Mercato e politica non hanno mai trovato nella storia così tanti punti in comune quanti nel secolo scorso, quando l’Europa e tutto il resto del mondo conobbero quel fenomeno senza precedenti dal nome “guerra totale”. Infatti, secondo diversi economisti,
la lunga “guerra dei trent’anni”, come qualche storico ha ridefinito insieme la Prima e Seconda Guerra Mondiale, fu l’occasione per gli Stati coinvolti di far schizzare alle stelle l’industrializzazione, intensificandola laddove era già solida da tempo e concretizzandola dove invece era più flebile.
Fu l’occasione per gli Stati coinvolti di far schizzare alle stelle l’industrializzazione, intensificandola laddove era già solida da tempo e concretizzandola dove invece era più flebile
Il caso italiano apparteneva proprio a quest’ultima categoria, all’alba della Grande guerra, nel quale l’industria era sì presente nel Nord, nel triangolo Milano-Torino-Genova, ma il resto del Paese era principalmente agricolo. L’esigenza bellica stravolse tutto, tant’è che “Nel giro di quattro anni le attività industriali erano quadruplicate e il prodotto lordo era passato dai 4,6 miliardi di lire del 1914 ai 16,7 miliardi del 1918” (“Dalla crisi modernista al partito popolare”,
www.sturzo.it). Il nostro Paese uscì così dal conflitto con una struttura industriale ormai solida.
Questo exploit ebbe comunque un costo importante per le casse della monarchia sabauda: “La guerra era stata finanziata attraverso un colossale indebitamento, che nel 1919 ammontava ad oltre 69 miliardi di lire, realizzato in gran parte (circa 49 miliardi) con cinque prestiti nazionali. A questo indebitamento interno vanno aggiunti i debiti con l’estero, in particolare con l’Inghilterra (circa 15 miliardi e mezzo) e con gli Stati Uniti (circa 8 miliardi e mezzo)” (op. cit.). Inoltre c’era da affrontare la svalutazione della lira, che favorì il triplicarsi del costo della vita: l’Italia si avviava a un periodo di fortissime tensioni sociali, al limite della guerra civile.
Nomi come Fiat, Caproni e Ilva crebbero tantissimo in questi anni. Ciò perché l’esigenza di industria pesante era all’ordine del giorno durante il conflitto, per poi diminuire drasticamente fino alla richiamata alle armi, nel 1940.
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