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Fratellanza: un impegno tra insidie e aspirazioni di armonia

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“ …il nome di una sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello.”
(Giuseppe Ungaretti)
 
Gli organizzatori del convegno dell’ICM mi hanno suggerito il tema della fratellanza a partire dal riferimento che ne fece Ungaretti nel 1966 inaugurando il prestigioso Istituto goriziano. Traccio brevemente i punti principali di una riflessione sul tema con l’intento è di essere di aiuto all’uso consapevole, per non pretendere di dirlo corretto, del termine.
 
È evidente l’origine biologica del concetto (essere figli dei medesimi genitori), che si estende poi a significati morali ed ideali. In questa seconda accezione, che è quella che qui prendiamo in considerazione, fratellanza non è né un dato naturale, né un dato di fatto, ma è frutto di una sorta di sentimento di solidarietà, rafforzato dal riconoscimento di una condizione comune, voluta o subita. Questo, però, vale solo in generale. Alludendo, infatti, ad una situazione che abbiamo definito non data di fatto e nemmeno per natura, occorre determinarla in base a un riferimento, materiale o ideale, che la qualifichi come condizione per esprimere quel sentimento che denominiamo fratellanza. Ciò detto fratellanza, come fenomeno non naturale, va interpretato come fenomeno culturale e, come vedremo, da non intendersi sempre come fonte di unione.
 
Innanzitutto si potrebbero sollevare, in lingua italiana, opportune distinzioni tra fratellanza e fraternità, rivestendo questa seconda dizione caratteristiche e un grado di più intima intensità; ma non è ora il caso di intrattenervisi. Invece è più importante sottolineare che l’idea di essere fratelli senza essere figli dei medesimi genitori incomincia a diffondersi nella nostra civiltà col cristianesimo, ma soltanto nei momenti più difficili della sua affermazione, cioè a partire dal II° e III° secolo. Questa consuetudine di considerarsi fratelli – peraltro già praticata in tutt’altri contesti pagani, ma solo sotto il profilo della famiglia allargata e nella tradizione ebraica in forme che vengono riprese anche nei Vangeli, dove tra l’altro si incontrano cenni a fratelli di Gesù – fu anche favorita dalla formazione di piccole comunità e, in seguito, adottata da ordini di carattere monastico. La concezione monoteistica praticata dal cristianesimo fece da leva potente nel potersi riconoscere figli di un medesimo principio superiore vissuto secondo i dettami evangelici come realtà paterna. Non più semplice pater familias umano, dunque, ma pater divino di una familia spirituale. Ancor oggi un sacerdote si rivolge ai fedeli chiamandoli spesso fratelli.
 
In tal modo si è prefigurato il modello di fratellanza, che si trasmetterà poi in contesti non più fideistici e si prolungherà altresì nella società secolarizzata fino ai nostri giorni. Per gli “affratellati” in luogo del padre celeste subentrano, per esempio, ideali condivisi, obbiettivi iniziatici, regole aggreganti, valori di appartenenza più o meno istituzionalizzati, sentimenti fortemente unificanti, che vanno dal riconoscersi in una stessa patria all’appartenenza a un ordine, all’affiliazione a una setta. Gli appartenenti a una massoneria, per esempio, si considerano tra loro fratelli come si dicono confratelli i membri di uno stesso ordine religioso. Ma con una differenza essenziale: le scelte associative iniziatiche non confessionali praticano in orizzonti a grandi linee neoplatonici, infarciti di sincretismi copti e vetero-gnostici. A ben vedere, le fratellanze, almeno nell’esteriorità e nelle forme, si moltiplicano e si intersecano tra loro a titolo diverso; un altro conto è, a stretto rigore, se le si dovessero giudicare nella loro sostanza e nelle pratiche individuali.
 
Per avvicinarci meglio alla comprensione della parola “fratellanza” dobbiamo prestare attenzione al significato del termine “fratello”. Alla sua origine semantica, come si è detto, la parola indicherebbe la condivisione di una immediata ascendenza, i comuni genitori. A questo punto, però, è più proficuo ricorrere agli studi di simbolica politica.
 
