di Marco Rossi, Capogruppo del Partito Democratico nel Consiglio comunale di Gorizia
Gli ultimi mesi hanno visto un'accelerazione del dibattito riguardante il ripristino delle Province come livello di governo intermedio tra Regione e Comuni. Chi scrive aveva di recente proposto sulle pagine del bimestrale “Gorizia Europa” alcune ragioni per cui il ritorno delle province sarebbe opportuno, sul piano istituzionale e politico (cfr. Perché dico SI’ al ritorno alle Province elettive, in Gorizia Europa n.5/2024). Nel frattempo, gli ultimi tempi hanno visto un fiorire di iniziative, testimoniato ad esempio dal convegno promosso dal gruppo “I Visionari” e svoltosi il 13 novembre scorso a San Rocco. Ma ne parlò anche il numero di maggio 2023 di Iniziativa Isontina.
A fare da sfondo al dibattito è l’idea che restituendo a Gorizia il ruolo di capoluogo provinciale, magari di una provincia un po’ più ampia, che richiami i confini dell’Arcidiocesi, si rilanci anche il ruolo politico della città. C’è indubbiamente del vero in questo (sempre che poi la città abbia una guida che le consenta effettivamente di esercitare questo ruolo politico, cui ha spesso abdicato negli ultimi anni…).
Tuttavia, a questo punto è lecito chiedersi se la mitologia costruitasi nel corso degli anni attorno al passato glorioso della città rappresenti oggi una risorsa dalla quale attingere o piuttosto un peso che impedisce di guardare avanti. Ovviamente, è innegabile che il passato complesso e culturalmente eterogeneo della città rappresenti una risorsa sul piano culturale, che ancora oggi contribuisce a una vivacità di iniziative, che sicuramente verrà ulteriormente rivalutato nel 2025 con la Capitale europea della Cultura. Ci chiediamo, però, se questo passato rappresenti anche una risorsa “politica” o, piuttosto, un freno.
Questa mitologia ha contribuito a diffondere la convinzione che la città sia stata defraudata - con annessi richiami al governo felice dell'Austria, alla Zona Franca, ecc., e l’annessa convinzione che i “grandi poteri” regionali o monfalconesi lavorino contro Gorizia. Tutto ciò ha peraltro consolidato anche una mentalità politica refrattaria al cambiamento, con riflessi pure sulle politiche urbane. Ad esempio, va a braccetto con quanti si oppongono a cambiamenti urbanistici rilevanti nella città, alla demolizione di vecchie strutture fatiscenti, e porta al convincimento che Gorizia possa avere soltanto un futuro turistico-culturale e non anche economico-produttivo (nonostante che sia stata un’importante centro produttivo, soprattutto tessile, dall’epoca dei Ritter nell’Ottocento fino almeno alla metà degli anni Ottanta).
Il passato però non tornerà più. Non perché i “poteri forti” siano coalizzati contro Gorizia, ma perché siamo nel XXI secolo. Il ritorno della provincia di Gorizia nulla muterà - in sé - nei fondamentali economici e demografici della città che ne stanno progressivamente erodendo il ruolo politico oltre che il capitale umano. Non sarà infatti l’antica contea a frenare la fuga dei giovani che qui non trovano sbocco professionale; non saranno i confini dell’arcidiocesi a dare un maggiore ruolo politico alla città se poi la città stessa si avvia a scendere sotto i 30 mila abitanti. Limitarsi ad un atteggiamento puerilmente nostalgico sembra piuttosto servire soprattutto a offrire alla classe politica goriziana una posizione di rendita, anche nei confronti del territorio isontino circostante.
Guardare al futuro significa invece mettere in atto decisioni che contribuiscano allo sviluppo della comunità cittadina: attraverso prospettive lavorative, benessere diffuso, sviluppo del capitale umano e sociale, qualità della vita, la quale ultima è fatta essenzialmente di servizi al cittadino e politiche della mobilità molto ma molto di più che della preservazione della città quasi fosse una cartolina dal passato.
