Un’alleanza da consolidare
di SALVATORE FERRARA
È stata una visita lampo quella avvenuta a Doberdò del Lago per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accompagnato dal Presidente sloveno Borut Pahor, Mattarella ha presenziato alla cerimonia di inaugurazione del monumento posto a perenne memoria dei soldati sloveni caduti tra il 1914 e il 1917 sul fronte dell’Isonzo.
In un momento così denso di significato, Mattarella ha sottolineato come la storia sia costruita insieme dopo i sacrifici avvenuti su fronti contrapposti. “Il fronte oggi è il cammino della pace che va trasmessa alle nuove generazioni” ha affermato il Capo dello Stato, che ha poi sottolineato l’importanza dei valori dell’amicizia e dell’alleanza per i due Paesi coinvolti. Il futuro, quindi, al centro del discorso pronunciato a braccio dal Presidente che ha inoltre parlato di convivenza, collaborazione, consolidamento, integrazione e costruzione del e nel bene comune.
La lapide commemorativa realizzata dal Kulturni dom di Gorizia e dal Comune di Doberdò del Lago, è opera dell’architetto goriziano Giuseppe Cej.
FOTO KULTURNI DOM GORICA
Infine, l’attenzione del presidente sulla questione delle minoranze che “sono elemento portante” da custodire per non retrocedere e vivere insieme per fare passi in avanti in un clima di collaborazione. Al termine della cerimonia ufficiale i Capi di Stato hanno lasciato il parco comunale festeggiati dalla comunità e dai bambini delle scuole elementari del posto e dagli studenti della sezione slovena dell’istituto scolastico di Vermegliano (Ronchi dei Legionari).■
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Intervento del Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor a Doberdò del Lago
Egregio signor Presidente e caro amico Sergio Mattarella, egregio signor Sindaco, connazionali e cari amici italiani, signore e signori.
Le guerre non risolvono i problemi. Ne creano di nuovi. Tutte le guerre creano nuovi problemi, in particolare le grandi guerre mondiali. La guerra è fondamentalmente ingiusta. Spesso i conflitti sono generati da capi avventati o incompetenti e per colpa loro soffrono soldati e persone innocenti. La Grande guerra, ossia la prima guerra mondiale, è il miglior esempio di questo fatto tragico. Non era necessaria, nè era inevitabile.
Non era destino che la guerra scardinasse moralmente il mondo e l’umanità. Il mondo e l’umanità non erano necessariamente predestinati a subire uno scardinamento morale dalla guerra.
Il mondo e l’umanità non erano destinati ad essere devastati moralmente da quella guerra. Così decisero i leader politici e militari. Si illudevano che la guerra avrebbe risolto i problemi e che sarebbe durata poco. Niente di tutto questo era vero. Nonostante quattro anni di uccisioni a livello mondiale, i problemi non si risolsero. Anzi, si accumularono nuovi problemi e occorsero solo vent’anni prima che l’umanità scivolasse in un altro, ancora più terribile conflitto mondiale. Questo fu talmente mostruoso, che ci fece dimenticare la memoria storica del terrore della prima guerra mondiale.
Inaugurando questo monumento, facciamo notare alle generazioni attuali e future l’ assurdità di quelle tragedie umane di cento anni fa. Questo monumento è dedicato ai caduti di madre slovena. A loro è dedicato anche un triste inno sloveno “Ei Doberdob”.
Tuttavia, in senso metaforico, questo monumento è dedicato a tutti i giovani soldati morti, indipendentemente dalla loro nazionalità. È un richiamo per tutti coloro che vogliono recepire gli insegnamenti storici. Anche gli obiettivi più nobili, nel cui nome le guerre cominciano e poi soffocano sulle ceneri delle vittime e delle persone innocenti mutilate, su cui piangono con rivoli di lacrime i parenti sfortunati.
Egregio Signor Presidente, signore e signori, sembra che noi europei abbiamo imparato qualcosa dalla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale. I problemi possono essere risolti in via amichevole. Tutta la nostra vita sarà migliore e più facile se collaboriamo nel costruire un mondo comune di pace e prosperità. Questa consapevolezza per quasi tre quarti di secolo ha risparmiato le nazioni europee dalle guerre e regalato loro pace e progresso. Sulla base della riconciliazione del dopoguerra nacque e fiorì la grande idea europea di coesistenza e profonda cooperazione. Grazie a cio’ è stato possibile per decenni senza paura poter pensare di garantire un futuro sicuro e migliore.
Per il bene comune, dobbiamo stare attenti al richiamo delle sirene che, grazie alla diffusa perdita di memoria storica, cercano nuovamente di invitare i popoli d’Europa a tornare alle scogliere taglienti degli antagonismi nazionali.
Il non seguirle, è ora il nostro compito più ovvio. Ma questa è la parte facile. Complesso sarà dimostrare in maniera convincente l’utilità delle aperture e della cooperazione. Non dobbiamo neanche essere troppo veloci nel condannare coloro che non riescono a vedere. È fondamentale che ci sforziamo di confutare, argomentando, le loro opinioni e i loro stati d’animo.
