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SELEZIONE CORRENTE
autore=Ivan Bianchi, Salvatore Ferrara
risultati: 3
RICERCA CORRENTE:
HOME > Articoli e notizie:Gli ex presidenti del Centro tradizioni BorcSanRoc

Gli ex presidenti del Centro tradizioni BorcSanRoc

In occasione del 50° anniversario dalla fondazione del Centro per la Conservazione e valorizzazione delle tradizioni popolari di Borgo San Rocco abbiamo realizzato le interviste agli ex presidenti

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ALBINO TUREL

Siamo con Albino Turel, già presidente del sodalizio. Prima aveva anche ricoperto altri incarichi. Lo ringraziamo della disponibilità che ci dà oggi: Albino, vogliamo sentire dalla sua voce i racconti di un tempo.
Prima di entrare a far parte del Centro sono stato per un anno ad osservare coloro che già ne facevano parte, per apprendere il metodo di lavoro non tanto come Presidente ma soprattutto come socio.

E quindi hai conosciuto Renato Madriz e tutti loro?
I soci li conoscevo già tutti. Da vecchio sanroccaro, nativo del borgo, non avevo bisogno di presentazioni. Sono entrato a fare parte del Centro come consigliere e poi nell’80 sono stato presidente per un anno.

Raccontaci qualcosa della tua esperienza da presidente.
Come presidente, quella volta, il lavoro non era tanto. Il lavoro principale si basava sempre sulla sagra. Tutti dovevano collaborare: si andava a prendere le tavolone e tutto quello che era necessario per allestirla. Dopo cinque anni abbiamo deciso di costruire un prefabbricato: io ho fatto i disegni necessari. Abbiamo fatto costruire le lamiere a Udine e la struttura a Gorizia. Quando la struttura è arrivata, fra noi non c’era nessun meccanico o nessun tecnico che sapesse come allestire il tutto. Allora mi sono preso l’incarico e ho chiamato un’impresa per far mettere la basi della struttura.
Non ho solo diretto il progetto, ho contribuito mettendomi all’opera, anch’io, col trapano. Lo steccato che attornia il chiosco, ad esempio, l’ho fatto personalmente qua, in casa.

All'epoca la sagra non durava tanti giorni, ti ricordi?
Inizialmente durava una settimana. Se pioveva non si recuperava, quella volta. I collaboratori, quelli sempre presenti, erano cinque o sei. Durante la sagra si arrivava a una ventina.

Comunque quando tu eri presidente non c'era solo la sagra ma anche il premio San Rocco. Ho visto d delle fotografie che tu hai consegnato il premio per almeno due anni. All’epoca, però, si svolgeva il 16 agosto, durante San Rocco e non durante il ringraziamento come oggigiorno.
Il premio veniva dato il giorno di San Rocco, di mattina, dopo la messa. La sagra si svolgeva sempre dopo quel giorno là.

Hai ricordi del primo presidente Luigi Nardin? Lo hai conosciuto bene?
Di Luigi Nardin mi ricordo assai poco, perché le riunioni erano limitatissime. Quella volta ci si trovava qualche giorno prima della sagra. Diciamo che il Centro è nato con la sagra.

Certo, infatti è il primo articolo dello statuto che dice questa cosa. In pratica, proprio che la tradizione più lunga è la sagra come origine di tutto.
E invece, per quanto riguarda il professor Federico Lebani, tu hai un ricordo di lui? Il presidente dopo di te.

Sì, mi ricordo che io facevo da segretario. Gli preparavo tutto: tutta la documentazione, la battevo a macchina, poi andavo dal professor Lebani, facevo firmare e inoltravo le carte agli uffici competenti. Era una persona molto gioviale, disponibile, sempre. Come professore di italiano aveva una parlantina sciolta.

C'è qualche racconto ancora che ti viene in mente? Magari come funzionava il ballo della sagra, qualche avvenimento particolare?
Mi ricordo al riguardo del ballo, una cosa in particolare. Mi ero assunto il compito di contattare le orchestre. Ce n’era una che si era proposta, allora io avevo tirato fuori carta e penna per stilare il contratto, ma mi avevano detto: «Non occorre, noi non facciamo mai il contratto». Quindi io, senza nessuna carta in mano, mi sono dimenticato di confermare l’impegno con loro, dopo averne parlato in consiglio. È arrivato il giorno del ballo e non c’era nessuna orche- stra, perché me ne ero dimenticato!

