È Nicosia, capitale di Cipro, separata da circa cinquant’anni, come il resto dell’isola, tra greco-ciprioti e turco-ciprioti. La crisi nel Paese mediterraneo si trascina ormai da decenni ma è oggetto, da poco più di un anno, di un rinnovato ed intenso negoziato intrapreso tra i capi delle due comunità, il Presidente della Repubblica di Cipro e leader della comunità greco-cipriota, Nicos Anastasiades, e il leader della comunità turco-cipriota, Mustafà Akinci, alla presenza del “facilitatore” dell’ONU, rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Barth Eide, ex ministro degli esteri norvegese. Anastasiades e Akinci hanno concordato una road map di incontri che potrebbero essere decisivi a Ginevra dal 9 all’11 gennaio, fino all’apertura della Conferenza multilaterale il 12 gennaio (ancora in corso al momento in cui si scrive).
La crisi nel Paese mediterraneo si trascina ormai da decenni ma è oggetto, da poco più di un anno, di un rinnovato ed intenso negoziato intrapreso tra i capi delle due comunità
La storia della divisione di Cipro ha radici lontane. Il 16 agosto 1960 l’isola ottiene l’indipendenza da Londra e viene proclamata la Repubblica di Cipro, in cui la comunità turco-cipriota, largamente minoritaria, è dotata di garanzie costituzionali. Gli inglesi, dal canto loro, mantengono due basi militari in cui esercitano la propria sovranità. Nonostante la struttura di governo separasse le due comunità e ne chiarisse i ruoli (la Presidenza ai grecoci-prioti, la Vicepresidenza ai turco-ciprioti, le cariche nel governo centrale e nei governi locali ripartite per il 70% ai primi e il 30% ai secondi), le tensioni tra i regimi militari che governavano la Grecia e la Turchia negli anni ’60 e ’70 si rispecchiarono nella profonda divisione tra le due comunità. I primi momenti di forte tensione interetnica tra si verificarono sulla questione della compresenza delle due etnie nell’esercito. Di fronte alle proposte di vari emendamenti alla Costituzione, tra cui l’abolizione del diritto di veto, i turco-ciprioti reagirono e le tensioni portarono ad una vera e propria guerriglia civile, col risultato che la comunità minoritaria fu costretta a vivere in vere e proprie enclave, situate anche nella stessa capitale, difese da truppe britanniche.
Per prevenire ulteriori disordini, nel 1964 venne lanciata la missione di pace delle Nazioni Unite a Cipro (UNFICYP, dall’inglese
United Nations peacekeeping Force in Cyprus), la più duratura forza di interposizione mai schierata. Nel frattempo, tuttavia, la giunta dei Colonnelli greci sostenne sistematicamente con aiuti e finanziamenti i movimenti paramilitari greco-ciprioti fautori dell’assimilazione forzata (“enosis”) da attuare anche con un colpo di stato, ma Ankara a questo punto decise di intervenire direttamente invadendo Cipro (luglio 1974), conquistando il controllo diretto di ampie aree dell’isola e inducendo circa 180.000 greco-ciprioti a fuggire a sud. Da allora il 60% del territorio è controllato dalla Repubblica di Cipro, il 35% ricade nella zona turca, il 2,5% rientra nella “terra di nessuno” pattugliata dall’ONU ed un ulteriore 2,5% appartiene alle basi britanniche.
Dal momento dell’invasione turca, il Piano di riconciliazione tra le due comunità, varato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan nel 2004 a ridosso dell’ingresso di Cipro nell’Unione Europea, è stato a lungo l’unico negoziato ad avere prodotto un accordo politico, naufragato però lo stesso anno per la bocciatura referendaria dei greco-ciprioti. Nonostante il prolungato stallo politico, da anni la missione UNFICYP non registra violenze e attriti lungo la linea di divisione, che può essere attraversata con un lasciapassare.
Dopo il fallimento del 2004 la questione di Cipro è rimasta per anni bloccata a causa di veti incrociati. Le condizioni per un dialogo costruttivo si sono venute a creare solo nel 2015 con l’elezione di Mustafà Akinci al vertice della sedicente “Repubblica turca di Cipro Nord” (proclamata da Ankara nel 1983), politico moderato e concittadino (di Limassol) del Presidente greco-cipriota Anastasiades, e come lui fortemente motivato a rilanciare il processo. Tale positiva congiuntura, unita all’atteggiamento non ostativo del presidente turco Erdoğan, era stata propiziata con l’adozione della
Dichiarazione congiunta del dicembre 2014 che ha inquadrato il negoziato sancendo il principio di un ente federale composto da due soggetti federati paritari, con un’unica cittadinanza e al suo interno due comunità con pari diritti.
Per tutto il 2016 i negoziati, i negoziati, condotti direttamente da Anastasiades e Akinci con le Nazioni Unite in funzione di assistenza esterna, sono proseguiti con graduale, costante successo
Per tutto il 2016 i negoziati, condotti direttamente da Anastasiades e Akinci, in qualità di capi delle due comunità e con le Nazioni Unite in funzione di assistenza esterna, sono proseguiti con graduale, costante successo. Nel secondo semestre sono entrati in una fase molto intensa, che alcuni volevano essere conclusiva, con sessioni a porte chiuse a Ginevra. Non sono mancati in questo periodo alcuni elementi che hanno rischiato di allontanare le parti. Sul versante turco-cipriota si è posta la questione della perdurante influenza economica da parte di Ankara, che porta ad una strisciante assimilazione del nord mediante l’inaugurazione di un nuovo acquedotto sottomarino, la privatizzazione del settore elettrico a favore di società turche, il rinnovo del Protocollo economico per il 2016-2018, in virtù del quale il bilancio di Nicosia nord è sostenuto dalla Turchia, e il cambio di «governo» turco-cipriota ad opera degli elementi più conservatori. Sul fronte greco-cipriota il terzo
round di concessione di licenze per la ricerca di idrocarburi nella ZEE cipriota è stato avvertito dall’altra comunità come una messa in mora dei propri diritti.
