso di laurea di Scienze Internazionali e Diplomatiche e Diplomazia e Cooperazione Internazionale. fulcro del suo discorso verteva sull’origine della spaccatura tra Occidente e Oriente, concretizzatasi alla fine della seconda guerra mondiale con i primi segnali della guerra fredda.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale matura un’idea di scontro tra due diversi concetti di modernità, ossia tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quello americano è da sempre un modello di civile convivenza, innovativo rispetto al passato, poiché caratterizzato da un forte individualismo e dalla non ingerenza dello Stato nell’economia. potenza americana si contrappone l’Unione Sovietica, che vede la propria affermazione dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917. In questo contesto la modernità consiste proprio nella rottura degli schemi del passato sia a livello politico che culturale.
Questi due modelli, così diversi tra loro, si scontrano solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’amicizia forzata tra le due potenze inizia ad incrinarsi con il telegramma Kennan – stereotipo negativo dell’uomo russo – e la Dottrina Truman. Ma ciò che porta effettivamente alla Guerra Fredda è l’approvazione del Piano Marshall, conil quale gli Stati Uniti si “comprano” una fetta d’Europa. ’alleanza tra Europa occidentale e USA si consolida con la nascita dell’Alleanza Atlantica nel 1949; con l’ingresso della Repubblica Federale Tedesca nell’alleanza, arriva la risposta sovietica con il Patto di Varsavia, firmato nel 1955.
Questi avvenimenti sono il risultato della mancanza di dialogo e dell’incapacità di giungere ad un accordo dopo la vittoria nel ‘45.
I due progetti storici di “modernità” iniziarono a entrare in conflitto mentre ancora la Germania nazista non era stata del tutto debellata, e dopo complesse vicende, sempre nel segno di una tendenza divisiva, generarono, quale indesiderabile ma poco evitabile prodotto, il mondo bipolare che dominò le scene fino alla dissoluzione dell’Urss, nel 1991.
L’intervento si è concluso con un approfondimento sul concetto di frattura, legato al termine con cui indichiamo il diavolo, che in greco antico significa “colui che divide”. Non può essere un caso che gli antichi indicassero il male con ciò che crea divisioni.
Claudio Cressati, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Udine, è stato il secondo a prendere la parola.suo intervento si è concentrato su una panoramica che va dalla dichiarazione Schuman alla firma del Trattato istitutivo della CEE del 25 marzo 1957.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa è la grande sconfitta, perciò gli Stati europei devono sviluppare nuove forme di cooperazione, sostenute dagli USA. La prima tappa del processo di integrazione europea consiste nella dichiarazione Schuman, che mira alla ricostruzione dell’industria tedesca – soprattutto nei settori del carbone e dell’acciaio – e al riavvicinamento tra Francia e Germania. Questo progetto si concretizza nella costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nell’aprile 1951, formata da sei Stati europei.
Un altro campo in cui si cerca di realizzare l’integrazione europea è quello della difesa comune, con il cosiddetto piano Pleven. Oltre alla Francia, l’Italia di De Gasperi è il principale promotore della futura Comunità Europea di Difesa (CED), che dovrebbe portare ad un’unione politica degli Stati. Tuttavia, significativi cambiamenti nel panorama politico-diplomatico come la guerra di Corea e la decolonizzazione dei territori francesi causano il fallimento del progetto.
Nonostante il fallimento della CED, nel ‘55 iniziano i negoziati che porteranno alla firma dei Trattati di Roma il 25 marzo 1957, che istituiscono la CEE.
Ciò che salvò il processo d’integrazione fu la convinzione condivisa dai principali attori politici dei sei Paesi fondatori che “il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire” (Luigi Einaudi).
Oggi, in un contesto che ci appare così diverso, l’alternativa cui ci troviamo di fronte è sostanzialmente la stessa di allora. Il quesito attualizzato è dunque “Tornare indietro, verso un’Europa divisa in stati nazionali che s’illudono di essere sovrani mentre la globalizzazione e i grandi trend (a cominciare da quelli demografici) li consegnano invece a un ruolo sempre più residuale e passivo? O andare avanti verso una prospettiva federale, senz’altro difficile da realizzare e alla quale probabilmente non potrebbero o vorrebbero partecipare (almeno all’inizio) tutti gli attuali stati dell’Unione?”