Eh, è umanamente normale sbagliare.
Eh sì, errare humanum est!

Ma a proposito del ballo, si pagava ancora quando c’eri tu?
Sì, sì, per un paio di anni si è pagato. Sia la sagra, che il ballo… e si tirava la corda! Mi ricordo che l’ho fatto anch’io quel lavoro. Dopo tre balli si tirava la corda e tutti veni- vano spinti fuori dalla pista.

Ma avevate come gruppi anche persone famose, oppure erano gruppi locali?
No, quella volta erano solo locali. Comunque, come trombettista, mi ricordo che è venuto Nini Rosso.

Eh, però, mica di poco conto. Nome importante.
E c’erano altre cose durante l’anno, come Centro tradizioni che tu ricordi si facessero?

Sì, si faceva qualche gita. Nell'ottava di Pasqua si faceva la scampagnata sul Carso oppure sulle colline del Podgora, quello verso il monte. Ma si aiutava anche a organizzare la processione di Pasqua.
Praticamente, la parrocchia si avvaleva del Centro per l'allestimento di tutta la parte festiva

Facevate anche pubblicazioni? Scrivevate qualcosa?
Avevamo inviato a far stampare l'uffel. Era un giornalino di borgo San Rocco. Quando è subentrato il professor Lebani mi sono valso di lui e l’ho sollecitato a promuovere il giornalino. Lui è stato molto contento di farlo stampare.

Io ho letto anche che qualche volta, durante l’anno, c'erano delle mostre organizzate dal Centro tradizioni; perfino quando c'eri tu come presidente.
Sono state fatte diverse mostre. Mi ricordo che un anno abbiamo invitato un gruppo della Germania, vicino a Monaco e sono arrivati con una botte da un ettolitro di birra!
Abbiamo fatto una festa nel cortile della canonica. Come mostre, comunque, qualcuna durante la sagra… E poi anche verso Natale…

È interessante… Anche perché queste cose sono continuate nei decenni e continuano anche oggi. È bella questa continuità. Una curiosità, si faceva già ai tuoi tempi il funerale del carnevale, come adesso, oppure no?
Sì, si faceva. Ho partecipato di persona come assistente al lavoro. Dovevo preparare la pira, accendere il fuoco…

E allora grazie ad Albino Turel, grazie per i suoi ricordi. Ci ha dato uno spezzone di tanti anni fa, anche se abbiamo visto che c'è una certa continuità nella storia dell’associazione, continuità che prosegue tutt’ora. ◼
 

PAOLO MARTELLANI



Intervistiamo Paolo Martellani nel cortile di San Rocco, sotto l’olivo e davanti la sacrestia. Paolo è stato presidente del Centro per due mandati. Paolo, sei arrivato dopo 22 anni di ininterrotto governo dell’indimenticata Edda Cossar: non è stato facile prendere in mano il lavoro?
No, diciamo che ricordando Edda è stata colei che mi ha dato “un calcione” per entrare nel Centro appena io sono arrivato a San Rocco. Sono entrato così, un po’ ignaro di tutto e poi siamo andati avanti. Mi reputo un po’ un ufiel senza coda, essendo arrivato qui nel ’94. Ho iniziato dapprima come consigliere, insieme a mia moglie.
 
Le coppie nel Centro sono sempre state una costante, tante volte ci si trova e quindi si trovano moglie e marito a dare una mano.
È stata una bella esperienza, quella di diventare il Presidente: mai avrei pensato. Mi sono ritrovato catapultato nello spirito dei vecchi contadini, quelli che ormai non ci sono più e mi ricordo vari personaggi che venivano la sera della sagra. Dietro, là dove c'era il tavolino dietro la cucina, tiravano fuori la grappa e mi dicevano: «Ca l’è la medicina!».
 
