Ricordando i cinquant'anni di vita di “Voce Isontina”, viene qui riproposta buona parte di un articolo uscito il 25 giugno 1967 che, quanto mai attuale nella riflessione sulla “grande guerra”, contribuisce a far comprendere la funzione civile e culturale di quel settimanale nel clima fervido degli anni '60, suscitato soprattutto dal Centro “Rizzatti” e da “Iniziativa Isontina”.
Da due anni ormai si ripetono le occasioni per ricordare a cinquant'anni di distanza qualche avvenimento militare o collegato con le vicende belliche. I cinquantenari non sono finiti e si avvicina purtroppo quello più amaro di Caporetto che, secondo i casi, verrà sorvolato, minimizzato o ricordato soltanto in funzione della vittoriosa riscossa.
Ci sarà ugualmente chi ricorderà quell'avvenimento ma esso potrà fare l'effetto di una nota stonata in un concerto di voci osannanti alla guerra e alla vittoria.
Per certuni, che non si sono posti ancora con coscienza davanti a quella terribile guerra, il ricordo di Caporetto potrà essere o sembrare un invito a ricordare certi impegni, finora trascurati. Potrà sembrare anzi che l'invito derivi proprio dall'occasionale coincidenza del cinquantenario. Se tutti avessero impostato la commemorazione fuori della retorica nazionalistica di tipo deteriore, fuori del roboante ed estenuato dannunzianesimo e senza il diluvio fanatico di iniziali maiuscole, quanto più naturale e giusto apparirebbe ora, come doveva apparire ancora due anni fa, il ricordo di certi dolori e di certi sacrifici, per cui la nostra gente ha dovuto tanto spesso sentirsi umiliata.
Gorizia deve svuotare della retorica più disumana certe commemorazioni e riscoprire l'autentica umanità, che è stata quasi costantemente mortificata in quella ubriacatura di «eroismi» superumani; ma accanto a questa riscoperta, deve ancora scoprire quasi del tutto una serie costantemente anonima di fatiche, di dolori e di morti, che hanno avuto l'impronta del dovere compiuto, fuori però degli ordinamenti dei vincitori. Sicché, in definitiva, è il patriottismo autentico che deve sentirsi umiliato per avere operato certe aberranti discriminazioni tra dovere e dovere, tra dolore e dolore, tra morte e morte.
Quanti sono i nostri soldati che hanno umilmente compiuto il loro dovere lontano da qui, durante quella guerra folle e terribile? Quanti goriziani e friulani sono morti su altri fronti? Quante volte si sono celebrate delle messe in suffragio per loro? Quanti monumenti ce li fanno ricordare? E non si vuol parlare di monumenti clamorosi e bolsi, quali purtroppo pullulano dovunque, a proposito e a sproposito: certi monumenti sono adatti soltanto a esaltare l'illegalità dannunziana, ma simo noi a subirli. Si allude a monumenti che non ingombrano e che non stonano, bensì testimoniano un'effettiva partecipazione, un'adesione dell'anima.
L'urgenza è tanto più forte, perché anche il ricordo nel cuore ha finito per essere cancellato, il ricordo delle nostre genti colpite e angosciate da tanto disastro.
Occorrerebbe tener presente il modo severo e responsabile con cui la nostra gente collaborava lealmente ma liberamente alla vita pubblica, economica e sociale dell'impero; occorrerebbe ricordare il sofferto senso del dovere, della disciplina nei riguardi dello Stato e l'adesione fiduciosa ad un organismo capace ed efficiente.
Se, accanto a questo, ricordiamo che la grande maggioranza dei cittadini friulani e giuliani, sudditi leali dell'imperatore, sapevano e potevano far rispettare i fondamentali diritti, anche nazionali, relativamente ai tempi, non possiamo non chinarci deferenti e mortificati davanti al sacrificio affrontato coscienziosamente dalle nostre genti in quella guerra con un'umiltà ed un pudore tanto lontani da certo sguaiato e chiassoso interventismo extra-giuliano. È stato notato che gli stessi interventisti e volontari giuliani assunsero così seriamente le loro responsabilità più grazie allo spirito particolare giuliano (emerge qui la civiltà giuliana) che per un'effettiva comunione con certi estremismi nazionalistici.
Ma, a parte questo dolorosissimo aspetto di quell'altrettanto dolorosa vicenda, conviene ricordare la sofferenza delle nostre genti, specialmente delle più umili, repentinamente immesse in un clima a loro del tutto estraneo, abituate com'erano a configurarsi e a condurre, nel loro umile e quieto angolo, una vita serena, modesta, civile e operosa.
Scarse sono le testimonianze scritte di quel mondo, che rifuggiva da manifestazioni appariscenti e clamorose: un quadro prudente si può comporre con alcune testimonianze contenute nella prima parte del volume edito nel 1966 dalla Biblioteca Governativa di Gorizia (Gorizia e l'Isontino nel 1915).