La priorità della politica, dunque, dev’essere portare a Gorizia investimenti in capitale umano – ad esempio un vero e proprio ITS, istituzioni che svolgano attività di ricerca scientifica e tecnologica, un rafforzamento dell’offerta scolastica – e occasioni di sviluppo professionale che consentano di offrire ai ventenni isontini opportunità lavorative di qualità: aziende tecnologiche, aziende di servizi. Pensare che una città possa vivere solamente di turismo – peraltro il settore caratterizzato dal più basso valore aggiunto e dalle più basse retribuzioni medie – è decisamente utopico, a meno di non chiamarsi Venezia o Firenze o Mantova. Il patrimonio culturale di Gorizia va semmai visto soprattutto come un fattore che contribuisce a sviluppare le relazioni umane e quindi migliora il benessere della comunità in termini sociali, e che offre anche occasioni di sviluppo turistico e occupazionale, non tali però da invertire da sole il declino della città.
È tempo quindi di scrollarsi di dosso la polvere. La sfida - che per chi scrive è innanzitutto sfida politica per il centrosinistra moderato - è saper interpretare le opportunità che si presentano e proporre alla città una politica orientata ad un pragmatismo rivolto al futuro, all’innovazione, all’investimento più che alla conservazione, all’apertura all’esterno piuttosto che al mito della “gorizianità”. Gorizianità che peraltro è oggi largamente illusoria se, dati anagrafici alla mano, il movimento di popolazione in entrata e uscita ogni anno è tale che probabilmente la grande maggioranza della popolazione cittadina si è qui trasferita negli ultimi 20-30 anni per motivi professionali o personali.
Tornando al punto da cui siamo partiti, anche sul piano istituzionale, la ricostituzione della provincia di Gorizia, che possiamo probabilmente dare per certa, ormai, deve essere accompagnata da una chiara visione politica che ne colga l’opportunità per offrire servizi ai cittadini e al mondo economico e del lavoro e che intenda fare della Provincia uno strumento per creare sviluppo e non semplicemente per “vivere di rendita”.
Ne deriva, dunque, un ulteriore interrogativo: di cosa dovrebbe occuparsi, quindi, la Provincia? Sarebbe un’occasione persa, infatti, se la reintroduzione delle Province nell’ordinamento regionale si risolvesse semplicemente nel cambiare di nome gli EDR aggiungendovi un Consiglio provinciale. Che ben magra riforma sarebbe! Parrebbe invece indispensabile che i futuri enti provinciali possano rispondere a due esigenze: da un lato, avere ruoli programmatori, di coordinamento e di investimento in ambiti che attengono alla gestione del territorio di area vasta; dall’altro, poter sviluppare un’efficace azione di supporto e di supplenza ai Comuni per lo svolgimento di gare, lavori pubblici, progettazione di lavori pubblici e interventi sociali. Il PNRR ha mostrato tutti i limiti della capacità progettuale e amministrative dei Comuni - non per limiti capacitivi del personale ma per la esiguità numerica del personale disponibile che pone i Comuni sotto costante pressione - rendendo urgente la necessità di un intervento strutturale che ne migliori l’efficacia; è un’esigenza che era alla base anche della riforma Panontin, e l’insuccesso di tale riforma travolta dalle critiche non ha tuttavia eliminato l’esigenza che ne era alla base.
L’attribuzione alle Province, dunque, di alcune funzioni ad essere trasferite dai Comuni - eventualmente in forma di delegazione amministrativa o di gestione associata - e di altre trasferite invece “verso il basso” dalla Regione, risponderebbe al principio di sussidiarietà. E qui in chiusura vale la pena di riportare quanto richiamato dalla Corte costituzionale nella sentenza 192/2024: «Tale principio esclude un modello astratto di attribuzione delle funzioni, ma richiede invece che sia scelto, per ogni specifica funzione, il livello territoriale più adeguato, in relazione alla natura della funzione, al contesto locale e anche a quello più generale in cui avviene la sua allocazione. La preferenza va al livello più prossimo ai cittadini e alle loro formazioni sociali, ma il principio può spingere anche verso il livello più alto di governo. Ai fini dell’attribuzione della funzione, contano le sue caratteristiche e il contesto in cui la stessa si svolge». ■