Parlando anche gli altri presidenti come Albino Turel, abbiamo notato che ognuno ha mantenuto qualcosa ma ha anche innovato: con te, ad esempio, sono ricominciate le mostre. 
Esattamente, abbiamo ricominciato con le mostre iniziando con Emma Galli: ricordo distintamente quando siamo andati con il furgone in Arcivescovado a prendere in prestito dei quadri. Alcuni erano veramente di grandi dimensioni ed è stata una piccola grande impresa. Ma abbiamo anche riordinato e messo a posto gli antichi spartiti della Corale Santa Lucia. O la mostra sui cavalieri e sul Carnevale Goriziano.
 
Il tuo periodo di presidenza ha coinciso, anche, con il cambio di burocrazia per la sagra e nono solo. Com’è stato?
Sì, anche se non è come adesso ma c’era tanto da fare per espletare vari incarichi, soprattutto su sicurezza e antincendio. Ora è diventato qualcosa di più impegnativo. Lo dico con sincerità: a oggi è diventato tutto impossibile, dove arriveremo così? Non so se si potrà continuare a fare la sagra in questa maniera.
 
Speriamo di no, anche se va detto che sulle cose che prima avevano bisogno di due mesi di preparazione ora ce ne vogliono sei.
Hanno detto che il computer avrebbe semplificato le cose ma non è stato così…
 
Tornando a noi, tutti hanno ricordato la figura di Edda Cossar. Era un vulcano ed era capace di trascinare le persone, così come ha fatto con te.
Certamente: aveva la sua personalità ed era un po’ particolare, però aveva un polso unico, sapeva portare avanti le cose. Era così: decisa. Posso dire che è stata un buon comandante, capace di dire le cose che non andavano ma nel farlo spiegava anche perché.
 
Tra le altre iniziative avete ricominciato a visitare l’Arboretum ma non solo…
L’Arboretum era una visita immancabile. Ma abbiamo anche continuato a lavorare mantenendo le tradizioni esistenti e recuperandone altre. È stato duro. Poi diciamo che ho scelto di rinunciare per vari motivi, pensando di lasciare la guida ad altri. Io vengo sempre volentieri a dare una mano ma l’età avanza: l’altro anno ho fatto uno sforzo per la sagra ma mi è costato abbastanza.
 
Ognuno ha lasciato una traccia nel suo modo di fare ma anche nelle sue decisioni. In queste settimane il Gelso ha compiuto 130 anni, uno dei simboli del borgo…
...E pensare che volevano rapinarci del gelso! In quegli anni abbiamo fatto una battaglia per farlo rimanere. Così come dobbiamo rimanere saldi noi e il Centro per i prossimi anni. ◼
 

MARCO LUTMAN


 
Marco Lutman, raccontaci un po’ della tua esperienza, dei tuoi ricordi degli anni da consigliere e in seguito da presidente del Centro, dal 2012 al 2013. Se non sbaglio, tu hai seguito Paolo Martellani e preceduto Laura Madriz.
Sono stati degli anni intensi, ho ricordi bellissimi, sia quando sono entrato come consigliere sia nella fase in cui ho fatto il Presidente vero e proprio. Ho incontrato persone in gamba e capaci. Un ricordo particolare va a Edda Cossar, che prima di Paolo Martellani era stata presidente per vent’anni. Per me è stata una figura che ha saputo mettersi in gioco in periodi che possiamo definire critici: è stata un consigliere molto discreto ma il suo supporto è stato sempre molto importante.
All’epoca, ero il più giovane presidente che fosse mai stato eletto nel Centro e sentivo il peso di una certa responsabilità dopo un ventennio così importante come lo era stato quello di Edda. Era un periodo di cambiamento e mi sentivo con gli occhi puntati, soprattutto nel primo anno: non bisognava fallire ma si doveva assolutamente centrare gli obiettivi principali. La sagra, ad esempio, non poteva rischiare di andare male. Per fortuna non è stato così, grazie al Consiglio che mi ha supportato in tutto.
Un altro aspetto importante è stato la grandezza del volontariato. È in quel frangente che ho veramente capito cosa significasse 'volontariato': persone che non si vedono per un anno intero ma che compaiono per aiutare nel periodo della sagra. E parlo di un centinaio di persone davvero molto importanti.
Mi porto anche ricordi di conflittualità che, secondo me, sono parte del gioco. Non accettare la conflittualità significa non essere propositivi, non avere un contraddittorio che ti metta pepe al naso, diciamo. È qualcosa che deve farti riflettere, no? Quindi è importante avere degli scontri, sempre però con il dovuto rispetto, ma nonostante qualche critica tutto andò per il verso giusto.
 