La simbolica politica tiene in profondo conto i due principî vitali fondamentali, il principio maschile e il principio femminile. Il primo rappresenta un’energia performativa, direzionale, che dà forma e finalità; il secondo rappresenta un’energia fluida, ricettiva, che dà ambito e continuità. I due principî sono complementari e reciprocamente integrativi in qualsiasi organismo vivente, quindi capace di trasformazione e di adattamento. Ed anche una collettività, come ogni aggregato umano, è un organismo vivente, capace di trasformazione e di adattamento. Quando uno dei due principî prende il sopravvento sull’altro l’organismo, per mantenere i suoi equilibri vitali, richiede una compensazione del principio carente. Così, se un ordinamento politico è troppo autoritario, coercitivo e dirigistico (principio plastico maschile), la risposta sociale da attendersi sarà in direzione opposta e alla ricerca di maggiore libertà ed autodeterminazione delle sue componenti (principio fluido femminile). Viceversa accadrebbe quando un ordinamento si presentasse troppo lasco e permissivo (principio femminile), perché genererebbe reazioni favorevoli a soluzioni più decisionistiche (principio maschile). L’azione di questo tipo di energie patiche collettive è di grandissimo aiuto a dare ragione di rivolgimenti politico-sociali e di rivoluzioni.
 
La storia europea è ricca di esempi e ci basti ricordare, in tema, taluni fenomeni politici tra i più vistosi dell’età moderna: la caduta delle monarchie assolute, nelle quali i sovrani invocavano un’investitura divina di paternità nei confronti dei sudditi, loro “figli”, in ossequio di una legittimazione del potere improntata al principio performativo maschile; in una diversa ottica, ma secondo la medesima logica, si pensi all’avvento di dittature, intervenute in contesti socio-politici disgregativi, perché troppo esposti a libere istanze popolari, o troppo privi di energie aggreganti, condizione esprimenti quindi caratteristiche improntate al principio femminile. I due principî vitali hanno molto a che fare col nostro argomento.
 
La fratellanza applicata agli ordinamenti e alla vita politica, erede senza alcun dubbio dell’originaria matrice religiosa, è diventata un elemento costitutivo del programma illuministico introdotto dai rivoluzionari francesi. La rivoluzione francese, che è vista come la fine, per molti territori, europei del cosiddetto ancien régime, è stata considerata perfino in manuali scolastici come l’antesignana dell’idea politica di fratellanza. Forzature ideologiche, ovviamente, ma per ciò stesso non prive di qualche verità. La sua bandiera ideale portava la scritta liberté, égalité, fraternité. Belle idee, ma che prese insieme non sono né di facile comprensione, né di facile gestione. Libertà ed uguaglianza, che Jean-Jacques Rousseau pose a fondamento della sua visione politica, nel loro concreto manifestarsi collidono: più si asseconda la libertà meno si rispetta l’uguaglianza; più si asseconda l’uguaglianza meno si rispetta la libertà. È da questo contrasto, per dirla in maniera molto generale, che si profilano, i conflitti tra le prospettive del liberalismo, che sostiene la prevalenza delle libertà sull’uguaglianza, e quelle del socialismo che vuole la prevalenza dell’uguaglianza sulla libertà. E la fratellanza? Dovrebbe possedere i requisiti della conciliazione tra libertà ed eguaglianza, ma si presenta come principio alquanto eterogeneo rispetto ai due precedenti. Prima di tutto, infatti, se si è potuto trovare ragioni per propugnare che tanto la libertà quanto l’uguaglianza si possano dichiarare quali diritti dell’uomo e del cittadino, ma nessuno è mai arrivato a proclamare che anche la fratellanza sia un diritto. La fratellanza, nel suo valore morale ed ideale, non potrebbe esserlo in nessun modo, perché muove esclusivamente dall’interiorità; a meno che non la si voglia, grottescamente, imporre per automatismo o stabilendo per decreto chi siano il padre o la madre. Automatismo o per decreto? Un esempio di automatismo, o per decreto, si potrebbe profilare proprio nella storia della rivoluzione francese, se si pensa al regime paternalistico, in cui il re si considerava padre dei suoi sudditi e, di conseguenza, che questi avrebbero dovuto sentirsi fratelli; una volta spodestato il re e insediato al suo posto il popolo, automaticamente o per decreto il popolo diventa onnipotente e si autoinveste padre dei suoi membri, cioè padre di se stesso, come era stato già pensato a proposito dell’onnipotenza di Dio. Diversamente dovremmo dire per il sentirsi figli della medesima patria, dove la fratellanza si ispira a un principio materno e perciò estranea alla conflittualità fraterna; laddove si riscontri il caso di ribellione alla patria, è evidente che il fenomeno vada letto non più alla luce del rapporto madre-figli, ma di quello padre-figli.
 
