Il “Goriziano”, che per la parte in territorio italiano diciamo “Isontino”, è a crescente rischio di dissolvimento: la frettolosa riforma che ha portato alla chiusura delle Province (solo nella Regione Friuli Venezia Giulia) e la costituzione (avviata solo parzialmente, sotto tutti gli aspetti), sta per essere rivista dall’attuale governo presieduto da Massimiliano Fedriga.
In questo declino istituzionale, nell’orientamento di escludere intermediari efficaci tra l’entità comunale (associata) e quella regionale, gli ex Capoluoghi di Provincia stanno assumendo ruoli diversi; ma mentre Trieste e Udine crescono di rilievo e di funzione, trascinati dal dualismo tra l’area giuliana e quella friulana, mentre Pordenone consolida la sua figura di mediazione tra la nostra Regione ed il Veneto, Gorizia sta effettivamente declinando.
Si scontano inesorabilmente errori del passato, quando, dall’inizio degli anni ’80, Gorizia si isolò progressivamente dal resto della Provincia sbandierando un patriottismo di vecchia maniera ed anche strumentale
La Camera di Commercio è accorpata a Trieste, stessa scelta del Sindacato, prossimo accorpamento con Trieste la Sanità, sullo sfondo già avanza il sistema delle Zone Industriali; rimandato in attesa di esiti quasi scontati l’accorpamento del Tribunale dopo l’infausta decisione (frutto di un autentico colpo di mano udinese, sorretto da un inaudito quanto incredibile motivo privo di ogni fondamento) di accorpare Palmanova a Udine invece che a Gorizia.
Si scontano inesorabilmente errori del passato, quando, dall’inizio degli anni ’80, Gorizia si isolò progressivamente dal resto della Provincia sbandierando un patriottismo di vecchia maniera ed anche strumentale, “aiutata” dalla generalizzata rivincita del Monfalconese (con il grimaldello della Sanità in prima linea) contro il Capoluogo e la contestuale assenza di ruolo della Destra Isonzo, priva di una sua voce condivisa.
La nascita della Regione “speciale” si basa sostanzialmente sul ruolo di mediazione svolto dal Goriziano nei confronti dei giuliani e dei friulani, proprio per la sua capacità, anzitutto per patrimonio culturale e poi anche politico, di traguardare un destino comune, quello della “regione ponte” verso l’Est proiettato all’Europa del futuro; qui friulani, giuliani, sloveni, e quindi bisiachi e “graisani” e ancora tanti altri, hanno trovato strumenti e occasioni per sperimentare la fruttuosa scelta dell’unità nella diversità.
Atti e testimonianze accertano che se fosse stato per Udine - Friuli e Trieste la Regione Friuli Venezia Giulia non sarebbe stata riconosciuta “speciale” anche perché non sarebbe mai nata: fosse stato per Trieste difficilmente si sarebbe giunti al Trattato di Osimo, che non solo ha chiuso un contenzioso sui confini con la Jugoslavia ma ha schiuso la porta all’ingresso della Slovenia prima, alla Croazia dopo e consente adesso di guardare con fiducia anche ai Balcani, con la missione di evitare altre sanguinose quanto inutili guerre.
Adesso questo primato culturale e politico, che ha fatto avanzare sotto tutti gli aspetti la nostra Regione verso lo Stato e verso l’Europa, non solo non viene riconosciuto e valorizzato, ma messo seriamente in discussione con un misto di insufficienza della classe dirigente e di trasandata rassegnazione della società civile, dove le difficoltà funzionali, organizzative e propositive dei “corpi intermedi” pesano anche nella mancanza di affidabili speranze per le nuove generazioni (e non solo).
In questa oscurità si vedono bene anche le piccole luci che qua e la si accendono.
Da Cormons, allargandosi alla Destra Isonzo ma anche all’altra riva dell’Isonzo, si è alzata una voce, dapprima isolata ma poi progressivamente più alta e forte, di cittadini e di istituzioni locali che ripropongono l’unità e l’autonomia, culturale e politica, del territorio delI’Isontino, opponendosi alla sua spartizione tra il Friuli e l’Area Giuliana.
A Gorizia si delinea la prospettiva di una candidatura a fianco e a sostegno di Nova Gorica per la sua candidatura a Capitale Europea della Cultura per il 2025, utilizzando la proficua realtà del GECT che, come espressione diretta dell’Unione Europea, ha in se stessa un potenziale di grande rilevanza sotto tutti gli aspetti, compreso quello infrastrutturale ed economico.
Nella Bassa Friulana, la riforma regionale che ha abolito le Province e istituito le UTI, sta elaborando, seppur a passi lenti, una graduale consapevolezza della potenzialità di uno strumento aggregativo nuovo ed innovativo, potendo diventare anch’esso un fattore non trascurabile verso la costituzione di un nucleo intermedio, sotto l’aspetto geopolitico regionale, di unità strategica per esaltare la specialità senza cadere nella spartizione che, nelle intenzioni non dette dei suoi sostenitori reali, vorrebbe arrivare alle due “Province” sul modello Trentino – Alto Adige.
Ma anche nel Monfalconese, archiviata la fusione sotto Monfalcone, stanno emergendo sensibilità e istanze che sottintendono la possibilità che anche la “bisiacheria”, abbandonando e smentendo l’etichetta ormai desueta di territorio senza anima, possa aggiungersi al resto della cessata Provincia per ritrovare obiettivi e ruoli in ambito regionale, senza accomodarsi sulla poltroncina a fianco di Trieste “Città metropolitana”.
Restano da citare le due realtà “vicine e uniche” di Aquileia e Grado, che, proprio per le loro caratteristiche, anzitutto storiche ma essenziali nello sviluppo del turismo culturale dell’intera Regione, dovrebbero non solo venire fortemente valorizzate ma anche riconosciute anzitutto dall’Isontino come fattore indispensabile del possibile ritorno al ruolo di cerniera cementante la stessa unità e specialità del Friuli Venezia Giulia.
Per il vecchio Capoluogo di Gorizia si configura quindi una possibile uscita dal tunnel della decadenza, a condizione che cultura e politica siano i due elementi portanti della classe dirigente e della società civile, nella distinzione di ruoli e responsabilità.
E da qui si riprende la lunga storia, sempre attuale quale autentico e singolare patrimonio del Goriziano, delle comunità e del territorio segnate dal percorso dell’Isonzo, – dalle sorgenti al mare, dalle Dolomiti alla laguna, unendo Collio e Carso, dal Timavo al Natisone, da Cervignano ad Aidussina, con tutte le diramazioni –, che, superando ogni confine, sappia rimettere assieme genti, risorse, obiettivi.
In questa sfida bisogna esserci: coraggio e intraprendenza devono sovrastare rassegnazione e opportunismi, riproponendo in termini adeguatamente aggiornati ed innovativi la stagione illuminante e per tanti aspetti profetica del Goriziano del secondo dopoguerra, che ha saputo trasformare un confine innaturale, eretto a barriera spinata oltre che sanguinante, in una linea con tanti varchi aperti al futuro pacifico e solidale. ■