Sono sicuramente situazioni che possono accadere. Dopotutto avevi uno dei consigli più grandi come numero, perché eravamo in venti persone.
Era un gran numero, sì. Venti teste pensanti in modo diverso: qualcuno che voleva magari rompere col passato in maniera più forte di altri. Ma la realtà era ben diversa, perché è facile parlare di innovazione, ma il tempo di realizzarla dove stava? Si parla pur sempre di un'associazione di volontariato. Chi è che ha così tanto tempo libero da dedicarsi a questo volontario, poi?
 
Però in qualche modo abbiamo rotto con il passato aggiungendo una cosa antica: con te è ricominciata l'inaugurazione della Sagra che non si faceva più da tanto tempo.
È stato bellissimo perché è stato un riecheggiare di qualcosa che si era perso. Era un peccato lasciarla da parte. È una di quelle cose di cui vado orgoglioso, dico la verità. Un’innovazione nella tradizione, un’iniziativa antica ma sempre attuale.
Un'altra cosa che si è ripresa e trasformata durante quel periodo è la rassegna annuale di arte campanaria, cioè la gara degli scampanotadors. Grazie al lavoro fatto dai volontari si è ripristinata la scala per salire sul campanile e si è iniziato nuovamente a suonare le campane come una volta.
Mi sarebbe piaciuto trovare dei modi per aprire il Centro anche al fuori del borgo, ovvero sfruttare il borgo come centro di partenza per potersi aprire alla città e non solo a quella: anche verso l’università.
 
Nel tuo periodo c'è stato anche il centenario dell’ex seminario: il Centro si era fatto promotore della pubblicazione insieme all’università.
Esattamente. Abbiamo iniziato il discorso della pulitura del percorso per salire all'università partendo da borgo San Rocco, ovvero l’attuale sentiero dedicato proprio a Renato Madriz: con lui avevo interloquito più volte ed era stato lui a proporre l’idea del ripristino del percorso.
L’idea di un’apertura verso l’esterno è importante per il Centro, perché altrimenti si rischia una implosione ci si condanna all'estinzione. Si è cercato anche di coinvolgere di più i giovani, ma è stato un lavoro riuscito solo parzialmente.
Potevamo dare uno spazio dedicato a loro, magari con una supervisione da parte del presidente, o comunque di qualcuno con un po’ più esperienza ma lasciare uno spazio ai giovani potrebbe essere ancora oggi un'occasione per riavvicinarli e non solo durante il periodo della sagra.
 
Durante i dialoghi che ho intercorso in questo periodo, con gli altri presidenti, ho sentito ognuno di loro dire che ha preso da chi è venuto prima, ognuno ha aggiunto qualcosa e ha lasciato a chi è venuto dopo…
Questa, secondo me, è stato un fatto rilevante. È chiaro, c'è stato un ventennio da parte di Edda, che è pesato tantissimo in modo positivo. Ma anche Martellani ha lasciato parecchio. Effettivamente c’è sempre stata collaborazione tra tutti gli ex presidenti nei confronti di chi è venuto dopo ed è questa una delle forze del Centro. ◼
 

