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SELEZIONE CORRENTE
fonte=Nuova Iniziativa Isontina n.75
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HOME > Articoli e notizie:Prima sessione - I principali fattori, cause ed effetti della frattura tra Oriente e Occidente nel XX secolo

Prima sessione - I principali fattori, cause ed effetti della frattura tra Oriente e Occidente nel XX secolo

Interventi di Antonia Blazina, Gianluca Volpi, Maddalena Guiotto, Orietta Altieri

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Prima sessione. Da sinistra a destra: Orietta Altieri, Maddalena Guiotto, Antonia Blasina Miseri, Gianluca Volpi
Prima sessione. Da sinistra a destra: Orietta Altieri, Maddalena Guiotto, Antonia Blasina Miseri, Gianluca Volpi
La prima sessione di lavori del cinquantaduesimo Incontro Culturale Mitteleuropeo, si è svolta presso la sede universitaria di Via Alviano, nell’Aula Magna (ex chiesa del Seminario Minore). Il tema scelto, ampissimo e quasi infinito in portata e implicazioni, è stato quello della frattura – e successiva ricomposizione – tra Oriente e Occidente nella prima metà del secolo: seguendo tre direttrici parallele (due storiche e una culturale-letteraria), i relatori presenti hanno fornito una propria personale interpretazione del cambiamento radicale verificatosi nello scenario europeo a partire dal primo conflitto mondiale.
 
Ha aperto il lavori e presieduto l’incontro Antonia Blazina, presidente del Comitato “Dante Alighieri” di Gorizia, insegnante alle scuole superiori in Gorizia e referente per lo stesso Comitato Nazionale della “Dante” per i Paesi della ex Jugoslavia, che ha richiamato l’esperienza goriziana nella ricucitura delle divisioni consumate tra la prima e la seconda guerra mondiale, nonostante le tragiche vicende che questo territorio ha vissuto; con una menzione particolare al ruolo avuto dalle persone e da tante realtà “minori” in ambito associativo che restano di grande attualità.

In apertura della sessione è intervenuto il professor Gianluca Volpi, presso l’Università degli Studi di Udine e docente di storia dell’Europa orientale, con un interesse particolare per l’area danubiano – balcanica e russa nel quadro delle relazioni internazionali.
Il suo intervento si è proposto di presentare i punti nodali della Rivoluzione russa, sottolineandone fin da subito il ruolo di elemento di rottura: col’Occidente prima di tutto, e con ogni passato conosciuto, in secondo luogo.
La rivoluzione del febbraio 1917 in Russia, seguita in pochi mesi dal colpo di stato bolscevico, ebbe una profonda influenza sul sistema delle relazioni internazionali. Questa influenza ebbe modo di manifestarsi in due successive fasi. Nella prima, dal 1917 al 1921, condizionò profondamente il decorso finale della Grande Guerra, contribuì alla formazione di un fronte antibolscevico fra le grandi potenze dell’Intesa ed ebbe una ricaduta fondamentale e gravida di conseguenze sulla conferenza di pace apertasi a Parigi nel gennaio 1919.
 
Emblematica fu senza dubbio la decisione di trasferire immediatamente il nuovo governo a Mosca: San Pietroburgo, fondata dallo zar Pietro il Grande, finestra russa sull’Occidente e fino ad allora capitale, venne abbandonata per lanciare un forte messaggio di cambiamento.
 
Se però la Rivoluzione, che darà inizio al secolo breve sovietico (1917-1989) e ad una guerra civile se possibile ancora più tragica, rappresentò dunque un punto di svolta nei rapporti con i vicini europei e segnò irrevocabilmente le sorti del primo conflitto mondiale, vi fu sempre una sottile continuità con l’idea di Russia ereditata dal centralismo zarista: anche dopo la Rivoluzione resterà infatti prioritario riportare il territorio russo ai confini che gli erano appartenuti fino al 1914, con una certa costanza in politica estera. della Polonia e dei tre Stati baltici fu forse la sconfitta più pesante, ma rimasero irrisolte anche le situazioni in Ucraina e nel Caucaso. In Ucraina (“mancata” nel primo dopoguerra) un movimento nazionalista estremamente frammentato non riuscì ad opporsi al controllo sovietico; nel Caucaso, da sempre terra di conquista russa e già fronte travagliato durante la guerra, i variegati conflitti interetnici complicarono ulteriormente un quadro già destabilizzato.
 
La politica estera postrivoluzionaria, dunque, ha come protagonista un nuovo regime costretto ad interagire con vecchi, storici interlocutori: quasi da subito, però, con l’accoglimento della nozione di “socialismo in un solo Paese” e la chiusura nei confronti di un Occidente percepito come minaccia – i trattati di Versailles avevano, di fatto, creato una sorta di “cordone sanitario” antisovietico – , l’espansionismo russo inizia a caratterizzarsi come marcatamente difensivo, mai come offensivo; con l’ascesa al potere di Stalin, poi, la necessità di difesa verrà portata alle estreme conseguenze.
 
L’intervento della seconda relatrice,la professoressa e ricercatrice Maddalena Guiotto - Museo storico di Trento, rivolge al secondo, enorme punto cruciale e di cambiamento maturato durante il primo conflitto mondiale: la lenta, ma inarrestabile, dissoluzione dell’Impero asburgico.
 