Nell’autunno del 2016 il negoziato inter-cipriota è sembrato comunque arrivare ad un punto decisivo, ma la notte del 21 novembre
si sono interrotti i colloqui tra le due comunità in corso a Mont Pèlerin in Svizzera. Dopo sedici mesi di trattative si era giunti finalmente ad affrontare gli spinosi capitoli di territori e sicurezza/garanzie: i problemi sul tappeto riguardano infatti le percentuali di territorio delle due entità federate, il tetto numerico di rifugiati greco-ciprioti da lasciar tornare al nord e il destino delle proprietà abbandonate dopo l’invasione ed attualmente occupate da militari e coloni turchi dell’Anatolia, la struttura e il meccanismo di rotazione della presidenza federale, il regime di sicurezza e garanzia da parte di Turchia (che ha 40.000 effettivi al nord e che insiste nel mantenere una presenza armata, anche se sono ipotizzabili nuove forme di guarentigie militari), Grecia (che spinge per la fine del sistema delle garanzie sancito nel 1960) e Regno Unito (che ha due basi militari strategiche per il Medio Oriente e la navigazione nel Levante).
Una delle maggiori criticità per la definizione di una «mappa» delle due entità federate riguarda la restituzione della città di Morphou che, prima del 1974 abitata al 95% da greco-ciprioti, è stata negli ultimi anni sviluppata quale residenza di coloni e militari turchi provenienti dall’Anatolia, attraverso la costruzione di alloggi, moschee e un’università. Peraltro la dinamica demografica dell’isola evidenzia le criticità provocate dalla prolungata divisione in due zone. In base ai dati disponibili, gli abitanti di Cipro sono 862.000 al sud e circa 250.000 al nord, di cui 90.000 cittadini (turco-ciprioti e 160.000 “coloni” turchi. Risulta quindi impressionante la diaspora residente all’estero, che si articola in 170.000 grecoci-prioti e 130.000 turco-ciprioti nel solo Regno Unito, oltre ad altri concentrati in Australia, Canada, Stati Uniti e Sudafrica. Da questi numeri emerge poi che sull’isola i greco-ciprioti rappresentano il 77%, i turco-ciprioti il 18%, mentre le altre minoranze (cattolici maroniti e latini, armeni, britannici) il restante 5%.
Il rilancio dei colloqui è coinciso con la decisione di Anastasiades e Akinci di convocare, ai primi di dicembre, la Conferenza multilaterale fortemente richiesta da Ankara per chiudere la pluridecennale questione alla presenza di greco-ciprioti, turco-ciprioti, Grecia, Turchia, Gran Bretagna, insieme al “facilitatore” dell’ONU Eide. In una recente intervista, replicando ai suoi detrattori, il presidente Anastasiades ha esplicitamente rifiutato di tracciare delle “linee rosse” invalicabili in materia di sicurezza e garanzie e non ha escluso un periodo di transizione, dopo un eventuale accordo, durante il quale rimarrebbero a Cipro sia delle “garanzie da parte della Turchia e di altri, che un numero limitato di truppe turche, a condizione che venga prevista una ragionevole data di scadenza”. Anastasiades ed Akinci continuano dunque a dimostrare la loro comune determinazione e volontà a raccogliere e rispettare preoccupazioni ed aspettative di entrambe le comunità per raggiungere “una soluzione che non lasci né vincitori né vinti” sostenibile nel lungo periodo e che possa essere approvata tramite referendum.
Sia Anastasiades che Akinci devono però confrontarsi con forti opposizioni interne. I partiti “oltranzisti” greco-ciprioti restano ancorati a posizioni massimaliste, che nella sostanza preferiscono la situazione di divisione piuttosto che una soluzione di compromesso. Akinci, dal canto suo, è pressato dal “governo” della cosiddetta “Repubblica del nord” capeggiato da Ozgurgun e Denktash jr., portatore di posizioni ancor più rigide di quelle di Ankara, sullo sfondo della difficile situazione interna turca e di conseguenti pubbliche frizioni nei rapporti Turchia-UE, che pesano anche sul clima del negoziato cipriota.
Decisivo per il successo del negoziato sarà in ogni caso l’atteggiamento delle tre Potenze garanti, ed in particolare di Ankar
Decisivo per il successo del negoziato sarà in ogni caso l’atteggiamento delle tre Potenze garanti, ed in particolare di Ankara. La Turchia potrebbe considerare che una Cipro federale e interamente nell’UE non solo farebbe cadere i frequenti veti attualmente posti da Nicosia nel difficile negoziato di adesione di Ankara all’UE, ma anzi ne promuoverebbe alcune istanze quali l’introduzione del turco come lingua ufficiale dell’Unione in quanto lingua ufficiale cipriota, il finanziamento comunitario di grandi infrastrutture energetiche, ecc.
Solo nei prossimi mesi si saprà se il “muro di Nicosia” cadrà lasciando spazio ad un futuro di sviluppo e di pace per l’isola di Cipro.
Le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.■