LAURA MADRIZ


 
Laura Madriz è sanroccara Doc, nata sotto il campanile. Collaboratrice, possiamo dire ininterrotta, da più di 60 anni della parrocchia, della corale dal 1958, e presidente dell’associazione per otto anni. Cominciamo subito con la domanda: come sono stati i tuoi otto anni di Presidenza? Raccontaci qualche emozione, qualche momento particolarmente importante che hai nel cuore.
Beh, devo dire che i miei otto anni di presidenza, tutto sommato, sono stati belli e ho trovato un consiglio molto collaborativo. Abbiamo lavorato bene tutti insieme, cercando di fare qualcosa di diverso e di nuovo. Ho sempre valorizzato ciò che già esisteva da tempo: non si poteva non tenere conto il duro lavoro di chi mi aveva preceduto. Anche tu sei stato un ottimo supporto per me. Un grande collaboratore e consigliere. Quindi sì, io devo molto anche a te, Vanni, perché non avrei mai preso un incarico se prima non mi avessi promesso che mi saresti stato vicino e mi avresti aiutato. Lo stesso vale per la mia famiglia.
 
Hai detto: «Ho preso le cose che già c’erano». È una cosa importante, perché bisogna sempre tenere conto di chi ha lavorato prima. Tra le tanti iniziative ci siamo dedicati a riscoprire un patrimonio di tradizioni, anche gastronomiche.
Sì, certo, i ricettari: a Pasqua abbiamo iniziato con delle conferenze sui dolci tradizionali, la prima è stata quella sulle gubane. Sono una cosa tradizionale del nostro borgo. Un’opera molto semplice, molto contadina; ma il nostro borgo, d'altro canto, era contadino, dunque il primo ricettario che abbiamo pubblicato era nato dalle condizioni peculiari di quel luogo. Poi ne sono seguiti tanti altri, tutti merito della collaborazione fattiva, attiva, competente e appassionata dell’amico ingegner Roberto Zottar che all’epoca era delegato dell’Accademia Italiana della Cucina.
Non solo le conferenze pasquali, ma anche durante i pomeriggi di sagra si sono svolti degli incontri, i cosiddetti “Incontri sotto l’albero”. Si parlava di cibi, si presentavano ricettari e si proponevano ai presenti degli assaggi a tema. Quindi sì, sono state delle belle iniziative, anche molto partecipate.
 
Parliamo un po’ della sagra del passato: raccontaci di come si svolgeva il ballo.
Prima della nascita ufficiale del Centro la sagra era organizzata da un comitato esterno coordinato da Renato Madriz. In seguito l’associazione è nata da un’intuizione del parroco, don Ruggero Dipiazza. Il “don” e Renato si sono adoperati ma sono stati aiutati da tantissime altre persone appassionate del borgo.
La tradizione del ballo in piazza è stata portata avanti egregiamente dal Centro negli ultimi cinquant’anni. Negli anni Settanta e Ottanta, ma anche nei decenni prima, per accedere alla sagra si pagava un biglietto d'ingresso e anche per ballare bisognava dare un contributo. La pista era ricavata da un tavolato, chiamato breâr. Al termine di ogni ballo una grossa fune raccoglieva i ballerini e li accompagnava verso l’uscita: in questo modo, si faceva sì che le persone tornassero a pagare la quota per ogni ballo cui volessero partecipare.
Per inaugurare la sagra si faceva una cosa molto tenera: una coppia di anziani faceva sempre il primo ballo. Mi ricordo, in particolare, dei coi coniugi Bressan, Anna e Clemente. Ogni anno loro iniziavano queste danze, poi il resto della gente si accodava e si ballava tutta la sera.
Un'altra piccola cosa che ci tengo a raccontare è che in quegli anni si usava invitare qualche cantante un po’ famoso. Un anno abbiamo avuto il piacere di avere con noi Giorgio Gaber: alla fine della serata ci siamo riuniti tutti nella casa parrocchiale, accolti da don Ruggero. Ad un certo punto Gaber ha imbracciato la chitarra e insieme abbiamo cantato “Non arrossire”: lui è rimasto sorpreso che fossimo tutti intonati e riuscissimo a fare le modulazioni della voce, questo perché cantavamo nella corale parrocchiale. C’era chi faceva la seconda voce, chi il basso, eccetera, tutto d’orecchio! È stato un momento molto bello, un ricordo che mi è molto caro.
 