Il 24 ottobre 1917 truppe austroungariche e tedesche travolsero le malpreparate trincee italiane fra Plezzo e Tolmino, attorno a Caporetto. Alla battaglia di Caporetto (la dodicesima battaglia dell’Isonzo) seguì la rotta delle truppe italiane per un paio di settimane, fino a quando il 9 novembre il fronte si stabilizzò di nuovo, 150 chilometri più a sud-ovest, sul fiume Piave. L’attacco portò alla conquista austrotedesca di tutto il Friuli e di una parte consistente del Veneto. La vittoria delle truppe austro-ungariche a Caporetto e l’occupazione del territorio italiano aveva in realtà peggiorato ancor più la situazione della monarchia asburgica e portarono a una evidente sopravvalutazione delle proprie forze militari da parte dell’Austria-Ungheria.
 
Nonostante la durissima sconfitta imposta a Caporetto all’esercito italiano, la tenuta dell’Impero era oramai in discussione: i conflitti di nazionalità ancora dolorosamente irrisolti, dalla cui esplosione è del resto derivata una guerra autodistruttiva e consumante, sono ancora l’interrogativo principale. L’Austria-Ungheria non è inoltre minimamente preparata alla gestione politico – amministrativa dei territori italiani occupati, e la lotta contro l’Erbfeind (il “nemico ereditario”, o nemico secolare) non ferma la decomposizione politico – nazionale già in atto. Uno Stato plurinazionale, sottolinea Guiotto, non può ricorrere alla guerra senza mettere in pericolo la propria stessa esistenza.
 
Nell’autunno 1918 il processo di disgregazione della monarchia era ormai inarrestabile. I consigli nazionali cecoslovacco e jugoslavo proclamarono l’indipendenza e assunsero di fatto il controllo del territorio. Sul fronte italiano, nonostante l’intensificarsi dei casi di defezione, l’esercito imperiale era ancora vitale, ma esso rappresentava l’unico simbolo unitario di una realtà che ormai non esisteva più. Il 12 novembre 1918 verrà proclamata la repubblica dell’Austria tedesca.
 
Ecco dunque che la Schicksalsfrage (la “questione vitale”) austro – ungarica trova una risposta tragica ma del resto già da tempo inevitabile: il trattato di Versailles sancisce e prende atto di una disfatta già avvenuta e annunciata.
 
Nell’intervento di Orietta Altieri, storica delle minoranze religiose e traduttrice, vengono delineatele figure di Enrico Rocca(1895 – 1944) Stefan Zweig(1881 – 1942), intellettuali ebrei che vissero lo sviluppo della monarchia asburgica nelle sue diverse identità, e condivisero molte delle fasi della loro vita.
 
Rocca, da padre di origine ferrarese (fervente irredentista) e da madre viennese, e si forma a Gorizia, allora capitale culturale del Litorale austriaco città ambita dagli studiosi di tutto l’impero per la sua vicinanza geografica e culturale all’Italia. Entra in contatto con i circoli di futuristi, che lo portano ad arruolarsi con entusiasmo a Venezia nelle file del Regio Esercito italiano, fino ad essere ferito in combattimento proprio a Gorizia. Viene trasferito in cura a Roma, dove viene affascinato dalla vitalità italiana, come altri esponenti della borghesia commerciale, per lo più ebrea, della Venezia-Giulia.
 
Si interessa al nascente Movimento Fascista, per poi entrare nella redazione del giornale di Mussolini Il lavoro fascista partecipare ad una crociera di propaganda del Regime in giro per il mondo, allontanandosi però dal movimento poco dopo non condividendone i metodi violenti. Rocca resta quindi deluso dall’immagine idealizzata che aveva del proprio Paese e torna alle sue origini mitteleuropee per darsi alle traduzioni della letteratura tedesca, contribuendo ad avvicinare il mondo culturale italiano a quello germanico. Fu così a contatto con diversi autori contemporanei, tra i quali Stefan Zweig, autore molto letto in Austria, con il quale svilupperà un’amicizia profondamente umana.
 
Zweig, vicino anch’egli alla cultura italiana grazie alla madre nata ad Ancona, durante la Prima Guerra Mondiale si era rifugiato in Svizzera assieme alla compagna per poi tornare nella sua villa a Salisburgo, à un salotto culturale che sembra superare il limite dei confini nazionali. Con l’allineamento dell’asse politico tra l’Italia e la Germania nazista, il mondo culturale è condizionato dalle dittature: così, Zweig si rifugia prima a Londra e poi in Brasile, consigliando a Rocca di fare altrettanto, anche se questi continua la sua attività scrivendo sotto pseudonimo.
 
I roghi in Germania e in Austria colpiscono duramente le opere di Zweig, creando un distacco irrimediabile dal suo pubblico madrelingua e facendogli perdere, così, la propria ragione di vita, fino al suicidio del 1942. L’evento ebbe grande eco in tutto il mondo, nonostante gli eventi bellici.
 
Rocca, invece, recupera il giornalismo ed è a Roma quando risalgono gli alleati nel 1944. In un ambiente di lotte intestine per prestigio giornalistico, viene tacciato di fascismo per via dei suoi rapporti con Mussolini. La vita, allora, senso anche per lui, sentendo venir meno quella “civiltà del rispetto” alla base della sua educazione che gli aveva consentito di vivere.
 
La parte conclusiva del convegno ha visto un interessato coinvolgimento del pubblico, con l’intercalare delle domande che, riprendendo gli argomenti dei relatori, hanno mosso diversi interrogativi sull’equilibrio culturale e politico europeo, a partire dall’idea di Stato e Nazione, - entrambi concetti in crisi e sempre meno sovrapponibili -, e sulla necessità di una maggiore integrazione a livello comunitario ed al relativo ruolo dell’Italia.
data di pubblicazione: 31-12-2017
fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.75 | tema: ATTI DEL 52° CONVEGNO ICM
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