Ci sono tante ragioni dentro al voto democratico, giustamente esteso a tutte le persone maggiorenni, indipendentemente dalla loro cultura, conoscenza, capacità, provenienza, ceto sociale, ma non è assolutamente vero che la conseguenza dell’espressione reale sia giusta, necessaria, buona per la comunità.
Lo si potrà vedere dopo, con il tempo. Nell’arco di un mese, l’Italia ha partecipato, anche se con due aventi diritto su tre, alla affermazione di due forze politiche: la Lega di Matteo Salvini e i 5 stelle di Grillo - Di Maio; entrambe caratterizzate da grandi impegni sulla lotta all’immigrazione, la dignità nazionale (prima gli italiani...) fino alla crisi con l’Europa, garanzie di sostegno alle povertà in particolare nel Sud del Paese, una completa revisione del sistema pensionistico, la lotta alla burocrazia, il sostegno al merito, l’abbattimento dei privilegi a cominciare dalla classe politica.
Tanti, tantissimi, non solo hanno creduto a quegli impegni ma ne hanno sostenuto progressivamente, anche nelle successive tornate elettorali in ambito locale, gli esponenti ed i partiti che ne erano i principali protagonisti, per arrivare “finalmente” al cambiamento: la parola forse più usata su tutti i mezzi di comunicazione, pubblica e privata.
Si deve constatare che sono effettivamente saltati rapporti che costituivano le basi della nostra democrazia: la partecipazione attiva e la decisione attraverso il filtro della rappresentanza dei partiti gestiti con trasparenza e con regole esplicite
Cambiare, anche e solo per provare; fiducia a nuovi protagonisti anche se del tutto inesperti; speranza affidata a piene mani a sconosciuti o anche a noti ma capaci di apparire rassicuranti e decisi.
Tutto e subito, per uscire dall’esasperante lentezza della mediazione, per prima quella esercitata dal Presidente Mattarella, per avere risposte corrispondenti in velocità a quelle del messaggio telematico: breve, immediato, efficace.
Si deve constatare che sono effettivamente saltati rapporti che costituivano le basi della nostra democrazia: la partecipazione attiva e la decisione attraverso il filtro della rappresentanza dei partiti gestiti con trasparenza e con regole esplicite; la classe dirigente passata al vaglio di una selezione fondata su capacità, conoscenza, militanza sul campo; cultura politica come filtro per le decisioni assunte negli interessi generali per il bene comune.
Aveva destato clamore ma non sufficiente allarme l’esito elettorale di cinque anni fa, con i 5 stelle al 25%; campanello più forte la Brexit che ha messo in seria difficoltà l’Unione Europea; l’elezione, poco dopo, di Trump è stato giudicata frettolosamente un incidente di percorso, al pari della bocciatura in Italia del referendum che rappresentava un crinale decisivo verso l’avanzamento del sistema delle riforme contro la conservazione, a sua volta foriera di istanze rivoluzionarie inattuabili e quindi molto rischiose.
In marzo, gli italiani hanno scelto con forte maggioranza questo “cambiamento” senza avere consapevolezza del suo reale esito: si è voluto provare, dal Governo Nazionale a quello dei Comuni e delle Regioni.
È inoltre innegabile che, oltre all’istanza del cambiamento “a prescindere” abbia pesato ed anche tantissimo il tema dell’immigrazione e, dentro ad essa, il rifiuto della pur inevitabile conseguenza della profonda ed insostenibile disuguaglianza sociale documentata dalla globalizzazione, con progressive derive xenofobe e razziste, oltre che di insofferenza se non proprio ostilità nel rapporto con le altre religioni, in particolare verso quella islamica.
Gli appelli alla moderazione nei toni e nelle azioni, la silenziosa ma ben visibile attività delle organizzazioni di solidarietà nelle sue diverse espressioni locali, nazionali ed internazionali, la stessa attività dei “corpi intermedi” a fare da ponte tra le Istituzioni e le comunità, non hanno ascolto ed anzi sono in forte difficoltà.
È caduto il difficile ed impegnativo equilibrio tra interessi personali e bene comune, tra interesse nazionale e condivisione europea, tra attenzione al presente e visione del futuro.
Il ruolo della cultura politica è sempre stato questo equilibrio, in particolare nella lunga e profonda esperienza di ispirazione cristiana: recuperarla resta un dovere, il problema è condividerla, esercitarla, diffonderla.
È caduto il difficile ed impegnativo equilibrio tra interessi personali e bene comune, tra interesse nazionale e condivisione europea, tra attenzione al presente e visione del futuro
I Partiti passano, come passano i protagonisti, mentre le culture politiche restano sempre a disposizione, soprattutto quelle legate a patrimoni di esperienze oltre che a riferimenti ideali, fino a quelli religiosi laicamente interpretati come il cattolicesimo democratico e popolare, in Italia ed in molte parti d’Europa.
Europa: strettamente connessa alla nostra cultura politica è questa parola che non esprime solo una storia millenaria, una cultura universale, la sintesi di una evoluzione sociale ed istituzionale esemplare, ma che costituisce la continuità essenziale di una scelta decisa verso la pace e la solidarietà contro ogni deriva violenta e divisiva che neghi il primato della persona umana rispetto ad ogni altra ragione, anche di Stato.
Ma si stanno delineando scenari inesorabilmente orientati alla decadenza ulteriore delle culture politiche a favore dell’autoritarismo, dell’Europa per tornare al Nazionalismo, della solidarietà internazionale introducendo le barriere economiche, alla progressiva negazione dei diritti universali a protezione di identità e interessi pur legittimi ma spesso sconfinanti nel rifiuto della diversità e soprattutto della povertà.
Si moltiplicano gli appelli inascoltati che ammoniscono sulle pesanti analogie di situazioni rivelatesi, con senno di poi, devastanti nel ventesimo secolo: per questo è indispensabile una autentica resistenza da parte di quanti, persone, associazioni, ambiti e realtà diffuse, sentono e condividono preoccupazioni e disponibilità per tenere accesi tutti i fuochi pazientemente e fedelmente presenti.
Non solo non spegnerli, magari per paura di essere visti, ma anzi di ravvivarli, anche a rischio di bruciacchiarsi un po’. ■