A proposito di ricordi cari e di persone antiche che si sono susseguite, parliamo del primo presidente del Centro, Luigi Nardin, uno dei fondatori ma anche anima rurale e contadina del borgo.
Sì, lui era un contadino come lo erano gli altri tra i primi fondatori. Questo perché il borgo era contadino e se ne volevano conservare le tradizioni. Più avanti lo sguardo si è allargato anche verso la città. Io e Nardin eravamo molto vicini, perché lui era uno zio di mio padre. Quando la corale era diretta da Bruno Kumar, Nardin vi cantava come basso ed era bravissimo.
 
Un altro nome che ti faccio, di un altro presidente, che è stato sia un basso che è un contadino, è Aldo Sossou…
Anche di lui ho un ricordo bellissimo e magnifico: era riuscito a coinvolgere suo figlio, i nipoti e tutta la famiglia, portandoli a lavorare nell’associazione. Durante la sagra la moglie era addetta alla frittura delle patate e il figlio Piero era alle griglie. Quest’ultimo ha poi coinvolto i suoi figli, due gemelli. Sì, Aldo è stato molto bravo a riuscire a inserire tutta la famiglia nel “Centro”. Aldo aveva uno spirito bellissimo, meraviglioso, si ricordava di tutti e teneva conto degli altri.
 
Abbiamo parlato di profonde radici della terra, dei contadini, in questi giorni, poi, abbiamo la fortuna di celebrare il compleanno del nostro grande gelso. Compie 130 anni, piantato il 12 ottobre 1893. Si può dire che il Centro ha radici profonde come quelle del gelso. Speriamo che questo fiorisca, vero Laura?
Sì, speriamo. Purtroppo il nostro morar ['gelso' in friulano, NdR] non sta benissimo. Però ci è stato detto che comunque resisterà, cosa in cui speriamo perché è il nostro simbolo. Vogliamo che ci aiuti a proseguire in questa attività, della quale io ho fatto parte per lungo tempo e ancora oggi sostengo convintamente. Essendo sanroccara la sento mia e quindi vi ho aderito per tutta la vita. Trovo avesse uno spirito buono, uno spirito giusto e mi auguro che qualche giovane si appassioni, si avvicini e che la storia continui. ◼
 

DON RUGGERO DIPIAZZA


 
Don Ruggero Dipiazza, parroco di San Rocco dal 1967, ideatore e fondatore dell’associazione. Lo intervistiamo nel suo studio. La vogliamo ascoltare per farci trasmettere una sua testimonianza in quanto lei è l'ultimo, diciamo così, fondatore del Centro ancora vivente. Ricordiamo insieme quelle origini? Come è nato il tutto?
Io ovviamente ho dovuto verificare prima de visu e toccando con mano un po’ la realtà di questo gruppo di volontari che aveva scelto di continuare la tradizione. Quindi, chiaramente, toccare una tradizione è automaticamente mettere in movimento, avere un atteggiamento diciamo di reazione e di protesta e quant'altro. Una cosa che puntualmente è avvenuta.
 
Quando si è parlato della necessità di sostituire questo gruppo con qualcosa di definitivo e quindi di continuativo nel tempo?
L’obiettivo è stato quello che tutto rimanesse con un impegno a servizio del borgo e non a servizio del gruppo, insomma, protagonista in proprio dell'attività. E indubbiamente c'è stata una reazione.
Se si toccato dei diritti acquisiti nel tempo, che in realtà però erano campati in aria, era cioè per certi versi una pretesa, volevano essere i proprietari in qualche modo della cosa, come fosse qualcosa di dato loro in mano, dal potere supremo. Quindi, io personalmente mi sono sentito in dovere parlando con Renato Madriz, che era quello che mi era più vicino in quel momento, di mettere in discussione questi dati acquisiti. Era lui stesso che faceva parte del comitato e sapeva che non si poteva andare avanti così. Bisognava cercare di cambiare, insomma, il nostro modo di essere e di fare, di operare. Quindi si trattava, in qualche modo, di sostituire un gruppo di persone senza rifiutarle, ma chiedendo loro di entrare in questo nuovo organismo che ci avrebbe visti tutti insieme a lavorare non per un interesse personale, ma come un impegno serio al servizio della comunità. Uno degli aspetti era quello legato alla “Pesca di beneficenza” che si svolgeva in sagra ed era gestita dalla parrocchia che in quel periodo aveva ancora un debito da pagare per i lavori dell'oratorio. Così questo impegno preso aveva una giustificazione, una attività di servizio a favore della parrocchia. Questo era l’impegno: ridare alla parrocchia la propria libertà di movimento. C’era un motivo serio per dire, facciamo un salto, mettiamoci nello spirito giusto, tutti quanti serviamo una realtà che è al di fuori degli interessi immediati per cercare di pensare a un futuro che sia meglio protetto e garantito.
 
