Forse, per lui, il teatro rappresentava anche un mezzo, uno strumento per comprendere la vita.
Di certo, fra tutti, aveva una venerazione particolare per Anton Œechov, in quanto, parole sue, “è un profondo conoscitore dell’animo umano”, affermazione che difficilmente potrebbe non essere condivisa. Nei suoi ultimi giorni, pur indebolito dalla malattia, del grande autore russo rileggeva le pagine. Voleva, in particolare, inscenare due atti unici:
“Il tabacco fa male” e “Il canto del cigno” con protagonista Antonio Salines. Il progetto, tuttavia, non ha trovato compimento: Francesco Macedonio è scomparso a Gorizia il primo aprile 2014. Fosse stato un ruffiano, un carattere accomodante, un promotore di se stesso grande anche solo un decimo di quanto lo era come regista avrebbe ottenuto infinitamente di più: più danaro, più potere, più gloria, e di lui si parlerebbe con la frequenza e la venerazione con cui si parla, ad esempio, di uno Strehler. Non che Macedonio non abbia ottenuto premi di importanza assoluta, fra i quali occorre almeno citare il “Flaiano” per “Gin game” di Coburn (nel 2012) con Valeria Valeri e Paolo Ferrari, ma il suo nome avrebbe meritato, e, ovvio, merita ancora, una ben maggiore conoscenza, confinata non solo fra gli addetti ai lavori, fra chi il teatro lo fa per professione o lo conosce per passione, fra i numerosi amici (spesso, a loro volta, artisti), e, certo, fra i comunque moltissimi ammiratori.
In quanto, d’accordo, Cesco avrebbe meritato di più, ma del suo talento raro ha fornito, in una vita vissuta a ritmi folli, innumerevoli e straordinarie prove con spettacoli, che, più volte, sono stati campioni d’incasso, si pensi a quelli legati al mondo delle Maldobrie rimasti nella storia del “nostro” teatro, e, in particolare, de La Contrada che Macedonio fondò (con Orazio Bobbio, Ariella Reggio e Lidia Braico), nel ’76, e di cui fu, ininterrottamente, per 38 anni, fino alla scomparsa, il direttore artistico. Collegare, tuttavia, Macedonio esclusivamente alle Maldobrie sarebbe sbagliato, non solamente riduttivo, avendo egli inscenato anche Goldoni, “Casa di bambola”, “Avvenimento nella città di Goga”, “L’idealista” (che Fulvio Tomizza aveva tratto dal libro di Cankar), “Il mio Carso” (nella riduzione di Furio Bordon), “Gorizia 1916”, e, appunto, tanto, tanto altro, per circa 150 spettacoli con attori spesso e volentieri di prim’ordine. E se il livello dell'artista è indiscutibile, il fatto che non sia sceso a compromessi denota la grandezza dell'uomo.
Una grandezza nella quale rientra, a dispetto, come affermato, di un carattere non propriamente facile, una sensibilità fuori dal comune: è il caso, ad esempio, dell'interesse (e del lavoro) per il teatro ragazzi senza trascurare che Macedonio, a lungo maestro elementare, avvicinò sempre i suoi alunni al mondo del palcoscenico. Tanta sensibilità, di lui, più volte ha fatto parlare di un poeta prima ancora che di un regista. Ma la sensazione è che di lui, della sua opera, molto ancora si dovrà parlare. E oltre a una sensazione questa è, soprattutto, una speranza nei confronti (della memoria) di colui che, pur nativo di Idria, ma goriziano da sempre, è stato, senza forse, più che il massimo uomo di teatro da Gorizia espresso un regista certo fra i massimi del nostro Paese.