La ludopatia è diventata in pochi anni una delle maggiori e più temibili dipendenze della nostra società. Rimanerne fuori e soprattutto uscirne una volta che si è stati sedotti e risucchiati può rappresentare una vera e propria sfida, una di quelle che impegnano tutte le risorse personali, familiari e sociali a disposizione.
Come tutte le dipendenze, il Canto delle Sirene incanta e ammalia, e fa leva proprio sul bisogno di illusione e evasione sempre più diffuso. Da cosa vogliamo evadere, cosa stiamo cercando? Questa è la prima domanda che ci si può porre quando si sente un’irresistibile attrazione per il gioco d’azzardo. Tanto fa la responsabilità individuale nel cadere e perseguire una simile dipendenza, tanto fa la” macchina del gioco d’azzardo”, che sembra aver creato a tavolino tutti i presupposti perché i novelli Ulisse senza cera nelle orecchie vengano ammaliati. A differenza degli iniziali casinò, che in alcune regioni italiane di confine come il Friuli Venezia Giulia sono più accessibili che in altre, e che impongono comunque alcune regole, quali l’accesso vietato ai minori e l’obbligo di fornire un documento di identità, il nuovo gioco d’azzardo è onnipresente e ci segue ovunque, basta andare a fare la spesa, aprire il computer o il cellulare. Gesti quotidiani che riguardano tutti, giovani, anziani, uomini e donne. Non siamo noi a doverci recare da lui, ma è lui che è entrato di prepotenza nelle nostre case, come il più scaltro dei venditori porta a porta, e ci ha colti impreparati o in un momento di fragilità, come il procacciatore di clienti nell’ultimo film di Nanni Moretti. Dunque, il gioco d’azzardo fa parte ormai della nostra vita, numerose pubblicità lo sponsorizzano come qualcosa di non solo usuale, ma anche auspicabile, perché ti può cambiare la vita risolvendoti tutti i problemi economici. E in un momento in cui molti faticano ad arrivare a fine mese, come resistere a tale tentazione?
Ma cosa succede quando il gioco d’azzardo non è più un gioco “responsabile” (come lo chiamano nelle pubblicità) e diventa ludopatia, ovvero patologia, dipendenza? Quali sono i segni? La prima cosa da tener presente è che è un processo molto subdolo, che si insinua in modo sottile nelle nostre vite. Come altre dipendenze, si può cominciare con la convinzione di poter controllare il gioco e di essere più in gamba di lui, e magari questa fase permane anche per lungo tempo. Ma in quel tempo il gioco d’azzardo si insinua e crea una crepa, un punto fragile che diventa la porta d’accesso per la nuova dipendenza appena i tempi sono maturi, quando siamo distratti o bisognosi.
Rendere qualcosa usuale e familiare è la migliore strategia per introdurla nella vita di una persona, che penserà anche di averla scelta in maniera autonoma
Rendere qualcosa usuale e familiare è la migliore strategia per introdurla nella vita di una persona, che penserà anche di averla scelta in maniera autonoma.
Come l’ennesimo caffè della giornata che ci fa schizzare il cuore in gola, o le tavolette di cioccolato iper zuccherato che siamo ormai abituati a vedere ovunque e che selezioniamo con nonchalance dai distributori automatici. “Usuale” non equivale a “non fa male”. Quando e come potrebbe diventare una dipendenza, dipenderà dalle circostanze interne o esterne della vita di quella persona che la porteranno a non riuscire più a controllare il gioco, finché da attività occasionale diventerà predominante e invalidante. ll giocatore investirà là tutte le sue risorse materiali e psicologiche, trasgredendo qualunque regola relazionale e sociale e mettendo in pericolo se stesso e tutto il suo mondo.
Cos’è il gioco d’azzardo? Stiamo giocando d’azzardo ogni volta che prendiamo parte ad un’attività in cui rischiamo soldi o oggetti di valore per vincere più denaro di quanto ne abbiamo scommesso. Già la definizione stessa di gioco d’azzardo dà adito al primo equivoco, che la lingua inglese non permette, in quanto la parola gambling (gioco d’azzardo) è diversa da game (gioco), e fa comprendere bene che quando è gamblig non stiamo veramente solo giocando, ma stiamo andando oltre.