Poi c’è stato il passaggio, prima alla Sagra e poi, naturalmente, una serie di attività che man mano negli anni si sono avvicinate all'associazione e che poi la parrocchia, dal punto di vista laico, ha lasciato al Centro per le Tradizioni. Questo è stato in sintesi l'evolversi della situazione.
Diciamo che la tradizione del contesto borghigiano era una tradizione che si allargava a vari ambiti. Ma senza avere quel carattere, sia come impegno, sia come organizzazione sia anche come investimento di risorse, senza avere questa dimensione. C'erano le piccole realtà, le forme religiose, le processioni e le attività che si svolgevano durante l'anno che sarebbero continuate comunque con un impegno che era già vero da parte delle persone che ci lavoravano dentro. Diciamo che emergeva specialmente il “fatto Sagra” perché su di essa si puntavano un po’ tutti gli impegni da parte nostra, ma anche tutta la curiosità più o meno malevola, in certi casi di chi le cose le guardava dal di fuori e che andava a dire che non era giusto che alcuni si occupassero della sagra come fosse di loro proprietà, ma ciò non corrispondeva al vero.
 
Anche il fatto che lo stesso parroco, se vogliamo, all'inizio era un membro di diritto e oggi invece è consigliere eletto, perché sono cambiati gli statuti – è stato un aspetto significativo del rapporto che è sempre stato strettissimo tra le due entità, seppur libere nelle loro scelte e azioni.
Sì, anche se effettivamente nel momento in cui si prendeva in mano la cosa per darle un'altra impostazione, anche sul piano istituzionale, è chiaro che la parrocchia diventava una protagonista di garanzia e quindi, in qualche modo, operava perché si lavorasse sul lungo termine e non con il rischio di cadere ogni anno nelle solite frammentazioni. È perciò chiaro che il parroco diventava un protagonista importante in quanto era polo di attrazione, quel focus, su cui convergevano tutti, salvo quelli che avrebbero creato dei problemi o una contesa personale, ed il problema li riguardava direttamente.
 
Abbiamo notato dalle storiche fotografie che lei ha conosciuto tutti, dai primi presidenti come Lutman, Lebani, Madriz, Sossou. Ci piacerebbe sentire un ricordo di Evaristo Lutman, primo presidente.
Ho un buon ricordo di tutti. C'è stato con loro un gran lavoro di vicinanza e quindi di prossimità, di condivisione, ovviamente. Con caratteri diversi, quindi, per intenderci: mentre con Evaristo Lutman il rapporto era molto caloroso, com'era suo solito molte volte anche eccessivo per certi versi ma pronto a buttarsi, a corrispondere ai desideri, alle aspirazioni. Con altri il discorso è stato un po’ più difficile, ma per problemi di carattere. Per esempio, Evaristo si sentiva faccio per dire alla pari perché aveva vissuto un'esperienza di rappresentanza anche nel civile, già molto significativa. Altri in qualche modo, emergevano dall'ombra, diciamo per essere protagonisti in questa vicenda. Meglio che in altre, per intenderci.
 
Un ricordo del professor Federico Lebani, meno presente per la parte burocratica, ma attivo in quella culturale.
Sì, sì, non era propriamente neanche borghigiano. Era una persona che si è aggregata con uno spirito di grande apertura. È stato un eroe di guerra, professore, dirigente scolastico, un grande intellettuale. Cercava sempre di coinvolgersi nelle nostre realtà, senza riuscire ad essere protagonista in prima persona. Già parlare friulano per lui era un problema, mentre era normale che tra noi del Consiglio succedesse. L'approccio era un po’ più complicato, ma la disponibilità alla collaborazione era totalizzante per tendere a fare in modo che i valori, le esperienze e i dati, fossero conservati e promossi. Questo era chiarissimo ed è stato una presenza importantissima, perché ci ha permesso di pensare in grande, non solo in maniera semplice. Sulla Sagra, sulla stampa, nella conoscenza, nell'approfondimento e sulla storia, era certamente protagonista propositivo al massimo.
 