Detto in altri termini, il ruolo svolto dall’idea di fratellanza, configurata in chiave politica, a differenza dalla libertà e dall’uguaglianza, di per se stesse generatrici più che potenziali di conflittualità, vorrebbe rappresentare una garanzia di unione e di coesione inscindibili: essere fratello non potrebbe essere uno statusprovvisorio e può essere fondato su un do ut des. Ma qui si nasconde un grosso equivoco. Per quale motivo la fratellanza, evocata in contesti politici, ossia dove non si può assolutamente prescindere dalla presenza e dall’esercizio di potere, dovrebbe essere garanzia di pace, di armonia, di operosa e addirittura amorevole convivenza? Anche la fratellanza può essere fonte di contesa: tanto fatti quanto paradigmi comportamentali lo dimostrano. Anzi proprio il motivo di essere fratelli, e quindi posti su un piano radicalmente paritetico, può diventare la causa della più aspra concorrenza e radicale conflittualità. Quello della confliggenza tra fratelli, causata proprio dalla circostanza di essere fratelli, è uno dei grandi temi classici, che si è prestato a costruire uno dei paradigmi fondamentali della simbolica politica.
 
Il paradigma dell’invidia e dell’odio tra fratelli è inaugurato nella nostra cultura già dalla vicenda biblica di Caino ed Abele, la quale ha suoi precisi precedenti nell’antica civiltà egizia, che lo evoca collocato in un contesto di divinità, conformemente alla concezione sacrale della vita che quel popolo coltivava. Il parallelo, qui, è tra la uccisione di Abele da parte del fratello Caino e quella di Osiride da parte del fratello Seth. Sono mitiche vicende cruente che si ripetono, per rimanere in contesto biblico e con esempi ampiamente noti, in forma incruenta con Esaù e Giacobbe o Giuseppe e in suoi fratelli. Potremmo citare molti esempi, ma ci basti qui ricordare la leggenda di Romolo e Remo che illustra la fondazione di Roma e l’interpretazione in chiave spirituale ed escatologica che ne fa Sant’Agostino anche sulla scorta di quanto Sant’Ambrogio aveva scritto sul Caino e l’Abele che convivono nel nostro animo.
 
Ma chi sono realmente i fratelli? E perché questa condizione li può porre in stato di contesa, rovesciando il senso irenico che siamo portati ad attribuirle? Perché nei contesti che abbiamo tratteggiato sono considerati come i figli dello stesso padre e non della stessa madre, rapporto che si fonda su un principio di conciliazione e non di rottura. C’è molta differenza! Il padre si uccide, come insegna Freud, la madre no; si ambisce a spodestare il padre, ma non la madre.
 
In proposito è significativo che la parola fratello sia fatta derivare da un’antica radice indoeuropea (bahre brha), da cui il sanscrito brahtar, foneticamente ancora riconoscibile nel tedesco Brüdere nell’inglese brothercome nel latino frater. La radice, che contiene l’idea di dare sostengo e nutrimento, entrò nell’uso linguistico a designare la discendenza da un medesimo padre. Fa eccezione la lingua greca, nella quale fratello di dice adelphós. Il termine greco è formato da un’alfa privativo e dal vocabolo delphús, che indica l’utero materno, e perciò i fratelli sono qui intesi come i figli della stessa madre. Fratelli vuol dire essere figli, ma non è la stessa cosa essere figli dello stesso padre o figli della stessa madre: figli dello stesso padre significa potenzialità conflittuale tra fratelli, figli della stessa madre significa potenzialità di armonia tra fratelli.
 