Il professor Cesare La Mantia, docente di Storia dell’Europa orientale di Scienze Internazionali e Diplomatiche, è focalizzato ’Europa e la ricomposizione dei Balcani. Il punto di partenza della riflessione è la memoria del sangue, che condiziona le scelte politiche dei governi dell’area. Come si può quindi creare un’unità in un contesto simile? La Russia è lo Stato più strettamente legato ai Balcani: nel secolo scorso lo stato zarista cercava in questi territori uno sbocco sul mare e con il consolidamento del regime di Tito la politica di potenza sovietica entrerà in contrasto con la Jugoslavia.La stabilità dei Balcani dipende anche dalla soluzione della questione kosovara. Da tale contesto emerge come centrale nello scenario balcanico il ruolo di Belgrado, con sullo sfondo l’Unione europea che è in grado di condizionare la politica serba e l’Italia che potrebbe riavere un ruolo di protagonista nell’area.
Oggi la Russia di Putin ha rafforzato la sua presenza specialmente in Serbia con finanziamenti, approfittando della scarsa lungimiranza politica dell’Unione Europea, che solo negli ultimi anni sta investendo economicamente nell’area. Anche altri Paesi come Arabia Saudita e Iran hanno intrapreso una politica di investimenti nei Balcani. sempre “ventre molle” dell’Europa, i Balcani continuano ad aver bisogno di una pacificazione spirituale, tanto è viva nell’immaginario comune la memoria dell’odio.
Tatjana Rojc, saggista e scrittrice,preso poi la parola, ricollegandosi alla questione balcanica con il tema del romanzo di quest’area tra denuncia e testimonianza,proponendo una riflessione sul Novecento letterario e sui grandi autori dell’area balcanica da Ivo Andrić (premio Nobel per la Letteratura), a Danilo Kiš e Miljenko Jergović, oltre ai triestini Boris Pahor e Alojz Rebula e altri.
La scrittrice ha fatto notare come i temi ricorrenti della letteratura balcanica siano la memoria, la crisi dell’identità nazionale e soprattutto il senso dell’esistenza come centro della narrativa. Questa letteratura non si limita dunque più a essere un mero racconto individuale ma traccia, invece, i percorsi di una umanità segnata da ferite profonde, affinché ci si ponga la domanda se possiamo ancora credere che la bellezza, come per Dostojevskij, rappresenti l’unica speranza di salvezza. Il compito dell’intellettuale è quello di scindere la narrativa dalla fiction per conoscere e raccontare scrupolosamente la realtà.
A chiudere la conferenza è stata Antonella Pocecco, docente di Sociologia delle comunicazioni di massa dell’Università degli Studi di Udine, cui intervento verteva sui luoghi e i nomi della memoria nella Grande Guerra.
Travalicando le specifiche esperienze di guerra e le metanarrative nazionali che ne sono derivate, la memoria della Grande guerra ha assunto un progressivo carattere transnazionale: cerimonie e commemorazioni sono molto spesso realizzate in comune e diventano sempre più numerosi i gruppi di studio internazionali che, superando riluttanze e limiti disciplinari, lavorano al fine di rinnovare i percorsi interpretativi e gli strumenti di divulgazione. Questo processo di condivisione e negoziazione non è che l’epilogo di una lunga fase in cui le singole memorie nazionali hanno dovuto giocoforza confrontarsi fra loro, poiché il Primo conflitto mondiale ha lasciato dietro sé luoghi della memoria per loro natura extra-territoriali e multinazionali – come Ypres, Verdun, Somme, Caporetto, Gallipoli.
La prima Guerra Mondiale è infatti ancora deposito di ricordi e sofferenze, aprendo quesiti sull’umanità che secondo molti non sono ancora stati risolti. La concezione della memoria ha subito profondi mutamenti nell’ultimo secolo: dalle singole nazioni si è passati ad una europeizzazione della memoria collettiva.
Il ricordo dei caduti, coltivato all’interno della società civile come elaborazione del lutto per essere poi rapidamente fagocitato dalla sfera politica come strumento di elaborazione dell’identità nazionale, si è rivitalizzato, a distanza di un secolo, nella sfera privata e familiare. Ciò è stato indubbiamente favorito dalle nuove tecnologie che hanno facilitato l’archiviazione di un’enorme mole di dati e informazioni, rendendoli immediatamente e liberamente fruibili, nonché la loro elaborazione e condivisione a livello transnazionale. Le attuali tecniche di conservazione e disseminazione della memoria hanno così riempito il vuoto lasciato da pratiche sociali ormai desuete, perché il simbolismo evocativo di alcuni luoghi della memoria, una volta meta di pellegrinaggio e di commemorazione, si è per lo più trasformato in attrattiva turistica.