Riprendendo il discorso di sopra, c'è stata sì, quasi all'inizio delle ricorrenze, la voce di un poeta, di Ungaretti che ha ammonito: «Gorizia... non era il nome d'una vittoria..., ma il nome d'una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano nemico». «Non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega». Ma, si sa, i poeti si ascoltano volentieri quando fa comodo o indulgono nella retorica; altrimenti si giudicano utopisti.
Perniciosa, incrollabile e diffusa è l'opinione di una guerra «santa», di un combattentismo come abito costante, d'incastellature ormai naturali d'odii e di contrapposizioni incivili, di orgogli imperialistici. A nessuno che sia obiettivo sfugge la gravità delle conseguenze ripercossesi per lunghi decenni a fino da oggi.
Non si deve però sbandierare un pacifismo ormai di moda e negativo in quanto invita ad un disimpegno politico, ideologico e morale; né si vuole rinnegare l'alto valore dei sacrifici e degli ideali che, nonostante tutto, accompagnarono tale impresa.
E qui torna opportuno ricordare lo spettacolo allestito a Gorizia dal Teatro Stabile di Trieste: Gorizia 1916. Lo spettacolo fu variarmene discusso e rimane in parte discutibile nella tendenza a minimizzare il valore ed il significato ideale di quel sacrificio, in sé ammirevole anche se cinicamente sfruttato o «montato» da altri. Era lodevole quando invitava a riscoprire la dignità dell'uomo, condannava il bellicismo come metodo, proclamava il dovere del neutralismo, non come tattica ma come principio. Lo spettacolo, è vero, sconfinava in un generico internazionalismo e poteva risultare tendenzioso sul piano ideologico, ma andava accettato in quanto condannava in quella le tante guerre di aggressione scatenate in Europa in questi secoli, in quanto superava le barriere che i nazionalismi hanno eretto tra i popoli nell'ultimo secolo, in quanto suggeriva o faceva auspicare un mondo nuovo.
Certo, l'insegnamento più severo è venuto dall'orrore della guerra, in cui troppo spesso la violenza si veste di eroismo per farsi non soltanto giustificare ma addirittura esaltare.
Sulla stessa linea si potrebbe collocare la «corrispondenza» dal fronte che nell'agosto del 1916 curò Alice Schalek e di cui Guido Manzini ha voluto riportare un brano forte ed allucinante nel volume quarantesimo degli «Studi Goriziani»: la guerra è strazio, non esaltazione.
È difficile per chi rievochi la guerra evitare di lasciarsi prendere la mano o la fantasia dallo «spettacolo», dagli effetti visivi o passionali ch'essa suscita: anche per chi voglia condannarla, diventa pretesto di scenografia.
Non altrettanto avviene però se ci si volge agli uomini, ed in ispecie ai disarmati.
In questo senso, quello che più di tutti recentemente ha contribuito, possiamo dirlo, a far conoscere le sofferenze di quell'esercito disarmato che fu la nostra gente, è stato Camillo Medeot, il quale si è rivolto alla storia, alle cronache, ai diari ed alle memorie vive dei superstiti ed ha soddisfatto un dovere morale ancora trascurato. Egli si è apparentemente interessato soltanto delle peripezie, talora senza senso ma spesso tragiche, del clero isontino durante la Prima guerra mondiale. Ma in realtà, oltre che fare della storia, senza dunque limitarsi ed aneddoti di limitata risonanza, ha rievocato le vicende di tutto un popolo, colpito maliziosamente e calcolatamente nel suo clero.
Circostanze diverse hanno spostato la pubblicazione della Storia dei preti isontini internati nel 1915 dalle colonne di «Voce Isontina» all'«Iniziativa Isontina». Con questo lavoro accurato non viene soddisfatta soltanto un'esigenza di verità storica, che è pur sempre auspicata, ma è fatta sentire soprattutto un'esigenza di giustizia. Era doveroso ricordare il calvario di una sessantina di preti isontini, friulani e sloveni, che furono strappati dalle loro sedi, sotto il peso di accuse e di sospetti tanto gravi quanto infondati. L'enormità delle accuse svela il malanimo degli accusatori, sollecitati da un rabbioso odio anticlericale, ma anche il penoso clima denso di incertezze e di diffidenze che nascondevano in sé le «radiose giornate» di maggio.
La conoscenza di quelle traversie suscita indignazione anche perché si constata che per cinquant'anni nella storiografia di quelle stesse vicende sono invece fatte trionfare, quasi assolute, l'ingiustizia e la falsità.
Le ricerche di «Vir» rispondono dunque ad un severo imperativo morale e derivano esplicitamente dalla coscienza che la patria si serve con la verità e non con la menzogna.