La differenza fondamentale è che quando we game, noi giochiamo, noi possiamo chiudere il gioco fuori dalla nostra vita una volta che questo è terminato.
Per quanto appassionante possa essere una partita di Monopoli, o di Risiko, una volta chiusa la scatola torniamo alla nostra vita. Questo non può succedere se i soldi che abbiamo perso non sono giocattoli di carta stampata ma quelli con cui dovevamo fare la spesa o pagare l’affitto o la retta mensile per lo sport di nostro figlio. Non possiamo più tenerlo fuori. Se il gioco occupa la maggior parte dei nostri pensieri, se condiziona le nostre relazioni, se mette in pericolo la nostra attività professionale, se passiamo da stati di euforia a stati di disperazione, se il nostro umore è volubile e instabile, allora non possiamo più tenerlo fuori e da game è diventato gambling, siamo affetti da ludopatia. Non siamo più capaci di stabilire o rispettare un limite sul denaro e sul tempo spesi a giocare. Il gioco patologico manifesta evidenti similitudini con la dipendenza da alcol e droghe: producono un forte stato euforico, inducono tolleranza, ovvero il bisogno di aumentare la dose per avere un’eccitazione sempre più forte e assuefazione.
Una delle caratteristiche principali del giocatore è l’utilizzo del pensiero magico, ovvero pensare di poter maturare abilità nei giochi d’azzardo, proprio come farebbe con un gioco di agonismo.
Diventa superstizioso e comincia a pensare che la prossima volta ce la farà se svilupperà un nuovo talento, una nuova abilità. Ancora una volta è vittima di un inganno, il gioco d’azzardo non prevede abilità ma solo fortuna. La sorte è l’unica che decide. Pensiero magico è anche credere che se si è avvicinato alla vincita (è uscito il 26 e aveva giocato il 27) la prossima volta gli andrà bene, come essere convinto che il gioco possa rispondere a un principio di equa distribuzione delle vincite. Questi fattori predispongono al gioco e contemporaneamente costituiscono la base sulla quale possono innescarsi pericolose escalation e difficoltà a interrompere il circuito del gioco. È la negazione della logica in favore della magia che sta alla base dello sviluppo del gioco d’azzardo. Un altro elemento riguarda la scelta di continuare a giocare per non “sprecare” le risorse (tempo, soldi, fatica) già “investite”. Anche qui è una convinzione errata e un’illusione alla base. Questo fenomeno è chiamato “effetto Macbeth”, la trappola è l’idea di recuperare i soldi insistendo e di essere ricompensato dopo tante perdite. Ma, secondo numerose statistiche stilate, più si gioca più si perde.
La dipendenza dal gioco d’azzardo necessita di diagnosi, cura e riabilitazione precoci. Sconsigliato il fai da te. Il primo passo per uscirne è diventare consapevole di avere un problema e chiedere aiuto. In alcune regioni sono attivi servizi pubblici a carico della Asl, anche presso i servizi di tossicodipendenza territoriali, in altre ci si può rivolgere ad associazioni (come AND, Azzardo e Nuove Dipendenze) o specialisti che lavorano nel privato. Le figure coinvolte nella riabilitazione sono psicologo, consulente legale, finanziario, tutor per la gestione del patrimonio, assistente sociale per le famiglie. Quando in famiglia una persona gioca, qualunque altro componente può chiedere aiuto, ed è consigliabile che tutta la famiglia intraprenda un percorso terapeutico perché il gioco di un membro coinvolge tutti gli altri ed è fondamentale che tutti sviluppino le risorse e le consapevolezze necessarie a gestire il problema. La dipendenza porta alla perdita della propria forza, del proprio ruolo nella vita e quindi dell’autostima.
Vincere la dipendenza e riappropriarsi della propria forza è un atto di volontà e di guarigione.■