«Se il Centro fosse solo la Sagra, sarebbe già morto da cinquant'anni», sua citazione di qualche anno fa.
Certo, certo. In pratica, al Centro bisognava dare un tono. Coltivarlo per renderlo un albero forte, con radici profonde nel terreno e questo non può che essere la realtà culturale nella quale ci troviamo. Se tu devi vivere soltanto di quello che viene promosso a livello immediato e quindi di interesse breve, il tutto in cosa finisce? Fare, senza riscontri da parte di volontari, quindi senza avere niente? Niente, salvo un transitorio momento epico, ma senza guardare più avanti, senza sapere, capire, comprendere e coinvolgersi in un ampio lavoro di promozione culturale. Indubbiamente questo ambito ristretto – anzi sempre più ristretto ci avrebbe bruciati certamente nel tempo e in tempi relativamente brevi.
 
Allora, dopo cinquant'anni, per non bruciarci e per restare come il gelso che in questi giorni compie 130 anni, quali consiglio ci dà?
Ecco, su questo tema è un periodo che io insisto anche se ascoltato poco, perché l'uditorio è sempre più ristretto. Credo però che uno status, dovrebbe essere tenuto particolarmente presente in questo periodo storico: fare del Centro un motore di vicinanza, di coinvolgimento e di comunione. Cioè fare tutto il possibile perché le esperienze che si vivono – come i piccoli momenti di festa, le occasioni di incontro – trovino il senso profondo delle tradizioni di un tempo. Una di queste era la celebrazione liturgica. Per lunghi secoli è stata un grande momento di riferimento. Dopo la pandemia, durante la quale ci siamo allontanati gli uni dagli altri, è chiaro che tu o dai al Centro un senso nel cercare di approfondire l'incontro, la conoscenza, il dibattito, la ricerca di modi, di forme per guardare avanti, per coinvolgere i giovani, altrimenti finisce tutto. Difatti la mia paura è questa. Quando si fa un gran parlare della Sagra e su questa si gioca a sentirsi o protagonisti o frustrati, le si dà troppa importanza. È vero che è un punto di riferimento significativo, ma non bisogna giocare sull’enfasi, altrimenti rischiamo veramente di morderci addosso, tra una polemica e l'altra, e così morendo su qualcosa che non ha senso. Bisognerebbe invece avere la capacità di fare delle scelte e di appoggiare alcune iniziative.
 
Ha qualche timore guardando al futuro?
In questo momento particolare, io vivo con la preoccupazione – e direi quasi l'ansia di vedere che qualcosa si muova, che si agiti all'interno stesso della comunità. Bisogna farlo per tutto ciò che noi siamo, perché questo ci aiuta a lavorare per il futuro, sennò siamo in fase agonica. Quindi restiamo in quell'atteggiamento di attesa, di fatti che saranno distruttivi e che praticamente coinvolgeranno un po' tutto. Non si salverà niente, questa è la verità, non si salva l'aspetto cultuale e religioso, non si salva l'aspetto dei rapporti e non si salvano le feste. Non viviamo nel bluff ma in una realtà di comunione e di incontro.
 
Grazie don per questo suo spronarci a continuare e allora facciamo gli auguri di buon compleanno al Centro tradizioni e speriamo che non sia l'ultimo!
Non possiamo dire che è l'ultimo, perché non deve essere l'ultimo, perché in fondo si può ridimensionare i programmi, ma ricordarsi che noi siamo anche i programmi che abbiamo fatto. Tutto è connesso e può andare avanti. ◼
 
data di pubblicazione: 31-12-2023
autore: Ivan Bianchi, Salvatore Ferrara | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.90 | tema: PRIMO PIANO
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