Seguendo l’impostazione patricentrica, il conflitto tra fratelli si spiega con la tensione del figlio a prendere il posto del padre (vedi anche la freudiana uccisione del padre, evocata dal mito di Edipo). Nel caso di Caino, non entrando in gioco il padre naturale Adamo ma il Signore celeste, la tensione è rivolta al godimento della benevolenza del Padre e non all’assurda pretesa di sostituirlo, così come nell’esempio di Giacobbe il movente dell’inganno contro il fratello Esaù è l’acquisizione della primogenitura in vista di assumere l’autorità paterna. Il modello simbolicamente patricentrico è stato abbondantemente assunto come paradigma della conflittualità politica nella descrizione dell’avvicendamento al potere. Il potere è una componente indispensabile ed ineludibile in ogni ordinamento politico e, dei due principî vitali, la sua natura chiama in causa quello maschile, ossia quello competitivo; ne sono protagonisti i fratelli, figli del medesimo padre.
 
L’interpretazione che vede il rapporto fraterno in chiave conciliativa, in realtà, sotto il profilo simbolico si attiene inconsapevolmente al modello matricentrico ed ignora il problema del potere: pecca quindi di irenismo, se il modello è applicata al terreno politico. In questo, simbolicamente, regna sempre il confitto padre-figlio e, considerato più analiticamente, il conflitto tra fratelli. Il re, padre assoluto, viene spodestato dal popolo suo figlio, che se ne impossessa del ruolo, per poi contenderselo nuovamente al suo interno, ossia tra fratelli. Di tale natura si possono considerare le guerre civili. Lo schema è stato messo in risalto in un’ottica di psicologia collettiva da Freud in Totem e tabù, ma lo si può leggere in chiave teoretica in Hegel e ancora più chiaramente nella versione socio-economica che ne dà Marx. Nella visione storicistica marxiana l’antico sistema gentilizio generò gradatamente il feudalesimo, che alla fine lo spodestò; il feudalesimo generò la classe borghese, che poi ne prese il posto; la borghesia infine genera la classe proletaria, destinata, secondo questa analisi, a spodestarla e a distruggerla. Il rapporto conflittuale, così ricostruito, si iscrive esattamente nel paradigma padre-figlio.
 
Ma il conflitto tra fratelli rappresenta, in merito, un paradigma più completo, di quello padre-figlio perché dà ragione del fatto che chi esercita il potere del padre è a sua volta un figlio che occupa la posizione del padre imponendo la sua autorità su altri, che nei suoi confronti si considerano fratelli; precisamente fratelli, in quanto posti sullo stesso piano di chi è subentrato al potere paterno. Detto in altri termini, chi prende il potere occupa il posto del padre senza essere padre, ed idealmente è in partenza in una posizione paritetica con gli altri membri della collettività, come avviene tra fratelli, ossia tra uguali rispetto al padre. Ed è proprio a questo genere di fratellanza che risalgono due caratteristiche ineludibili degli ordinamenti del potere politico: da una parte l’inquietudine, il timore e i sospetti vissuti da coloro che devono accettare un privilegio differenziante, dall’altra il timore di chi ne è investito, che per giustificarlo e per conservarlo è costretto a legittimarsi, per non imporsi con la sola forza, e ad esibire motivazioni di non essere un usurpatore. Da qui nasce la necessità della legittimazione del potere. Diciamo che soltanto la condivisione di un sentimento comune che non comporti nessuna componente competitiva o che non chiami in causa nessuno stato di concorrenza, non sfocerebbe in conflitto fraterno; ma in questo caso si tratterebbe di una realtà che cela in sé l’espressione di un principio che affratella in quanto figli di una stessa madre, non di uno stesso padre: fratellanza materna, dunque, e non paterna.
 
Questa considerazione ci pone già sulla strada dello spirito di fratellanza richiamato da Ungaretti nel nostro motto. Il poeta, tornato sui luoghi che ormai mezzo secolo prima lo videro combattente, ripensa ai soldati dell’uno e dell’altro fronte. Erano state terribili esperienze sul campo, dove gruppi di uomini contro gruppi di uomini e uomo contro uomo, travolti da un furore che annebbia i sensi, mettevano in gioco la vita e la morte, mostrando come possa sopprimersi ogni barlume di comunanza di persone e di sorti e quindi da ultimo cancellarsi l’umanità stessa.
 