Per noi è importante che, con una politica di risoluzione pacifica di tutte le controversie, con un’ eccellente collaborazione transfrontaliera e una buona cooperazione di vicinato, con rispetto reciproco e sottolineando l’importanza di un’ Europa comune per la pace e la sicurezza, rinvigoriamo la fede in un futuro comune. Questo monumento, eretto ai soldati sloveni della prima guerra mondiale, che combatterono su entrambi i fronti, sia l’ispirazione e memoria al coraggio che la presente e le future generazioni sappiano costruire un mondo senza guerra, un mondo di pace e di cooperazione leale.■
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Un tempo, un confine teatro di dolori. Oggi, un’area di cooperazione transfrontaliera
di RENZO BOSCAROL
Desidero ringraziare il Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor, per le sue significative parole - che riflettono l’amicizia che lega Slovenia e Italia e i nostri personali sentimenti di amicizia - e per aver accolto l’invito ad essere qui, oggi, in un momento così importante per la vita della città di Gorizia.
Vorrei inoltre rivolgere un saluto e un ringraziamento al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, ai Sindaci di Gorizia, di Nova Gorìza e al Professor Meyr.
Nei loro interventi è stato possibile cogliere aspetti diversi
- ma egualmente rilevanti e fra loro complementari
- di questo centenario.
Una ricorrenza ancor oggi ricca di significato, perché i contrasti di un tempo ormai lontano hanno ceduto il posto a una collaborazione crescente e proficua, che costituisce uno dei risultati più positivi di quel percorso di progressiva integrazione fra Stati e popoli del Continente il cui sessantesimo anniversario celebreremo a Roma il 25 marzo del 2017.
È infatti proprio l’Unione Europea che ha cambiato le “regole del gioco”, facendo tacere le armi e parlare i popoli
È infatti proprio l’Unione Europea che ha cambiato le “regole del gioco”, facendo tacere le armi e parlare i popoli, facendo recedere i nazionalismi e avanzare il dialogo. Facendo sempre più scoprire i tanti aspetti che uniscono, le tante affinità, l’identità di desideri di pace, di serenità, di collaborazione, di progresso per le singole persone e per le comunità.
È a questo progetto politico e sociale, prima ancora che economico, che dobbiamo il più lungo periodo di pace che l’Europa abbia mai sperimentato.
E questo “primato della pace” non va rimosso nelle riflessioni, e men che mai, dimenticato, proprio perché desideriamo fortemente che esso sia irreversibile.
Troppe volte
- nella dialettica interna e internazionale
- l’Unione viene criticata, le sue regole trattate come l’esempio di una burocrazia complessa e, a volte, addirittura oppressiva, come un limite rispetto a un passato esclusivamente nazionale che taluno vorrebbe raffigurare come una sorta di “età dell’oro”.
Questo giudizio non rispecchia le straordinarie conquiste di un modello di convivenza e crescita unico al mondo
- visto in altri continenti come esempio cui ispirarsi
- e non riflette la verità più profonda che emerge dalle vicende storiche vissute dal nostro Continente.
Qui, in questa città, in queste terre, abbiamo esperienza e concreta testimonianza di un passato che ha portato con sé lutto, distruzione e privazioni.
Gorizia, lo ha ricordato il Sindaco
- medaglia d’oro benemerita del Risorgimento italiano
- è stata una città martire, confermata nei suoi valori patriottici dalla medaglia d’oro al valor militare nella Guerra di Liberazione, quando ebbe a subire dure occupazioni.
Oggi Gorizia guarda, meritatamente, ad un futuro che corrisponde alla sua vocazione internazionale, sulla spinta di strumenti previsti in ambito europeo.
Nelle battaglie della Grande Guerra intere generazioni di giovani e valorosi hanno combattuto e si sono sacrificati, mentre sono stati milioni coloro, popolazioni comprese, che hanno patito l’orrore della guerra.
Giovani di queste contrade schierati su fronti diversi.
Giovani di queste contrade mandati a combattere su fronti lontani, dalla Galizia alla Russia.
A tutti va il nostro pensiero commosso. Eppure, i lutti di quell’Europa, di quegli anni, non sono stati sufficienti, allora, per spingere a costruire un assetto continentale equilibrato e duraturo.
Abbiamo dovuto patire una nuova grande tragedia mondiale, ulteriori devastazioni, nuove sofferenze, seguite da una tanto innaturale quanto lunga e pericolosa divisione del Continente, per riuscire a elaborare e costruire un progetto che potesse raccogliere tutti gli Europei in una comune prospettiva. Ancora troppo di recente la regione dei Balcani ha dovuto vivere momenti drammatici.
L’Unione Europea, l’unione dei popoli europei, dei cittadini dei nostri Paesi - lo ha dimostrato anche in questa occasione - è un progetto di grande valore, che va coltivato quotidianamente, anche per rimuoverne le imperfezioni, le contraddizioni, per migliorarlo sulla base di una critica anche severa ma costruttiva, attenta e, soprattutto, di spinte ideali all’altezza dei tempi e della storia.