Pur nel compiere coraggiosamente il proprio drammatico dovere contro il nemico, nel profondo del cuore parla un sentimento segreto: quel nemico è come me, sta soffrendo come me, sta vivendo come me, nei medesimi pericoli che vivo io, in un’identica condizione umana; nel mio intimo, allora, lo sento come un fratello e so che nel profondo a sua volta mi sente come un fratello. Ecco la fratellanza in senso unificante, che ci verrebbe da definire di impronta materna. Qui non c’entrano più idealità di sorta, non c’entra la libertà, non c’entra nemmeno l’uguaglianza e tanto meno questioni di rivalità di potere. L’idea di fratellanza che viene proposta dalle parole di Ungaretti va naturalmente al di là delle appartenenze volontarie e di qualsiasi riferimento ad istituzionalismi pubblici e privati ed è rivolta, se così possiamo dire, ad interpretare dimensioni ontologiche di umanità.
 
Se vogliamo immaginare la fratellanza al di là di un semplice sentimento soggettivo, dobbiamo riflettere sul suo significato. Come sentimento di condivisione di una medesima sorte, e quindi di appartenenza ad una condizione comune, la fratellanza comporta certamente il riconoscimento di una situazione di uguaglianza. Ma dobbiamo intenderci in proposito. Donde proviene tale uguaglianza? Uguali si può essere soltanto in relazione a qualcosa, uguali in riferimento a, rispetto a, cioè in base ad un criterio qualificatore e di connotazione, che permetta di stabilire uguaglianze e differenze. L’uguaglianza non è un dato di fatto: in natura ogni essere è diverso da un altro essere. Ognuno si trova di fronte ad esseri diversi da sé, sia per natura che per cultura, cioè per effetto di opera umana. L’uguaglianza non è posseduta automaticamente, non si dà da sé, non può essere mai cosa scontata. Nel suo significato morale e sentimentale va riconosciuta in sé stessi e, per dir così, costruita come similitudine, somiglianza, analogia di condizione, aspetti che presuppongono tutti a fondamento la differenza. Di conseguenza la fratellanza unificatrice si deve fondare sulle diversità, più precisamente sul riconoscimento del diverso in una condizione che accomuna. Questo fa anche capire perché la fratellanza non può essere considerata un diritto: avvertita come sentimento, è una scelta, che può essere praticata anche come atto di volontà e assunta altresì come un impegno.
 
A partire da queste valutazioni il richiamo alla fratellanza vuole che questa sia una presa di posizione, e una presa di posizione non passivamente recepita come dato di natura, bensì che deve essere interiormente coltivata. Coltivare, aver cura – vocaboli che hanno la stessa radice di cultura – implicano anche il senso di un dovere, come bene esprime il verbo tedesco pflegen, che vuol dire avere cura, da cui deriva il termine Pflicht, ossia dovere. In una parola: fratellanza, al di là di ogni retorica e di ogni pretesa ideologica, significa impegno di riconoscere e rispettare delle diversità, nelle quali si trovano motivi profondi di comunanza, di complementarità e di armonia.
 
Il breve quadro che abbiamo tracciato deve suggerirci una lezione. La lezione deve provenire proprio da quei territori che hanno dato ad Ungaretti l’occasione di lasciarci le parole da cui abbiamo preso spunto.
 
Superate definitivamente, come in cuor nostro auspichiamo, le tragiche vicende che in più fasi e con protagonisti diversi li hanno visti devastati da una feroce furia bellica, quei territori guardano ora verso nuovi orizzonti di convivenza. Sono territori nei quali la storia ha tracciato molti confini e che noi complessivamente chiamiamo Mitteleuropa, un nome che li unisce nel più pieno rispetto delle loro diversità e delle loro tradizioni. Fare di quei confini non barriere di divisione, ma ponti di collegamento e di interscambio tra diversità che si impegnino a conoscersi sempre meglio e ad approfondire sempre più intensamente i propri rapporti. Consapevoli di essere il principale punto di incontro e di incrocio delle culture storiche che costituiscono il pluralismo europeo, le popolazioni mitteleuropee sono chiamate in modo speciale a collaborare tra loro in un comune destino, coltivando le proprie energie e il proprio patrimonio culturale con un concreto spirito di fratellanza. E questo è un impegno che non accampa diritti, ma che comporta di essere coltivato e sentito come un dovere irrinunciabile.
data di pubblicazione: 31-12-2017
autore: Giulio Maria Chiodi | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.75 | tema: ATTI DEL 52° CONVEGNO ICM
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