Al compimento di questo progetto, è intimamente legata la possibilità per gli europei di essere protagonisti in un mondo nel quale la globalizzazione ha reso vicini anche problemi e fenomeni un tempo considerati lontani
FOTO QUIRINALE
Al compimento di questo progetto, al suo successo, è intimamente legata la possibilità per gli europei di essere collettivamente protagonisti in un mondo nel quale la globalizzazione ha reso vicini anche problemi e fenomeni un tempo considerati lontani. Un mondo che tende a dare meno spazio a singoli Paesi ma che non può prescindere da un insieme coeso di popoli e Stati europei che condividono gli stessi valori e i medesimi principi e da essi traggono la loro forza, quella che può consentire alla loro Unione di svolgere un ruolo ben più ampio e decisivo sulla scena internazionale, per contribuire autorevolmente alla pacifica convivenza e alla crescita equa in ogni parte del mondo.
Abbiamo ascoltato i Sindaci di Gorizia e di Nova Gorica.
Pochi luoghi in Europa come quello in cui siamo oggi possono testimoniare così chiaramente la trasformazione avvenuta nelle menti, nei cuori e nella condizione dei cittadini europei e lo straordinario progresso che la comune appartenenza di Slovenia e Italia all’Unione Europea e il loro comune desiderio di pace, di amicizia e di cooperazione hanno prodotto.
Un confine
- sino a pochi anni or sono concreto e visibile
- si è progressivamente smaterializzato, a tutto vantaggio di una progressiva osmòsi tra le due comunità che costituisce, oggi, un paradigma dello spirito più autentico dell’Unione Europea.
I gerani che delimitano oggi il confine tra Italia e Slovenia ci dicono - cito il prof. Meyr - che i confini possono trasformarsi in ponti che uniscono.
Al posto di quel confine
- protagonista e testimone di separazioni, dolori e nostalgia
- è nata un’area di cooperazione transfrontaliera, tra Istituzioni, società civili, enti di studio e di ricerca e tanti altri attori del nostro vivere in comune.
Una menzione particolare merita, a questo riguardo, lo strumento creato dall’Unione Europea per facilitare le cooperazioni transfrontaliere: il Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale.
E non è un caso che esso sia stato attivato per la prima volta, a livello continentale, proprio qui, fra i Comuni di Gorizia, Nova Gorìca e Sempeter Vrtojba, in Slovenia.
Slovenia e Italia possono ormai essere considerate, a giusto titolo, un modello di cooperazione per l’Europa e il mondo
Auspico che questa collaborazione sia sempre più feconda e che i progetti nei settori del turismo e della sanità, che stanno così tanto a cuore ai nostri concittadini, possano trovare piena e rapida applicazione, consolidando ulteriormente due pilastri della vita dell’Unione: la facilità di movimento e la difesa della salute.
In queste terre, particolarmente prezioso si è rivelato il ruolo svolto dalle identità linguistiche diverse da quella italiana, per le quali la nostra Costituzione ha previsto una specifica tutela. Sono davvero lieto di poter constatare come la comunità slovena in Italia e quella italiana in Slovenia riescano a testimoniare l’orgoglio delle proprie radici, rappresentando, al contempo, un elemento di ancor più stretta unione fra i nostri Paesi; sono veri e propri moltiplicatori di iniziative e di collaborazioni che ci consentiranno
- ne siamo certi
- di progredire ulteriormente, verso l’accrescimento di un’area di pace e di comune prosperità.
Slovenia e Italia possono ormai essere considerate, a giusto titolo, un modello di cooperazione per l’Europa e il mondo.
Eppure, dobbiamo sempre tenere a mente come i risultati raggiunti sinora non debbano mai considerarsi scontati e, quindi, automaticamente eterni: ciascuna generazione deve saperli rinsaldare e rafforzare.
Ce lo ricorda la cronaca di questi mesi, contrassegnata dalla insistenza con la quale, altrove, si continuano a mettere in discussione i valori fondanti dell’Unione e non soltanto le sue scelte, evocando velleitariamente la costruzione di nuove barriere.
È indispensabile, quindi, continuare a lavorare incessantemente, per consolidare i traguardi che abbiamo potuto raggiungere, coltivando la memoria del passato, affinché anche le nuove generazioni possano rendersi pienamente conto del lungo, e spesso doloroso, cammino che i nostri popoli hanno compiuto per costruire insieme il loro futuro.
È dovere delle classi dirigenti europee diffondere fra i giovani il senso dei valori sui quali sono costruite le nostre democrazie, e il progetto comune
- l’Unione Europea
- che i padri fondatori animarono, per non dover più vivere le tragiche esperienze della guerra e delle dittature. Ed è parimenti nostro compito metterci in ascolto dei giovani, delle loro aspirazioni, delle loro idee, delle loro proposte.
È un compito impegnativo, al quale nessuno può e deve sottrarsi, con l’obiettivo di consegnare all’Europa di domani una casa comune sempre più salda, prospera e ben realizzata, all’altezza della sua civiltà e delle sfide attuali.■